giovedì 31 agosto 2023

Assalto eolico speculativo al Montiferru

Pubblichiamo il testo integrale del comunicato stampa diramato in data odierna dal Comitato s'Arrieddu per Narbolia col quale Italia Nostra Sardegna collabora da anni a difesa dei territori, del consumo di suolo e contro la speculazione delle energie rinnovabili.

Come ormai succede da tempo, un po’ in tutta la Sardegna, ma non solo, si sta prospettando un nuovo assalto al nostro territorio attraverso progetti speculativi e non programmati di energia rinnovabile che superano di gran lunga la produzione di energia di cui la Sardegna ha bisogno ed effettivamente consuma. 

Guarda caso, anche stavolta, le Amministrazioni Comunali e le loro comunità sono state avvisate nei giorni di Ferragosto di un progetto che prevede 7 pale eoliche in territorio di Seneghe e 2 in quello di Narbolia. Ciascuna della potenza di 6,6 MW per un totale di 59,4 MW. I pali dovrebbero essere alti 125 metri e il rotore dovrebbe avere un diametro di 170 metri, perciò l’altezza finale dovrebbe raggiungere i 210 metri. L’impianto, del costo previsto di circa 90 milioni di euro dovrebbe avere una vita utile di 25/30 anni. I basamenti di ogni palo dovrebbero avere un diametro di 25 metri ed una profondità di 3 metri per un totale di 75 metri cubi di cemento armato per ogni palo. 

La mappa dell'area in cui saranno installati gli aerogeneratori

Ma, come ampiamente dimostrato anche altre volte, le Amministrazioni e la popolazione, nonostante le difficoltà, non si arrendono e si stanno mobilitando. Infatti i Comuni hanno già convocato i loro Consigli Comunali per deliberare in proposito. La settimana scorsa ha cominciato il Comune di Solarussa (Sindaco Mario Tendas), mercoledì 29 agosto è stato il turno dei Comuni di San Vero Milis (Sindaco Luigi Tedeschi) e di Siamaggiore (Sindaco Davide Dessì), oggi, giovedì 31 agosto, sarà il turno di Narbolia (Sindaco Giangiuseppe Vargiu) e stanno arrivando anche quelli di Zeddiani (martedì 5 settembre - Sindaco Claudio Pinna) e quello di Seneghe (Sindaca Albina Mereu). 

Anche il Comitato S’Arrieddu per Narbolia, rimasto silente dopo la surreale sentenza del Consiglio di Stato che, non ha dato esplicitamente ragione, ma con cavilli giuridici ha salvato la ditta che gestisce le serre fotovoltaiche di Narbolia, si è immediatamente riattivato. Infatti dopo aver avuto diversi incontri anche con i Sindaci coinvolti sta organizzando un’assemblea popolare aperta a tutti per discutere e informare su tutte le implicazioni di questo inopportuno e dannoso progetto. Se ne parlerà a Narbolia alle ore 18,00 di lunedì 4 settembre presso il Centro Polivalente “Peppino Pippia”, in Piazza Segni. All’incontro saranno presenti il Sindaco di Villanovaforru Maurizio Onnis, Graziano Bullegas di Italia Nostra Sardegna e Antonio Muscas dei Comitati di Villacidro. 

Saranno inoltre presenti i Sindaci dei Comuni interessati dall’impianto industriale, l’Assessore Regionale Anita Pili e il Consigliere Regionale Alessandro Solinas. Insomma un incontro importante dove saranno affrontate tutte le problematiche poste dal progetto, a partire dal consumo di suolo, dall’impatto ambientale e del paesaggio culturale identitario, oltre che dei problemi economici (per esempio agricoltura/pastorizia e turismo) e sociali e della democrazia energetica (vedi autoconsumo e comunità energetiche). 

La locandina dell'evento

sull'argomento

Il link al portale del MASE per scaricare il progetto 

RAI News 24 - Eolico a Narbolia e Seneghe, i sindaci compatti: "Il Consiglio Regionale ci tuteli"

Link Oristano - "Ecco il vostro impianto eolico". Sorpresa per sei comuni dell'Oristanese alla vigilia di ferragosto

La Nuova Sardegna - Montiferru: tutti i comuni per il NO all'eolico

L'Unione Sarda - Pale eoliche tra Montiferru e Alto Campidano: vento contrario da sei comuni


Impianto industriale nei monti del nord Sardegna



giovedì 17 agosto 2023

Messa in sicurezza della Falesia di Punta Giglio: Italia Nostra ha presentato istanza di accesso agli atti e di Valutazione di Incidenza Ambientale (VIncA)

Non può che lasciare perplessi l’elusione della procedura di Valutazione di Incidenza Ambientale, resa obbligatoria dalla Direttiva Habitat per le aree ZSC - SIC e ZPS), in merito al progetto dei “Lavori di mitigazione rischio frana in falesia – Punta Giglio (Alghero)”. A tale conclusione induce da una parte la mancata pubblicazione del progetto sui siti (sia dell’Azienda Speciale-Parco di Porto Conte, sia dell’Assessorato della difesa dell’ambiente della Regione Sardegna), dall’altra l’avviso pubblico di procedura negoziata dell’Ente Parco. 

Per questa ragione Italia Nostra Sardegna ha ritenuto di dover inoltrare, in data 10 agosto, ad entrambi gli Enti interessati (Ente Parco e Regione - Servizio Valutazioni Impatti e Incidenze Ambientali) una richiesta di accesso agli Atti, insieme ad un invito rivolto all’Assessorato all’Ambiente affinché, prima dell’attivazione della procedura negoziale, si dia luogo, in ottemperanza alle Linee Guida Nazionali sull’art.6 della Direttiva Habitat, all’espletamento della VIncA per il citato progetto.

E’ di tutta evidenza che le attività di disgaggio (demolizioni e abbattimenti) sulle parti a rischio frana e gli interventi di chiodatura previsti in progetto, volti a “stabilizzare pendii, scavi e pareti rocciose”, andrebbero valutati sia in relazione alla loro reale efficacia di messa in sicurezza del sito, sia in termini di incidenza sugli habitat della falesia e sull’avifauna ivi nidificante (tra cui alcune specie a rischio di estinzione a livello mondiale). Come pure occorre richiamare la non congruenza di tali interventi con la recente legislazione adottata dall’Unione Europea sulla conservazione della biodiversità e degli habitat. 

Vi è ancora da aggiungere che nell’intervento sono state previste opere a mare che appaiono in singolare dissonanza con le finalità precauzionali di messa in sicurezza della falesia, quali ad esempio l’installazione di 15 boe (ben 5 delle quali prossime alla falesia stessa) atte a consentire l’ancoraggio di “unità nautiche” per attività di immersione e di imbarcazioni per il “trasporto collettivo” per la fruizione turistica delle aree marine al piede della falesia. L’incremento della pressione antropica via terra (ripristino sentieri) e via mare (ormeggi e moli) si pone, infatti, in netta antitesi con la finalità dichiarata del contenimento del rischio, soprattutto ove si consideri che il contesto ambientale in cui si inscrive, esclude l’accoglimento di istanze di dissennato sfruttamento antropocentrico 

Viceversa una visione naturocentrica, coniugata al principio di precauzione (Dichiarazione di Rio 1992), potrebbe dar luogo a un intervento meno pervasivo e meno denso d’incognite. La mappatura delle criticità e il monitoraggio dei fenomeni evolutivi dovrebbero costituire i principi ispiratori di un progetto di restauro naturalistico calibrato sulle specifiche esigenze di un sito ricompreso in una Zona di Speciale Conservazione (ZSC), piuttosto che fare ricorso a tecniche d’ingegneria ambientale di dubbia efficacia per le azioni meccaniche potenzialmente inducibili su una parete rocciosa ad alta instabilità.

In sintesi l’adozione alternativa di un’opzione zero (non esclusa in ambito VIncA) con un congruo ampliamento della zona di interdizione, consentirebbe il naturale decorso evolutivo della falesia evitando d’incrementare le cause di alterazione degli equilibri geostatici e tendenzialmente azzerando il pericolo per la pubblica incolumità. 

Non si può quindi che concordare con le riserve sull’intervento formulate dal Comitato per Punta Giglio affidate a una petizione diffusa sui social, che ha già raccolto numerose autorevoli adesioni 

Infine, non è inutile rammentare che il dibattito pubblico e il processo partecipativo, finora sostanzialmente elusi, non sono gentili concessioni delle Amministrazioni procedenti, ma diritti dei cittadini, sanciti nell’interesse pubblico da norme nazionali (Dlgs 241/90, Linee Guida, ecc.), nonché da una cospicua legislazione europea.



sull'argomento

Italia Nostra - Falesia di Punta Giglio: Italia Nostra ha presentato istanza di accesso agli atti

Alghero live - Messa in sicurezza della falesia di Punta Giglio, anche Italia Nostra ha presentato istanza di accesso agli atti.Procedura del Parco nel mirino.

L'Unione Sarda - Punta Giglio, petizione online: "No alla messa in sicurezza della falesia"



mercoledì 2 agosto 2023

Richiesto l’annullamento della concessione della ex stazione di vedetta di Capo Figari

Italia Nostra Sardegna ha provveduto ad inoltrare lo scorso primo agosto all’Assessorato agli EE.LL. Finanza e Urbanistica della Regione Sardegna un’istanza con la quale si chiede di procedere all’annullamento in autotutela della Gara di affidamento in concessione di valorizzazione ex stazione di vedetta di Capo Figari e Batteria Serra. Comune di Golfo Aranci o comunque degli Atti di aggiudicazione della stessa per la sussistenza di vizi di legittimità sostanziali e formali nell’ambito del procedimento amministrativo.


Nell’istanza si fa rilevare che la procedura ha disatteso gli indirizzi e le finalità dettate dalla Delibera 30/36 del 20.06.2017, avente ad oggetto il “Progetto Orizzonte Fari, Intervento di valorizzazione del patrimonio marittimo-costiero della Sardegna”. La delibera infatti fissava metodologie e finalità del progetto di Valorizzazione, definito come “un intervento sistemico di valorizzazione” con un approccio unitario, tale da consentire “di costruire un circuito di fruizione dei paesaggi costieri, utilizzando i manufatti esistenti come porte di accesso ai vari ambiti di paesaggio costieri, leggibili in maniera integrata” e faceva esplicito riferimento ad una fruizione “legata alla cultura del mare e dell’ambiente mediterraneo”. 

Viceversa con l’Atto di concessione i beni pubblici sono stati assegnati ad una società per la loro trasformazione in una struttura alberghiera con finalità di carattere esclusivamente privatistico. Nell’istanza si rappresenta che la rifunzionalizzazione strutturale e la nuova destinazione d’uso così come prevista in concessione viola gli artt, 15, 54,56 delle NTA del Piano Paesaggistico, nonché il Codice dei Beni Culturali. 


Viene inoltre rilevata la violazione della procedura di vincolo per i Beni culturali per immobili di proprietà pubblica e realizzati da oltre 70 anni, così come prevista dagli artt.10 e 12 del Dlgs. 42/2004, nonché la mancata applicazione degli articoli 101 e 102 del medesimo Codice. Secondo tale disposto normativo i concetti di fruizione e valorizzazione sono da ritenersi strettamente vincolati e vincolanti.

La Valorizzazione infatti attiene alle iniziative atte ad alimentare, favorire e accrescere quella conoscibilità del bene che si esercita collettivamente attraverso la fruizione, che a sua volta si attua attraverso un’offerta culturale estesa alla conoscenza e al godimento collettivo, il che implica di norma l’accessibilità al pubblico. I caratteri peculiari che fanno della Stazione di Capo Figari un bene Identitario e un luogo di cultura sono intrinseci alla sua vicenda storica, atteso che nell’agosto del 1930 da un’antenna posta sulla sua sommità furono inviati i primi segnali ad onde corte captati a Roma dalla Stazione di Rocca di Papa. La moderna modalità di comunicazione emetteva i primi vagiti, frutto del parto geniale della mente di Guglielmo Marconi, proprio da quel sito. 

Infine l’istanza rileva le evidenti violazioni del vigente Piano di Gestione del SIC (ITB01009 e ZPS ITB013018) che tra le azioni di gestione (Tabella IA7, pag.130) definisce gli interventi consentiti dal Programma di recupero e riuso dei fabbricati posti nei luoghi sommitali di Capo Figari, da adibire alle attività istituzionali e Culturali dell'Ente Gestore. In particolare ne vengono così fissate a pag.157 le modalità di recupero e destinazione d’uso: Recupero e riuso del “Vecchio Semaforo” della Marina Militare: il progetto prevede il recupero statico ed architettonico dell'edificio mantenendone inalterate le caratteristiche originarie per la realizzazione di un centro storico culturale legato e servizio di accoglienza ai visitatori. 


E’ dunque del tutto evidente che sia per le modalità in cui si è intesa la Valorizzazione di un Bene d’interesse storico, sia per la sua ossimorica sottrazione alla fruizione collettiva, la trasformazione degli immobili di Capo Figari, peraltro collocati in un contesto di altissimo pregio ambientale e paesaggistico oggetto di una specifica cura gestionale, in strutture ricettive private ed esclusive viola palesemente le norme che ne dovrebbero garantire conservazione e tutela.

Con Atto a parte Italia Nostra Sardegna ha inoltre esplicitato una richiesta di accesso agli atti richiedendo copia digitalizzata degli allegati progettuali, dell’offerta presentata dal vincitore della gara e dell’atto di concessione in quanto non risultano pubblicati sul sito dell’Assessorato agli EE.LL. della Regione ove invece sono presenti gli altri Atti di gara.   

Clicca qui per leggere o scaricare l'istanza di annullamento completa


Su questo Blog

Capo Figari e la stazione semaforica: la memoria cancellata

Giornata virtuale dei beni in pericolo: la lista rossa di Italia Nostra

Sant'Antioco: Su semafuru tra i monumenti a rischio


Sull'argomento

Vanity Fair - Il sopruso di Capo Figari in Sardegna e l'Italia svenduta ai turisti (e a chi spende di più)

VIS, Viaggio in Sardegna - Capo Figari


giovedì 27 luglio 2023

RWM in Sardegna: l'industria bellica sull'isola, fra irregolarità e "colonizzazione industriale"

Intervista di Laura Tussi a Graziano Bullegas, segretario di Italia Nostra Sardegna

Intervista completa su Italia Che Cambia 

 https://www.italiachecambia.org/2023/07/rwm-sardegna-colonizzazione/

Da molti anni è in atto una sorta di colonizzazione da parte di RWM Italia, importante azienda del settore bellico. La Sardegna e i suoi abitanti sono divisi: da un lato chi contesta l'operato di RWM dal punto di vista etico e sottolinea il forte impatto negativo che l'azienda ha sul territorio sotto il profilo ambientale e quello sociale; dall'altro chi ritiene che la multinazionale crei opportunità di lavoro e ricchezza. Ma è davvero così? 


Sud Sardegna -  Lo scorso 13 luglio il Parlamento Europeo in seduta plenaria ha approvato il regolamento sull’ASAP Act in support of ammunition production, ovvero l’atto per sostenere l’aumento della produzione di munizioni in Europa. Una norma che, oltre a finanziare con 500 milioni di euro – consentendo agli Stati di attingere anche ai fondi del PNRR – la produzione di armi e munizioni, prevede una serie di agevolazioni e deroghe alle autorizzazioni da concedere alle industrie belliche per accelerare la produzione di munizioni made in Europe.  Infatti l’acronimo inglese di ASAP significa “As Soos As Possible”, il più presto possibile.

«Questa è una norma da tempo di guerra che coinvolge sempre più l’Europa nel conflitto Russo-Ucraino», sottolinea con una nota di preoccupazione Graziano Bullegas, segretario di Italia Nostra Sardegna, che segue da vicino le vicende di RWM Italia, controllata dalla multinazionale tedesca Rheinmetall che produce armi ed esplosivi nella provincia del Sud Sardegna. «Questa fabbrica – aggiunge Bullegas – potrebbe quindi trarre grandi vantaggi da questa norma per incrementare la produzione di munizioni da inviare in Ucraina, per ripristinare gli arsenali di tutta Europa e riprendere le esportazioni di munizioni verso i paesi del Golfo che erano state bloccate dal governo Conte nel 2019, blocco revocato lo scorso maggio dal governo Meloni».


Si tratta di nuove facilitazioni per i produttori di armi?

In Sardegna non si è dovuta attendere quella norma per facilitare l’insediamento di industrie che producono ordigni bellici. È bastata una politica industriale devastante sotto l’aspetto ambientale, sanitario, sociale e ovviamente economico, per trasformare il florido territorio del Sulcis-Iglesiente in una delle province più povere d’Europa e per creare il terreno fertile per accogliere qualsiasi attività, anche le più nocive e quelle più improponibili dal punto di vista etico.  

In questo clima nasce e prospera lo stabilimento acquisito dalla RWM Italia spa, controllata dalla multinazionale tedesca Rheinmetall, per la produzione di ordigni bellici: bombe per aerei da combattimento e proiettili per cannoni semoventi e per carri armati. L’azienda si inserisce nel tessuto economico, sociale e politico del piccolo centro di Domusnovas – regalie, doni, ristori economici, posti di lavoro e per qualche anno anche il finanziamento della festa patronale di Santa Maria Assunta.

Gli utili dell’azienda vanno alle stelle grazie alla vendita di armi di categoria MK80 – cioè bombe d’aereo e missili – all’Arabia Saudita, che poi le utilizzerà nella guerra in Yemen. Nel 2015 schegge di bombe MK80 sono state ritrovate nelle rovine di alcune città Yemenite bombardate e il loro numero di serie – A4447 – corrisponde allo stabilimento Domusnovas.

Durante il governo Renzi la società è stata autorizzata dall’AUMA a vendere diverse decine di migliaia di bombe per aereo, per un valore totale di oltre 400 milioni di euro. È stata definita dagli esperti la più grossa autorizzazione per l’esportazione di bombe mai rilasciata negli ultimi trent’anni. Per far fronte alle nuove commesse la RWM decide di espandersi e realizza un nuovo stabilimento adiacente a quello esistente.Considerata l’urgenza di produrre armi, l’espansione dello stabilimento ha seguito un iter autorizzativo semplificato e di dubbia legittimità. Anziché presentare un progetto industriale di espansione, ha deciso di aggirare l’ostacolo, grazie anche alla compiacenza dei vari livelli della pubblica amministrazione e ha presentato una miriade di richieste di autorizzazione edilizia indipendenti, sperando cosí di bypassare procedura di valutazione di impatto ambientale, nulla osta paesaggistici dell’intero intervento urbanistico industriale e autorizzazioni ambientali.

Con una serie di artifizi l’azienda è comunque riuscita a ottenere tutte le autorizzazioni senza dover   assoggettare l’impianto a procedura di VIA e di VINCA – nonostante sia ubicato a poche centinaia di metri da un Sito di Importanza Comunitaria (SIC) – e senza presentare alcun piano di intervento industriale e utilizzo delle terre di risulta movimentate.

Ci sono state reazioni di dissenso da parte della comunità locale?

L’arrivo dell’industria bellica ha comportato anche una serie di conseguenze negative. Dal punto di vista sociale, ha alimentato tensioni e divisioni nell’area vasta dell’Iglesiente. Molti cittadini hanno espresso perplessità sulla presenza di un’azienda che produce armi, in quanto il loro utilizzo alimenta conflitti e guerre in tutto il mondo.

Anche sotto l’aspetto economico, pur avendo portato alcuni benefici economici alla comunità di Domusnovas, come posti di lavoro e investimenti, ha inibito la nascita di attività più sostenibili nell’area e la stessa occupazione spesso sbandierata a sproposito è composta per buona parte da lavoratori somministrati, in quanto l’industria militare è spesso soggetta a fluttuazioni del mercato ed è influenzata da politiche esterne e cambiamenti nel settore della difesa. Ciò ha portato al licenziamento di numerose maestranze lasciando la comunità ancora più impoverita di prima.

Già dopo il 2015, a seguito della scoperta della scheggia di bomba che aveva distrutto una famiglia in Yemen, diversi cittadini hanno deciso di impegnarsi in prima persona riunendosi nel Comitato Riconversione RWM. Attorno e a sostegno del Comitato ritroviamo ambientalisti, antimilitaristi, parte della chiesa, sindacati di base ed etnici, associazioni culturali e del terzo settore.Si sono create così le prime contraddizioni e le prime fratture dentro una comunità che appariva coesa nella ricerca di opportunità di sopravvivenza e che ragionava più con la pancia che col cervello. Da una parte la comunità di Domusnovas compatta a difesa della RWM, sostenuta da molti politici locali e regionali, dall’altra numerosi cittadini-militanti. I favorevoli sostengono che il lavoro viene prima di tutto e che se queste armi non si costruiscono in quello stabilimento le costruiranno comunque da altre parti; i contrari sollevano questioni etiche e morali e parlano di riconversione e di rispetto della legalità. 


Quali sono state le azioni di contrasto all’attività della fabbrica? 

Oltre agli incontri, i sit-in, le manifestazioni di fronte allo stabilimento, l’attività di sensibilizzazione, la creazione di una rete di aziende che aderiscono alla rete WarFree – Lìberu dae sa Gherra, si è condotta una intensa azione giudiziaria coinvolgendo la magistratura penale e quella amministrativa. Nello stesso tempo si è attivato un pressing verso il governo perché l’Italia rispetti l’art. 11 della costituzione e i trattati internazionali contro la proliferazione delle armi. 

Contrasto e proposta quindi. Quali sono gli obbiettivi di WarFree? 

La rete Warfree nasce con l’intento di promuovere una nuova economia – civile, sostenibile e libera dalla guerra – in Italia e nel mondo, a partire dalla Sardegna, e per mettere a valore le numerose opportunità che offre il suo territorio e presentarlo come un luogo da cui nasce una proposta di pace.

Nello stesso tempo si propone di offrire alla comunità e ai decisori politici un segno di economia positiva per testimoniare le strade alternative all’industria delle armi e alla colonizzazione dei territori. Dimostrare che è possibile vivere praticando un lavoro degno, offrendo occasioni di crescita e strumenti di promozione alle imprese e ai professionisti che aderiscono alla rete.

Le iniziative sul fronte giudiziario? 

Alcune delle autorizzazioni ottenute per l’ampliamento dello stabilimento sono state impugnate davanti al TAR da numerose associazioni, comitati e sindacati di base. Dopo una lunga istruttoria e dopo aver sentito il parere di un consulente tecnico, il TAR Sardegna ha respinto il ricorso accogliendo le ragioni dell’azienda, della regione sarda e del Comune di Iglesias.

Giudizio appellato da Italia Nostra, USB e Assotziu Consumadoris de Sardinia davanti al Consiglio di Stato, che ha ribaltato a novembre 2021 la sentenza del TAR e accolto le motivazioni del ricorso annullando le autorizzazioni edilizie rilasciate dal Comune. Abbiamo anche presentato un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica di cui non conosciamo l’esito, anche perché il Comune di Iglesias lo ha tenuto nascosto in un cassetto per anni, anziché presentarlo al competente ministero.

Il resto dell'intervista su Italia Che Cambia 

https://www.italiachecambia.org/2023/07/rwm-sardegna-colonizzazione/



sull'argomento




martedì 18 luglio 2023

Capo Figari e la stazione semaforica: la memoria cancellata

Da anni Italia Nostra segue con viva preoccupazione l’incerto futuro dei fari, delle fortificazioni e delle stazioni semaforiche, Beni Comuni che costituiscono un corpus identitario del paesaggio costiero sardo. La costante richiesta di procedere ad un recupero di queste strutture attraverso lo studio preliminare e il restauro filologico, per consegnarle ad una destinazione finale garante della fruizione pubblica, è stata sempre ignorata dai decisori politici. I cosiddetti programmi e progetti di valorizzazione rivelano una mistificante pervicacia orientata alla radicale mutazione di manufatti carichi di storia, per di più tutelati da vincoli storico-artistici, al fine di destinarli a resort esclusivi, sottraendoli in tal modo alle Comunità. Fanno fede a tal fine le iconiche immagini che li pubblicizzano sul web!

Non possiamo dunque che dirci al fianco del Comitato Maremosso nella battaglia a difesa di Capo Figari, della sua stazione semaforica e delle altre strutture ivi presenti. E’ impensabile che un’area ZSC ad altissimo valore ambientale, con habitat prioritari tutelati e comprensiva di un’area ZPS dove vivono specie volatili a rischio estinzione, una falesia con propaggini a così alta fragilità geologica, debba essere “valorizzata” con il solo fine di soddisfare il gusto edenico di Robinson miliardari. 


Gravano sul compendio di Capo Figari una serie di vincoli che avrebbero dovuto assicurare la conservazione integrale dell’ambiente e garantire una destinazione d’uso degli artefatti congrua con i valori storici di cui sono testimoni. Tra essi è superfluo evocare il vincolo memoriale che lega la stazione semaforica alla figura di Marconi. E’ in una tale ottica che si sarebbe dovuto garantire il recupero di un Bene Comune di così alto valore simbolico, in uno con le testimonianze (batteria Serra, cimitero degli inglesi) che costellano questa estrema lingua di terra così intrisa di storia.

In questa, come in altre circostanze, Italia Nostra Sardegna sosterrà l’impegno della ritrovata coscienza civica, resa manifesta dalla nascita del Comitato Maremosso, contro ogni tentativo di sradicamento della memoria.




sull'argomento

Italia Nostra Sardegna - I fari e le fortificazioni della Sardegna sempre più esclusivi, elitari e naccessibili

Italia Nostra Sardegna - Giornata virtuale dei Beni in pericolo - La lista rossa

Catalogo generale dei Beni Culturali - Ex stazione di Capo Figari

Sardegna Fari - Capo Figari Golfo Aranci

Capo Figari isola Figarolo SIC ITB010009  - Semaforo della Marina Militare


mercoledì 28 giugno 2023

Il "Fosso della Noce" deve essere riconnesso al contesto storico, sociale e culturale delle altre valli di Sassari

Particolare progettuale dell'opera

Bisogna dare merito al Comitato del quartiere Cappuccini e alla Rete dei comitati di quartiere della Città di aver colto per tempo i principali punti di debolezza del progetto di messa in sicurezza della valle del Fosso della Noce approvato dal Comune di Sassari per far fronte al rischio d’inondazioni in caso di eventi meteorici eccezionali.

Dopo il successo delle oltre 5.000 firme raccolte dalla petizione “Salviamo il Fosso della Noce”, con cui si chiedeva l’avvio di un confronto approfondito, si sta ora per chiudere, presso l’Assessorato regionale alla Difesa dell’Ambiente, la fase dell’acquisizione delle Osservazioni nell’ambito del procedimento di verifica di assoggettabilità del progetto alla procedura di Valutazione d’Impatto Ambientale.

La sezione di Sassari di Italia Nostra ha depositato sabato 24 giugno presso il Portale della Regione le sue Osservazioni, confidando che un’ampia riflessione sui diversi aspetti, storico-paesaggistici e ambientali, dell’impatto degli interventi prefigurati possa favorire una significativa revisione del progetto, che sarebbe assai più efficace – si fa osservare – se riuscisse a sviluppare pienamente il primo assunto da cui parte, cioè rimuovere gli ostacoli al potenziale deflusso delle acque rappresentati dai due terrapieni di Viale Trento e Viale Trieste. Il ripristino delle naturali connessioni sia idrogeologiche che pedonali, attraverso la realizzazione di larghi varchi sottostradali, consentirebbe di abbandonare la sciagurata idea di sventrare la valle con un grande canale, in parte a cielo aperto, di oltre 800 metri di lunghezza, profondo 2-3, e largo da 4 a 7 metri.

Insomma, si potrebbero individuare diverse soluzioni per risolvere, contemporaneamente, sia il problema della messa in sicurezza della valle che quello della sua salvaguardia e della sua fruibilità, come primo passo per valorizzare quel Sistema delle valli e dei parchi urbani che è parte integrante e caratterizzante dell’identità storica della Città.

Per Italia Nostra le principali criticità degli interventi proposti derivano quindi dall’approccio progettuale, che focalizzandosi in modo unilaterale sul tema della messa in sicurezza idraulica della Valle, la sottopone a una pressione e a un impatto ingiustificati, sacrificandone le specificità e perdendo l’occasione per riconnetterla al contesto storico, sociale e culturale delle altre valli, a cui lo stesso Piano urbanistico vigente l’attribuisce, non a caso classificandola come “zona di particolare pregio paesaggistico e ambientale”.

Italia Nostra Sassari

Clicca QUI per scaricare le Osservazioni presentate dalla sezione di Sassari di Italia Nostra

Sull'argomento

Sassari oggi - Il canalone della discordia, Sassari divisa sul Fosso della Noce

La Nuova - Sassari, la protesta contro il canalone della Fosso della Noce arriva in piazza