giovedì 3 dicembre 2020

Ancora una legge anticostituzionale contro agro e fascia costiera


 “Follia è riproporre all’infinito lo stesso esperimento attendendo risultati diversi”. 

Così disse Albert Einstein, il quale conosceva bene la frustrazione che si prova a cercare di comprendere, attraverso i vecchi paradigmi, un mondo nuovo che si svela. 

Tuttavia, nel caso della Giunta Regionale sarda, scomodare il padre della relatività̀ suona - oltre che offensivo per lo stesso Einstein - alquanto improprio; l’ennesimo tentativo di scardinare le norme di tutela paesaggistica da parte di Solinas e Co sa piuttosto di lucida, consapevole e volgare ostinazione. 

Lucida e consapevole dal momento che la Giunta sa benissimo quali e quante siano le violazioni contenute in questo nuovo Piano Casa, le quali contribuiranno a spingerlo al naufragio sugli scogli della Corte Costituzionale; il che non le impedisce di perseverare confidando nell’apertura delle maglie fra l’approvazione del provvedimento e la sicura impugnazione che precede il rigetto. 

dalla Nuova Sardegna

Volgare perché il provvedimento giunge alla discussione in Commissione Urbanistica accompagnato da una spudorata giustificazione; quella del rilancio dell’economia sarda fiaccata dal Covid. 

Volendo scendere nei dettagli, il nuovo Piano Casa appare, nella sua impostazione, simile a quello dei predecessori: un coacervo di piccole norme ammantate di buoni propositi - pomposamente definite ”di armonizzazione” - a rettifica di quelle esistenti, ma che in realtà̀ celano maldestramente un paio di articoli-grimaldello in grado di scardinare l’impianto normativo vigente di tutela delle coste e dell’agro. 

In particolare l’articolo 1 rilancia l’edificazione del suolo agricolo nelle zone costiere e attorno alle città mentre l’articolo 2 e l’articolo 3 spalancano le porte agli incrementi volumetrici per le strutture residenziali e ricettive all’interno della fascia di tutela dei 300 metri dalla battigia, in violazione delle norme di salvaguardia nazionali (si pensi alla 431 del 1985, conosciuta come Legge Galasso) e a quelle Paesaggistiche Regionali (PPR in primis ) che ad esse si allineano. 

Non possiamo fare a meno di segnalare che questo sciagurato provvedimento, in attuazione di un altrettanto sciagurata disposizione nazionale - il famigerato Piano Casa berlusconiano - si sovrappone a quelli precedenti, desolatamente bi-partisan, sovrastandoli in quanto a spregiudicatezza e portata dei contenuti. 

Inoltre, a testimonianza del fatto che le disgrazie non vengono mai da sole, la proposta é accompagnata dalla solita propaganda sul rilancio dell’economia ma precede di poche ore il disastro abbattutosi su alcuni comuni sardi - Bitti in primis - figlio, checché se ne dica, dello stato pietoso in cui versa la salvaguardia del nostro territorio. 

Il Presidente Solinas - il quale, probabilmente a sua insaputa, riveste la carica di Commissario straordinario delegato per gli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico - da una parte si straccia le vesti contro i ritardi della burocrazia che blocca l’utilizzo dei fondi per la messa in sicurezza del territorio, dall’altra piega la struttura regionale alla scrittura e all’approvazione di provvedimenti illegittimi e pericolosissimi proprio sul versante della lotta al dissesto idrogeologico che, come tutti sappiamo, colpisce inesorabilmente i territori maggiormente aggrediti dalla speculazione. 

                      Consulta Ambiente e Territorio della Sardegna*

* Italia Nostra Sardegna aderisce alla Consulta Ambiente e Territorio, istituita tra diverse associazioni ambientaliste e numerosi tecnici ed esperti in materia urbanistica, paesaggistica e ambientale

sull'argomento 

Ansa Sardegna - Piano casa verso via libera: cade vincolo 300 mt

Sardegna Soprattutto - Il Piano casa capita nel peggior momento per la giunta regionale e soprattutto per la Sardegna

Sardinia Post - Piano casa 2020, un assalto alle coste: con la scusa del Covid è previsto di tutto 




mercoledì 25 novembre 2020

Raccolti oltre 3mila euro per la vigna distrutta da un atto vandalico

Magomadas: c’è chi distrugge le vigne e c’è chi le reimpianta!

A seguito della pubblica sottoscrizione promossa da Italia Nostra Sardegna e Comitato Acqua Bene Comune di Planargia e Montiferro sono pervenute e sono state già consegnate 50 donazioni per un importo di € 3.261,72. 



Nella notte del 21 luglio 2020 è stata distrutta la vigna di Franco Sechi, presidente del Comitato Ambiente Planargia, con un atto di intimidazione mafiosa anche contro la popolazione che difende il diritto alla salute delle persone e del territorio di Planargia e si oppone al pericolo di inquinamento prodotto dalla linea fanghi da depurazione della GECO srl di Magomadas, ora sequestrata dalla magistratura.  


Il Comitato Acqua Bene Comune Planargia e Montiferro sostenuto da Italia Nostra Sardegna propone un gesto concreto di solidarietà a Franco e alla sua famiglia, come segno di posizione pubblica, consapevole e politica per contribuire con una donazione volontaria al reimpianto della sua vigna. 

Il 22 luglio con un comunicato stampa e pubblicazioni sui rispettivi canali WEB parte la raccolta fondi.

https://italianostrasardegna.blogspot.com/2020/07/ce-chi-distrugge-le-vigne-e-ce-chi-le.html?showComment=1595683677552#c3839134228580562341

al 25-11-2020 sono state effettuate 50 donazioni, per un ammontare complessivo di euro 3.261,72

https://italianostrasardegna.blogspot.com/2020/08/raccolta-fondi-reimpianto-vigneto-di.html?fbclid=IwAR3u0iN4GEZ0euCYH-9pLsbm1C3gPMRcqqhHjXsN16eTVEyTFI2o2suyTa0

Alla data odierna ABCPM e ITALIA NOSTRA Sardegna dichiarano chiusa la raccolta fondi,  l’intero importo è stato consegnato a mezzo bonifico bancario a Franco Sechi.   Il Comitato e l’Associazione ringraziano quanti hanno partecipato alla sottoscrizione, hanno accordato la loro fiducia accogliendo il nostro appello,  trasformando  la vile  distruzione della vigna in un momento di mobilitazione a difesa dei beni comuni e del territorio della Planargia .

Li 25 novembre 2020

 


Riceviamo e pubblichiamo la comunicazione pervenutaci da Franco Sechi, presidente del Comitato Ambiente Planargia:

Gentilissimi,

riguardo la vostra richiesta, vi espongo la mia personale posizione in merito, ovviamente non condizionante per alcunchè, sono anzi molto imbarazzato perché mai avrei pensato di trovarmi in una situazione del genere. 

Ero piacevolmente illuso e convinto che episodi di stampo mafioso, come quello di cui sono stato vittima, fossero lontani da noi, dal nostro ambiente, ma ho dovuto ricredermi quella mattina di metà Luglio scorso. 

L’offesa morale è stata forte e tarda a rimarginarsi. 

Più volte, nei giorni a seguire, ho pensato di mollare la presa ma la solidarietà e l’affetto ricevuto da tutti, non potevano essere certamente ricambiati con un mio abbandono. Il vile gesto mi ha invece reso ancor più determinato a proseguire la battaglia.

Riguardo l’impiego della vostra sottoscrizione posso dirvi che il danno, come stimato da verbale dei Carabinieri, è di circa seimila euro al quale si aggiunge la mancata produzione per almeno tre annate. Ad oggi sarebbe prematuro parlare di un completo reimpianto del vigneto.

Provvederò a predisporre un sistema di sorveglianza per evitare ulteriori spiacevoli sorprese.

Questo quanto ritengo possa essere utile, rimango comunque a disposizione.

Distinti Saluti,

Francesco Sechi

 

sull'argomento  

Italia Nostra Sardegna - Vogliamo respirare, e basta mosche!

Alghero Live - Un aiuto per Francesco Sechi, gli avevano distrutto la vigna, con una sottoscrizione gli donano oltre 3 mila euro





venerdì 20 novembre 2020

Abbandonare le industrie inquinanti e costruire la società delle persone

Sabato 21 novembre 2020, una grande giornata di 

MOBILITAZIONE NAZIONALE

Un virus ha messo in crisi il mondo intero: il Covid 19 si è diffuso in brevissimo tempo in tutto il pianeta, ha indotto all'auto-reclusione metà della popolazione mondiale, ha interrotto attività produttive, commerciali, sociali e culturali, e continua a mietere vittime. 

Dentro l'emergenza sanitaria e sociale tutt* abbiamo sperimentato la precarietà dell'esistenza, la fragilità e l’interdipendenza della vita umana e sociale. Abbiamo avuto prova di quali siano le attività e i lavori essenziali alla vita e alla comunità. Abbiamo avuto dimostrazione di quanto sia delicata la relazione con la natura e i differenti sistemi ecologici, abbiamo lavorato per anni a costruire una società antropocentrica e oggi la natura ci chiede il conto e ci ricorda che non siamo i padroni del pianeta e della vita che contiene, siamo parte della vita sulla Terra e da lei dipendiamo. 

Decenni di politiche di tagli, privatizzazione e aziendalizzazione della sanità, di globalizzazione guidata dal profitto, hanno trasformato un serio problema epidemiologico in una tragedia di massa, dimostrando quanto essenziale ed ampia sia invece la dimensione sociale del diritto alla salute.


Mai come oggi il mondo della globalizzazione appare cosí debole. Sembrerebbe che il sistema sia stato messo in pericolo da un virus, ma di fatto è stato distrutto da insostenibili politiche sociali, economiche, industriali e ambientali.

La pandemia ha semplicemente messo in evidenza come un sistema basato sul pensiero unico del mercato e sul profitto, su un antropocentrismo predatorio, sulla riduzione di tutto il vivente a merce non sia in grado di garantire protezione ad alcun*.

La pandemia è una prova della crisi sistemica in atto, le cui principali evidenze sono determinate dalla drammatica crisi climatica, provocata dal riscaldamento globale, e dalla gigantesca diseguaglianza sociale, che ha raggiunto livelli senza precedenti.

L’emergenza climatica è vicina al punto di rottura irreversibile degli equilibri geologici, chimici, fisici e biologici che fanno della Terra un luogo abitabile; la diseguaglianza sociale si è resa ancor più evidente durante la pandemia, mostrando la propensione del sistema economico, sanitario e culturale vigente a selezionare tra vite degne e vite di scarto.

Giustizia climatica e giustizia sociale sono due facce della stessa medaglia e richiedono in tempi estremamente brevi una radicale inversione di rotta rispetto all'attuale modello economico e ai suoi impatti sociali, ecologici e climatici.

Niente può essere più come prima, per il semplice motivo che è stato proprio il prima a causare il disastro.

Oggi più che mai dobbiamo pensare alla costruzione di una società della cura, che sia cura di sé, dell'altr*, dell'ambiente, del vivente, della casa comune e delle generazioni che verranno.



Al primo punto del nuovo corso mettiamo la conversione ecologica del sistema economico e della società.

L'emergenza climatica è drammaticamente vicina al punto di non ritorno. Il tempo a nostra disposizione si sta esaurendo: il riscaldamento climatico si aggrava, aumentano gli incendi, accelera la scomparsa dei ghiacciai, la morte delle barriere coralline, la sparizione di interi ecosistemi e di specie animali e vegetali, aumentano le inondazioni e i fenomeni meteorologici estremi.

Anche la nostra crescente vulnerabilità alle pandemie ha la sua causa profonda nella distruzione degli ecosistemi naturali, nella progressiva industrializzazione della produzione, in primo luogo di quella agroalimentare, e nella velocità degli spostamenti di capitali, merci e persone. Un modello produttivo basato sulla chimica tossica e sugli allevamenti intensivi ha provocato un verticale aumento della deforestazione e una drastica diminuzione della biodiversità. Tutto questo, sommato a una crescente urbanizzazione, all'estensione delle megalopoli e all’intensificazione dell’inquinamento, ha portato a un cambiamento repentino degli habitat di molte specie animali e vegetali, sovvertendo ecosistemi consolidati, modificandone il funzionamento e permettendo una maggiore contiguità tra le specie selvatiche e domestiche.

Una radicale inversione di rotta in tempi estremamente rapidi è assolutamente necessaria e inderogabile. Occorre promuovere la riappropriazione sociale delle riserve ecologiche e della filiera del cibo, sottraendola all'agro-business e alla grande distribuzione, per garantire la sovranità alimentare, ovvero il diritto di tutt* ad alimenti nutritivi e culturalmente adeguati, accessibili, prodotti in forma sostenibile ed ecologica. 

Impianto Saras

Occorre avviare una profonda conversione ecologica del sistema tecnologico e industriale, a partire dalla decisione collettiva su “che cosa, come, dove, quanto e per chi” produrre e da un approccio eco-sistemico e circolare ai cicli di lavorazione e alle filiere, dall'estrazione dei materiali alla produzione, dalla valorizzazione ai mercati, al consumo finale.

Occorre invertire la rotta nel sistema del commercio internazionale e degli investimenti finanziari, sostituendo l'inviolabilità dei diritti umani, ambientali, economici e sociali all'attuale intoccabilità dei profitti, e rendendo vincolanti tutte le norme di tutela sociale e ambientale per tutte le imprese, a partire da quelle multinazionali, anziché concedere loro di agirle solo volontariamente o come forme di filantropia.

Un nuovo paradigma energetico, con l’immediato abbandono dei combustibili fossili, deve fondarsi su energia “pulita, territoriale e democratica” invece che “termica, centralizzata e militarizzata”. Un approccio sano al territorio e alla mobilità deve porre fine al consumo di suolo e alle Grandi e meno grandi Opere inutili e dannose, per permetterci di vivere in comunità, città e sistemi insediativi che siano luoghi di vita degna, socialità e cultura, collegati tra essi in modo sostenibile.

Va profondamente ripensata la relazione di potere fra esseri umani e tutte le altre forme di vita sul pianeta: non possiamo assistere allo sterminio di molte specie animali e al brutale sfruttamento di diverse altre, pensando di restare indenni alle conseguenza epidemiologiche, climatiche, ecologiche ed etiche.

Occorre una conversione ecologica, una rivoluzione culturale, che ispiri e promuova un cambiamento economico e degli stili di vita.

Gli altri elementi necessari per un cambiamento davvero radicale riguardano:

·      Lavoro, reddito e welfare nella società della cura

·      Riappropriazione sociale dei beni comuni e dei servizi pubblici

·      Centralità dei territori e della democrazia di prossimità

·      Pace, cooperazione, accoglienza e solidarietà

·      Scienza e tecnologia al servizio della vita e non della guerra

·      Finanza al servizio della vita e dei diritti

 

 


Sono invitate tutte le persone, le associazioni, i comitati, le reti associative e di movimento, le esperienze autogestite, le realtà studentesche, sociali e sindacali, a dar vita in tutte le piazze del Paese (nel pieno rispetto delle norme anti-Covid) ad una grande giornata di

MOBILITAZIONE NAZIONALE

sabato 21 novembre 2020 ore 15.00

a Cagliari, in via Roma

sotto la sede del Consiglio Regionale

 

Italia Nostra Sardegna si riconosce nel manifesto della mobilitazione e partecipa alla manifestazione di Cagliari 

Sull'argomento



venerdì 13 novembre 2020

L'assalto delle multinazionali a "sa Libra"

di Diego Asproni*

Nell'ultimo capitolo del romanzo  SOS SINNOS, Michelangelo Pira ritorna a Sa Libra, tra Onanì, Bitti e la Colonia Penale di Mamone. L'autore del libro, immagina di essere trasportato in taxi dalla Piazza Maggiore di Bologna alla chiesetta de Santu Bachis de Onanie. 

Qui avviene l'incontro con la madre Teresa che lo riconosce e lo abbraccia.

Il viaggio prosegue con il sentiero in salita e l'arrivo a Sa Libra, l'ovile della sua infanzia.  Ad uno ad uno egli riconosce gli alberi e gli animali: il cane, le capre, il bue, le pecore, gli agnelli, i cinghiali, compresi quelli che aveva dovuto macellare e mangiare. 

Molti hanno parole buone con lui, altri lo rimproverano ma, poi lo perdonano. 

La notizia straordinaria del ritorno di Milianu nell'antico ovile si sparge in tutto il mondo e da tutti i continenti ritornano gli amici, i parenti, i conoscenti. Vengono tutti, dall'Argentina alla Polonia, viene anche Rosa, la cugina che aspetta il ritorno del marito Salvatore dalla Germania. 

Milianu chiama e invita tutti i sardi a ritornare a Sa Libra: i pastori dalla Toscana, gli operai emigrati da Torino, i condannati dalle prigioni, i soldati dispersi in Russia, in Abissinia, in Grecia... <<...Ghirate totu cantos a Sa Libra..>>, tornate tutti, io sono qui, voi dove siete? Voglio parlare con persone vere, voglio toccare cose vere, non mi basta più vivere dentro campane di vetro. 

Questo dice nelle ultime pagine del testo di Sos Sinnos.

Per tanto tempo mi sono chiesto cosa volesse dire Michelangelo Pira con queste parole. Mi chiedevo perché, ad un certo punto della sua vita, lui, intellettuale affermato, ormai docente di antropologia culturale all'università di Cagliari avesse deciso di scrivere un romanzo in lingua sarda. 

Quando lui aveva iniziato la scrittura di questo romanzo, tra il '75 e l'80, in Sardegna  i  movimenti anticolonialisti denunciano il fallimento del Piano di Rinascita, l'occupazione militare, e  la forte emigrazione. 

Gli stessi movimenti nel 1978 raccolgono 13000 firme e presentano in Consiglio Regionale, una proposta di legge popolare per il riconoscimento del bilinguismo in Sardegna. 

L'intellettuale Michelangelo Pira vede tutto questo e decide di ritornare a Sa Libra. Sa Libra è la metafora della sua scelta politica e culturale in contrasto con la linea dei grandi partiti e delle università. 

La sua scelta, quasi un manifesto, è quella di scrivere uno dei primi romanzi in lingua sarda. 

Il professore universitario sceglie di usare una lingua emarginata, non ufficiale, per una comunicazione moderna e alta, niente affatto folkloristica. 

Rifiuta l'ambiguità di vivere in ogni luogo, ritorna e riconosce la sua vera strada e la ripercorre ancora. Per poco tempo, purtroppo. 

Non sappiamo quanto della sua creatività politica sarebbe stata di aiuto per fermare la svendita di coste, terre, beni materiali e immateriali che stiamo vivendo. 

Non possiamo saperlo perché la strada appena iniziata, finiva già con la sua scomparsa prematura nel 1980. 

Sicuramente la sua intelligenza sarebbe stata di aiuto oggi che le multinazionali dell'eolico sono all'assalto dell'altopiano, da Lodè a Osidda. 

Sono 61 le torri, sei i progetti presentati: tre a Bitti, due a Nule, uno ad Onanì per un totale di 280 MW. L'ultimo progetto, quello di Onanì con 6 torri alte 206 metri, è previsto proprio a Sa Libra, nei luoghi del cuore dell'intellettuale di Bitti.

Mai come adesso è stato attuale il suo invito <<...Ghirate totu cantos a Sa Libra...>>, guardate quanto accade nella vostra terra.

Bitti 10 -11-2020


* Diego Asproni - artista poliedrico di Bitti prima studente dell’Istituto d’arte di Sassari poi, minatore per tre anni e ancora Assessore alla Cultura del suo paese e insegnante.


Murales di Diego Asproni


sull'argomento

Italia Nostra Sardegna - Aggressioni senza precedenti a monti e pianure della Sardegna

Italia Nostra Sardegna - Il parco eolico di "sa Gomorretta"una ferita nel cuore della Sardegna

L'Unione Sarda - Eolico, il no di Lula per salvare il telescope








mercoledì 4 novembre 2020

Aggressione senza precedenti a monti e pianure della Sardegna

Con la presentazione delle Osservazioni Italia Nostra Sardegna è intervenuta nel procedimento di Valutazione di Impatto Ambientale in corso presso il Ministero dell’Ambiente e relativo ai progetti di due parchi eolici con opere connesse, da realizzarsi nei territori di Bitti, Nule, Benetutti e comuni limitrofi. Si tratta di due impianti di grossa taglia (da 56 e 63 MW di potenza con pale che raggiungono 200 mt di altezza), che si andrebbero ad aggiungere ad una miriade di altri già in produzione o in attesa di autorizzazioni, tutti dislocati nella Barbagia di Bitti e nel Goceano. 

Nelle Osservazioni sono state evidenziate le molteplici criticità presenti negli elaborati di progetto. La localizzazione degli impianti appare non sostenibile per gli impatti paesaggistici e per le interferenze con le componenti abiotiche e biotiche naturalistiche (in particolare l’avifauna) ed irrazionale si rivela l’ulteriore adduzione di produzione energetica in un sistema elettrico al limite del collasso per la proliferazione senza controllo di tali strutture. Come già evidenziato dai Sindaci del Territorio e dalla comunità scientifica, è stata eccepita l’incompatibilità dei parchi eolici con importanti progetti di interesse internazionale, quali l’osservatorio “Einstein Telescope e il laboratorio SARDAGRAV”, in corso di realizzazione nelle miniere di “Sos Ennattos” a Lula, progetti questi ultimi che rappresentano un’occasione storica per il rilancio del territorio. 

Einstein Telescope: schema

I due impianti contestati da Italia Nostra Sardegna andrebbero ad aggiungersi ad altri sei (attualmente a VIA) per una potenza totale che supera gli 800 MW e ad oltre una sessantina di parchi fotovoltaici disseminati in tutta la Sardegna. Se venissero autorizzati si raggiungerebbe una potenza complessiva installata superiore ai 2mila MW, con l’occupazione solo in parte di aree industriali e con la perdita di circa 3mila ettari di terreni agricoli.

Nelle Osservazioni si richiamano i contenuti della recente Sentenza (573/2020 del 23.10.2020) del TAR Sardegna, nella quale si fa espresso riferimento ai vincoli imposti dalla Delibera della Giunta Regionale del 7 agosto 2015 n. 40/11 (aree non idonee alla installazione degli impianti eolici). La Sentenza accoglie inoltre la tesi di Ministero dei BBCC e RAS, da sempre sostenuta da Italia Nostra, che l’area di rispetto dei siti di interesse archeologico e di tutela dei Beni culturali debba estendersi in rapporto al contesto territoriale e quindi non limitarsi ai 1.600 mt di distanza dal singolo monumento come stabilito dalla D.G.R.  

La Sentenza precisa infatti che <<… il principio di massima diffusione delle fonti di energia rinnovabili arretra quando sussistano, in concreto, importanti elementi di natura paesaggistico-archeologica da preservare, ove la problematica, in particolare, della tutela archeologica dei “beni di prossimità” assume valore prevalente ed assorbente. Condizionando negativamente la realizzabilità del progettato intervento di grande impatto sul territorio…>>.  Nello specifico gli impianti di Bitti e Nule sono ubicati in adiacenza di importanti siti archeologici.

Oggi si assiste impotenti al tragico ricorso storico dell’assalto incontrollato alle risorse naturali dell’Isola da parte di imprenditori, facilitatori, speculatori, che grazie all’elargizione di capitali pubblici realizzano ingenti profitti a danno di beni ambientali e culturali. Corre l’obbligo dunque di interrogarsi su quale modello di produzione energetica si vuole puntare, se lasciare campo libero alla speculazione incontrollata o privilegiare comunità energetiche, autoproduzione, autoconsumo; in altri termini scegliere tra sfruttamento capitalistico o fruizione democratica delle fonti energetiche. Una dicotomia che trova soluzione nella  richiesta avanzata in questi giorni da parte di  Italia Nostra Sardegna, CIA, Cobas Cagliari e USB Sardegna al Ministero dell’Ambiente  e alla Regione Sardegna, affinché si sospendano i progetti in corso per la realizzazione di grandi impianti di produzione da FER, si respingano le proposte di ulteriore occupazione di suolo agricolo, si avvii una consultazione con gli stakeholder per l’elaborazione di un Piano Strategico Generale all’interno del quale inserire una coerente riformulazione del Piano Energetico e Ambientale. 

In tempestiva sintonia Italia Nostra Nazionale ha a sua volta rivolto al Governo un appello a costituire un tavolo di concertazione a livello nazionale per individuare le aree compatibili con gli impianti di produzioni energetiche da FER, in modo da programmare gli interventi ed evitare che da questa situazione di dissennata deregulation si dia campo libero alla speculazione ed alle ecomafie. 

sull'argomento

Italia Nostra Sardegna - Non cé spazio in Sardegna per i megaimpianti eolici offshore

E-Gazzete -  No all'eolico. TAR Sardegna:  il vincolo architettonico è imprescindibile

Il Manifesto Sardo - Aggressione senza precedenti a monti e pianure della Sardegna

L'Unione Sarda - Eolico: la Saras vuole le vette della Barbagia

L'Unione Sarda - Sole e vento, il business nell'isola

Sardegnagol - Eolico. Progressisti: "Piano strategico per l'installazione di impianti a terra e a mare" 

La natura delle cose - Le rovinose stupidaggini delle pale eoliche






sabato 31 ottobre 2020

Questa non è la transizione che serve alla Sardegna

Italia Nostra Sardegna, la Confederazione Italiana Agricoltori Sardegna (CIA), Cobas Cagliari e l‘Unione Sindacale di Base Sardegna chiedono la sospensione di tutti i progetti in corso per la realizzazione di grandi impianti di produzione da FER, con l’annullamento immediato di tutti i progetti ricadenti in aree agricole comprese quelle che solo sulla carta risultano aree industriali, e l’avvio di un tavolo di concertazione in cui si mettano le basi per l’elaborazione di un Piano Strategico Generale.

È ripreso negli ultimi mesi l’assalto dell’isola da parte dei signori del vento e del sole con decine di progetti presentati per la realizzazione di megaimpianti di produzione elettrica da fonti rinnovabili (FER).

Sono stati presentati agli uffici del Ministero dell’Ambiente e al Servizio Valutazione Impatti della Regione Sardegna ben 8 impianti eolici e 53 impianti fotovoltaici, per un totale di quasi 5.000 ettari di superficie occupata, di cui intorno a 3.000 di suolo agricolo, e 2.240 MW di potenza complessiva, un valore addirittura superiore al totale installato su tutta l’isola fino ad ora.

Oltre a compromettere irreversibilmente il patrimonio ambientale e paesaggistico sardo, se approvati, tali progetti non farebbero altro che accrescere il già confuso quadro energetico, complicando ulteriormente la gestione della produzione e della distribuzione elettrica.

Ad oggi la Sardegna è caratterizzata da un eccesso di potenza installata - suddivisa quasi equamente tra fossile e rinnovabile -, da una rete elettrica obsoleta e un’insufficienza di impianti di accumulo. L’ingombrante presenza delle centrali di produzione da fossile, oltre a ostacolare una corretta e necessaria transizione alle rinnovabili, impedisce da un lato di utilizzare adeguatamente la generazione da FER già operativa e dall’altro determina un surplus di energia elettrica che arriva a sfiorare il 50% del fabbisogno isolano. La sola centrale Sarlux – un impianto alimentato dagli scarti di lavorazione del petrolio, il Tar, equiparato a fonte rinnovabile e grazie al quale usufruisce di incentivi pari nel solo 2017 a quasi 363 milioni di euro – immette in rete l’intera produzione operando a pieno regime e arrivando da sola a soddisfare oltre il 40% del nostro fabbisogno elettrico. Le altre due centrali a carbone di Portovesme e Fiumesanto, oltre ad essere poco flessibili, svolgono il compito di sopperire alle inevitabili oscillazioni della domanda e della incostante produzione delle rinnovabili non programmabili.

Le vere priorità riguardano perciò l’ammodernamento della rete, un’attenta programmazione dei consumi, la messa a disposizione di idonei sistemi di accumulo e il taglio drastico dei consumi.


Gli interventi di ammodernamento della rete si rendono indispensabili per una più efficace gestione della produzione da FER. La rete, infatti, si sviluppa attualmente lungo una grande dorsale nord-sud ma, affinché risponda adeguatamente allo sviluppo delle rinnovabili, deve essere modificata profondamente e trasformata in una sorta di ragnatela così da essere adeguata alla produzione distribuita.

Allo stesso modo, per far fronte alle inevitabili variazioni della produzione non programmabile, dipendente dalle condizioni metereologiche (sole e vento), si deve intervenire, laddove possibile, programmando accuratamente e flessibilizzando i consumi - in modo da ridurre i picchi della domanda e, al contempo, sfruttare in maniera ottimale i periodi di massima erogazione della potenza -, e realizzando impianti di accumulo in grado di immagazzinare energia quando vi è eccesso di produzione e di rilasciarla quando la domanda supera la capacità produttiva. Ciò nondimeno, tali interventi devono accompagnarsi ad una terza, e forse ancora ancora più importante azione: il taglio drastico degli sprechi e la razionalizzazione dei consumi.

Per questa ragione, come dimostrato nella proposta presentata al MISE, “Sardegna, Isola Zero CO2 – phase out 2025”, gli sforzi devono essere doverosamente indirizzati alla riorganizzazione profonda del presente piuttosto che all’inutile e dannosa proliferazione di grandi impianti di produzione. In questo scenario, infatti, ogni ulteriore incremento di impianti di produzione non farebbe altro che andare a peggiorare una situazione già pesantemente compromessa. Nondimeno, è importante sottolineare come già oggi la maggior parte dei grandi impianti di produzione presenti, siano essi da fonte fossile o rinnovabile, hanno scopo quasi esclusivamente speculativo e i pesanti costi derivati da incentivi e cattiva gestione ricadono sulle bollette degli utenti. Ulteriori impianti comporterebbero un aumento delle inefficienze e dei costi in bolletta. . Paradossalmente, in queste condizioni, l’incremento degli impianti FER non farebbe altro che rendere necessario un ancora maggiore apporto delle centrali fossili.


Come programmare il futuro?

Con l’approvazione della legge n 8 del 2020, l’Italia, recependo parzialmente la direttiva europea, ha finalmente dato il via alla costituzione delle “comunità energetiche”, consentendo con ciò la produzione da rinnovabili e l’autoconsumo energetico all’interno di comunità fino ad un limite di 200 kW di potenza installata. È questo un primo importante passo verso la democratizzazione della produzione elettrica che potrebbe consentire in tempi non troppo lontani di coprire buona parte del fabbisogno elettrico civile sfruttando adeguatamente i tetti e le superfici delle aree urbane e industriali.

Restano però irrisolti alcuni nodi, relativi appunto al controllo delle risorse e alla tutela del paesaggio, dell’ambiente e della salute, ai costi delle infrastrutture, oltreché al diritto al lavoro e a vivere in un ambiente bello, confortevole e sano.

Italia Nostra Sardegna, CIA, Cobas Cagliari e l‘USB Sardegna ritengono non sia più procrastinabile per la Sardegna l’adozione di un articolato piano di programmazione e di buone pratiche, in cui si stabiliscano obiettivi, principi e criteri di sviluppo. Un Piano Strategico in cui si tenga conto nella reale misura delle esigenze del territorio e dei fabbisogni, nell’ambito del quale trovi adeguato e congruo spazio la pianificazione energetica, in modo che il settore energetico costituisca parte integrante e funzionale di una strategia di sviluppo generale del territorio. Così come anche previsto dal decreto semplificazioni del 16 luglio 2020, all’art. 50 comma c, i progetti e le opere necessarie per l'attuazione del Piano Nazionale Integrato per l'Energia e il Clima (PNIEC) devono tenere “conto delle caratteristiche del territorio, sociali, industriali, urbanistiche, paesaggistiche e morfologiche (e delle aree sia a terra che a mare caratterizzate dalla presenza di siti di interesse nazionale da bonificare ovvero limitrofe) con particolare riferimento all'assetto idrogeologico e alle vigenti pianificazioni”. In un tale piano di programmazione devono trovare forma concreta piani attuativi e specifici finanziamenti, processi, cronoprogrammi e obbiettivi di riduzione di emissioni e consumo di combustibili fossili e, allo stesso modo, la programmazione di bonifiche ambientali, la sostenibilità e salvaguardia ambientale e sanitaria, la tutela del suolo, del paesaggio e del patrimonio. In tal modo, onde evitare di incorrere nella realizzazione di ulteriori, inutili, dannose e insensate opere di grande impatto, i processi di infrastrutturazione da FER, oltre ad essere coerenti col piano generale, devono essere contestualizzati, integrarsi correttamente nel territorio, e tenere conto degli impatti e delle trasformazioni prodotte di tipo territoriale, paesaggistico, economico e sociale.

Tra i progetti attualmente al vaglio delle autorità competenti, ve ne sono molti fotocopia, e altri che, pur interessando formalmente aree industriali, come anche visibile dalle foto aeree, in realtà ricadono su superfici coltivate e impiegate come suolo agricolo. Si tratta nel complesso di meri progetti speculativi il cui reale scopo è usufruire dei ricchi incentivi pubblici messi a disposizione. Le società proponenti, inoltre, non hanno obblighi di alcun genere in merito ai costi di gestione e regolazione del sistema. Sono privati i profitti e collettivi i costi. Non vi sono, per esempio, obblighi relativamente alla realizzazione di impianti di accumulo da parte degli attori privati o di adeguamento della rete in funzione della realizzazione di nuovi impianti di produzione industriali.

Il Piano Strategico di Programmazione di cui sarebbe indispensabile dotarsi trova il suo senso nel rilancio e nella rilocalizzazione delle attività produttive, di concerto con le amministrazioni e le comunità interessate, attraverso un reale ed efficace processo partecipativo, puntando sulla diffusione delle comunità energetiche, su attività a basso consumo energetico e a basso o nullo impatto ambientale, a cominciare proprio dal settore primario come l’agricoltura in cui la Sardegna, nonostante l’ampia disponibilità di suolo fertile, arriva a importare oltre l’85% di alimenti.



In questo contesto, l’autorizzazione di nuovi impianti di produzione industriale deve prevedere l’addebito per le società proponenti dei costi per i sistemi di accumulo e per l’adeguamento del sistema elettrico e i produttori devono garantire l’erogazione di energia, ciò che significa dare garanzia di fornitura quando realmente necessario e non in dipendenza delle condizioni metereologiche e del prezzo di mercato. L’energia deve essere considerata a tutti gli effetti Bene Comune, e per l’aspetto di interesse collettivo che riveste devono essere disincentivate tutte le attività speculative. Gli incentivi nelle loro diverse forme devono pertanto essere adeguatamente finalizzati e gradualmente ridotti, mentre la produzione e la gestione dell’energia elettrica devono diventare di controllo collettivo.

Per quanto sopra esposto, si chiede la sospensione di tutti i progetti in corso per la realizzazione di grandi impianti di produzione da FER, con l’annullamento immediato di tutti i progetti ricadenti in aree agricole comprese quelle che solo sulla carta risultano aree industriali, e l’avvio di un tavolo di concertazione in cui si mettano le basi per l’elaborazione di un Piano Strategico Generale.

 

     CIA Sardegna - Italia Nostra Sardegna -  Cobas Cagliari - USB Sardegna


Scarica qui la proposta per decarbonizzare la Sardegna e combattere la speculazione energetica

Sardegna: "Isola Zero CO2 -phase out 2025" 




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