martedì 12 aprile 2016

Il 17 aprile si deve andare a votare SI

ultim'ora

Ieri 17 aprile 14 milioni di Italiani hanno detto che bisogna cambiare politica energetica, hanno ricordato al governo dei petrolieri gli impegni assunti alla conferenza sul clima di Parigi (COP21) del dicembre scorso e soprattutto hanno scelto di partecipare e di essere cittadini interessati ad esercitare i propri diritti  democratici.

Anche un terzo degli elettori della Sardegna (410mila) hanno lanciato un messaggio chiaro al governo regionale perchè siano fermate le concessioni di ricerca e di estrazione di idrocarburi e perchè ci si avvii senza esitare e senza compromesso verso la decarbonizzazione dell'isola  

 



Il presidente della Corte Costituzionale invita al voto per il referendum
Paolo Grossi, il presidente della Corte costituzionale, a favore della partecipazione alla consultazione del 17 aprile: "Partecipare significa essere buoni cittadini, poi ognuno è libero di farlo nel modo in cui ritiene giusto".
A votare bisogna andare sempre, anche ai referendum il cui esito è deciso dal quorum. Partecipare alle consultazioni, recarsi alle urne “significa essere pienamente cittadini, fa parte della carta d’identità del buon cittadino“.
Secondo Grossi alla consultazione “si deve votare: ogni cittadino è libero di farlo nel modo in cui ritiene giusto. Ma credo si debba partecipare al voto”. Tutto questo mentre il Partito democratico ha dato l’indicazione di astenersi dal voto, vari componenti di governo hanno invocato l’astensione e lo stesso presidente del Consiglio Matteo Renzi ha parlato di “posizione sacrosanta e legittima”.
Un'affermazione coraggiosa quella del presidente della Consulta che si contrappone allo scellerato invito del presidente del Consiglio Italiano, del presidente della Regione Sardegna e dello stesso segretario del PD sardo che. ognuno a modo suo, invitano a disertare le urne il prossimo 17 aprile.
Se partecipare significa essere dei buoni cittadini, la non partecipazione o peggio ancora l'istigazione a non partecipare  non depone a favore dei nostri governanti, che si iscrivono quindi tra i cattivi cittadini e, aggiungiamo noi, tra i peggiori leader politici.
L'invito al non voto è un invito a nozze per l'antipolitica alimentata dalle tante delusioni nei confronti delle diverse leggi elettorali che si sono succedute nel tempo e che hanno progressivamente ridotto le possibilità di “libera scelta”.    
E' paradossale che queste organizzazioni politico- partitiche che negli anni hanno perso credibilità tra i cittadini alimentino questi sentimenti consolidando la sensazione  diffusa dell’inutilità della pratica elettorale.


50 scienziati invitano a votare SI al referendum
"Votiamo sì perché vogliamo che il governo intraprenda con decisione la strada della transizione energetica, per favorire la ricerca e la diffusione di tecnologie e fonti energetiche che ci liberino dalla dipendenza dai combustibili fossili". E' l'inizio di un appello per votare sì al referendum sulle trivelle del 17 aprile, firmato da una cinquantina di scienziati.
  "Il quantitativo di petrolio e di gas naturale fornito al nostro Paese dalle piattaforme entro le 12 miglia non supera rispettivamente lo 0,9% ed il 3% dei consumi nazionali. Una quantità irrisoria - prosegue l'appello -. Le rinnovabili rappresentano la prima voce di investimento nel mondo" che nel 2015 "hanno raggiunto 329 mld di dollari (quintuplicati rispetto a 5 anni prima). La crescita nel mondo dell'energia elettrica prodotta da rinnovabili nel 2015 è stata dell'8,3%".
   "Le stime ufficiali (fonte Isfol) sull'intero settore di estrazione di petrolio e gas in Italia parlano di 9mila impiegati in tutta Italia e 3mila nelle piattaforme oggetto del referendum - sostengono i firmatari -. Un settore in crisi da tempo. Se vince il Sì, le piattaforme non chiuderanno il 18 aprile, ma saranno ripristinate le scadenze delle concessioni rilasciate".
"L'unico modo per garantire un futuro occupazionale duraturo è quello di investire in innovazione industriale e in una nuova politica energetica: tutte le previsioni parlano di un settore delle rinnovabili in espansione, che in Italia potrebbe generare almeno 100mila posti di lavoro al 2030".
"L'attività delle piattaforme può rilasciare sostanze chimiche inquinanti e pericolose, come olii, greggio (nel caso di estrazione di petrolio), metalli pesanti o altre sostanze contaminanti (anche nel caso di estrazione di gas), con gravi conseguenze sull'ambiente circostante", affermano gli scienziati firmatari.
Infine, conclude l'appello, "invitare all'astensione in una consultazione democratica è sempre un atto di irresponsabilità civile e politica, che non può che aggravare la grande malattia delle democrazie contemporanee: l'astensione dilagante".

Le vere ragioni che ispirano la norma a favore dei petrolieri
Sull'argomento è intervenuto il Cercle Europeenne pour la Troisieme Revolution Industrielle  – Third Industrial Revolution European Society (CETRI – TIRES).
I fautori del no sostengono che non ha senso “tappare” il foro mentre c’è ancora gas e petrolio da estrarre e inoltre dicono che una vittoria dei si sarebbe pericolosa in quanto bloccherebbe un settore in cui siamo all’avanguardia e si creerebbero migliaia di disoccupati.
Altri argomenti citati dai fautori del no riguardano l’aumento delle importazioni dall’estero con il conseguente incremento del numero di petroliere che circolano sui nostri mari e approdano sui nostri porti. In pratica sostengono che gli effetti sull’ambiente provocati dallo stop alle piattaforme entro le 12 miglia marine sarebbero peggiori di quelli che produrrebbero delle piattaforme vecchie di 40 o 50 anni che pompano gas e petrolio dal fondo del mare.
Inoltre i fautori del no ricordano che la vittoria del si al referendum non comporterebbe un divieto alle trivelle e nemmeno alle piattaforme oltre le 12 miglia marine. Per questo accusano i comitati No Triv di truffare gli elettori. Ma è veramente così? Assolutamente NO!
Posizioni molto contraddittorie e ben confuse. Infatti da una parte sostengono che questo referendum è inutile e non produrrà uno stop alle piattaforme e alle trivelle e che quindi presentarlo in questo modo è falso e truffaldino, mentre dall’altra parte dicono che una vittoria dei SI produrrebbe una catastrofe nazionale. Insomma devono spiegare come può essere che un referendum inutile e che non stoppa affatto piattaforme e trivelle, possa bloccare l’intero settore, far scappare tutte le società petrolifere dall’Italia, far perdere miliardi di investimenti, migliaia di posti di lavoro, aumentare le importazioni di petrolio e gas dall’estero e produrre un incremento dei costi della bolletta energetica? In pratica è come se dicessero che un moscerino che si posa su un grattacielo ne provoca il crollo.
Inoltre i signori del no sostengono che dalle piattaforme si estrae prevalentemente gas, ma poi dicono che la vittoria del si producendo uno stop immediato alle estrazioni, farebbe si che aumenti il traffico di petroliere. Tutto questo è puro allarmismo verbale. 

 Intanto il gas non arriva con le petroliere, ma con i gasdotti, e (in rarissimi casi) con le navi gasiere in forma di Gas Naturale Liquido (LNG). Cosa c'entrano le petroliere. Comunque in caso di vittoria dei SI gli impianti non verrebbero bloccati immediatamente ma a termine, con l’arrivo a scadenza delle concessioni.
Ma allora perché i signori del no raccontano queste falsità? E cosa si nasconde veramente sotto il loro desiderio di procrastinare le concessioni? Anche perchè il referendum interesserà in modo diretto solo diciassette concessioni da cui si estrae il 2,1 % dei consumi nazionali di gas e  lo 0,8 % dei consumi nazionali di petrolio gas. Bruscolini che anche se dovessero venire a mancare da un giorno all’altro, come sostengono i signori del no, (ma, ripetiamo, NON è così)  non succederebbe nulla di grave e al calo di estrazioni si potrebbe benissimo fare fronte con un minimo di risparmio energetico (quindi incentivando un comportamento virtuoso). Certo se invece vogliamo continuare a sprecare energia prodotta con fonti fossili, allora non basteranno tutti i giacimenti del mondo a coprire il fabbisogno.
Ma, come detto, la vittoria del si non comporterà uno stop immediato delle piattaforme che, purtroppo, continueranno a restare al loro posto fino alla scadenza della concessione e quindi non c’è alcun pericolo per il fabbisogno nazionale e nessuna perdita di posti di lavoro, che sono pochissimi, spesso di tecnici specializzati stranieri, e che scadrebbero al termine del contratto.
Quindi si ritorna alla domanda posta in precedenza: cosa temono i fautori del no? Temono tre cose.
Primo, che passi il messaggio che possiamo fare a meno del petrolio e che possiamo produrci l’energia di cui abbiamo bisogno in altro modo senza continuare a dare soldi ai petrolieri.
Secondo che allo scadere delle concessioni debbano smantellare le piattaforme con costi a loro carico. Basta dire invece che il giacimento è ancora attivo e ci terremmo per sempre quei mostri in mezzo al mare, lasceremo alle future generazioni il costo di smaltimento, come avviene per tante altre attività industriali dismesse, siano esse pubbliche o private.
Terzo, che passi un altro principio, ben più importante per loro, quello per cui le concessioni scadono.
Infatti ci sono alcune cose che i signori del no ci tengono nascoste tentando di distogliere l’attenzione da esse per puntarla verso la catastrofe prodotta dalla vittoria del si e la perdita di migliaia di posti di lavoro.
 Cosa sono le royalties? Sono delle quote in denaro che le compagnie petrolifere versano ogni anno allo stato, alle regioni e ai comuni per lo sfruttamento delle risorse petrolifere. Infatti in Italia le risorse petrolifere sono un bene indisponibile dello Stato, questo vuol dire che il petrolio e il gas dei giacimenti è di proprietà pubblica: tutti noi siamo proprietari di una quota di petrolio e di gas stoccati nei giacimenti.
Lo stato però non si occupa direttamente di estrarre queste risorse e “concede” dei titoli di sfruttamento di tali risorse a dei soggetti privati, i quali sostengono i costi per la ricerca e per la costruzione delle infrastrutture necessarie alla loro estrazione. In cambio pagano ai “proprietari” delle risorse, noi tutti, una quota percentuale del valore di quanto estratto.
Il problema riguarda la percentuale che viene pagata. Tale percentuale, come si può vedere dal sito del Ministero dello Sviluppo Economico, è pari al 7% per l’estrazione di gas e di olio a terra e del 4% per l’estrazione di olio in mare, a cui sommare una quota del 3% da destinare al fondo per la riduzione del prezzo dei prodotti petroliferi se la risorsa è estratta sulla terraferma o per la sicurezza e l’ambiente se estratti in mare. Se si pensa che in altri Paesi le royalty difficilmente scendono al di sotto del 30%, si capisce benissimo il grande regalo che noi facciamo ogni anno ai petrolieri.
La seconda parolina magica, come detto, è franchigia. Che cos’è? La franchigia è una quota annua di gas e petrolio estratti da ogni giacimento sulla quale non si calcolano royalty. Sempre dal sito del Ministero dello Sviluppo Economico si evince che le franchigie sono pari a: 20.000 t di petrolio estratto a terra; 50.000 t di petrolio estratto in mare; 25 Milioni di mc di gas estratto a terra; 80 Milioni di mc di gas estratto in mare.
Questo significa che se i titolari delle concessioni ogni anno e da ogni giacimento estraggono un quantitativo di gas e di petrolio pari o inferiore alle franchigie non versano nessuna royalty allo stato.

 E naturalmente l’interesse dei titolari delle concessioni è quello di pagare meno royalties possibile. Ecco perché dando loro la possibilità di prorogare la durata delle concessioni fino all’esaurimento dei giacimenti, non si fa altro che dir loro: “estraete meno che potete e non versate nemmeno un Euro di royalty, tanto avete tutto il tempo che volete per sfruttare il giacimento”.

 Non a caso nel 2010 la Cygam Energy, una società petrolifera canadese, in un suo dossier raccomandava di investire in Italia perché “la struttura italiana delle royalties è una delle migliori al mondo”. Tradotto: “Andiamo a trivellare in Italia perché gli italiani sono degli idioti!”
Ecco cosa si nasconde veramente sotto le trivelle ed ecco il motivo per cui il 17 aprile bisogna andare a votare e votare SI!



domenica 10 aprile 2016

Osservazioni al Piano Energetico Ambientale della Regione Sardegna



Sintesi Osservazioni presentate alla procedura di Valutazione Ambientale Strategica del Piano Energetico Ambientale della Regione Sardegna

Con due distinte Osservazioni - una assieme a WWF, LIPU e Adiconsum Sardegna e un'altra, più tecnica,  elaborata dal delegato regionale in materie energetiche - Italia Nostra Sardegna ha partecipato alla procedura di VAS sul PEARS presentato dall'ass.to reg.le dell'industria della RAS.
Con le Osservazioni al Piano Energetico Ambientale Regionale della Sardegna, abbiamo scelto di contribuire a realizzare un Piano più attento alle esigenze della Sardegna, del suo territorio e paesaggio, dell'ambiente naturale e della biodiversità e del suo clima.

Per troppi anni la Sardegna e il suo territorio hanno sofferto dell'assenza di un importante strumento di pianificazione e programmazione dell'energia. E' mancata una chiara politica sui fabbisogni energetici, sulla qualità dell'energia prodotta e le materie prime e i combustibili utilizzati, così come una previsione sulle emissioni climalteranti. Si è lasciato che scelte sulle fonti di approvvigionamento e sulle modalità di produzione fossero gestite completamente dal mercato, così come quelle relative ai siti e le aree interessati dall'ubicazione degli impianti.
E' mancata la scelta e la direzione della pubblica amministrazione sul ruolo da assegnare alle energie rinnovabili nel futuro scenario energetico della Sardegna. Tutto questo ha causato un impoverimento della qualità dell'aria, dell'acqua, del suolo, la perdita di importanti aree agricole e il deturpamento di splendidi paesaggi.
L'assenza di programmazione ha lasciato l'isola in balia di un mercato fortemente condizionato da tutta una serie di fattori, talvolta negativi, quali i lauti incentivi governativi elargiti agli speculatori delle rinnovabili, lo spopolamento delle campagne e l'abbandono dei terreni agricoli, i bassi costi delle royalties e le generose franchigie applicate all'estrazione degli idrocarburi etc...
I costi di tale deregulation, influenzata e alimentata in alcuni casi dalla stessa malavita organizzata e dal riciclaggio di denaro sporco, sono tutti a carico del paesaggio agrario, delle colline sarde e del territorio agricolo fortemente compromessi da attività industriali maldestramente camuffate da attività agricola (le finte serre fotovoltaiche di Villasor e di Narbolia, i tanti impianti per la produzione di energia da biomasse, il minieolico al servizio di inesistenti aziende agricole etc...).
Pale eoliche nei pressi di Gonnosfanadiga
In Sardegna la parte più consistente degli incentivi previsti dai vari Conti Energia finiscono nelle mani della speculazione energetica (società off shore, fondi sovrani e fondi comuni di investimento stranieri etc…) che utilizzando leggi e norme nate per favorire la produzione locale e supportare attività artigianali e agricole si impadroniscono delle terre e dei cospicui incentivi provenienti dalle bollette elettriche.  Il fenomeno  ha assunto una vera e propria criticità tale da allarmare intere comunità che si sono mobilitate a difesa della propria terra. Da più parti questa occupazione, talvolta forzata, di aree agricole viene definita “land grabbing”, una politica che  fino a qualche hanno fa  riguardava principalmente i paesi più poveri del sud del mondo e che oggi sta investendo le aree dei paesi occidentali maggiormente colpite dalla crisi economica.  
Anche i permessi di ricerca per idrocarburi e le numerose concessioni per ricerche geotermiche, queste ultime rilasciate a società a responsabilità limitata senza alcuna esperienza nel settore, derivano dall'assenza di una seria pianificazione energetica.
Abbiamo atteso fiduciosi quindi un Piano Energetico Ambientale Regionale capace di indirizzare le future strategie energetiche della Sardegna, per dare un importante contributo al superamento del gap energetico-economico della Sardegna rispetto alle altre regioni d’Italia e a quelle che si affacciano nel Mediterraneo e, nello stesso tempo, di garantire la tutela e la salvaguardia del territorio e del paesaggio isolano.
Constatiamo invece che gli indirizzi del PEARS non hanno saputo cogliere appieno la maturazione dei tempi e l’ineludibilità del cambiamento radicale verso l’adozione di un nuovo modello produttivo ovvero verso l'abbandono dell'economia lineare e per aderire all'economia circolare.

 L’impostazione generale del Piano è basata sulla "low carbon transition economy”, che si ispira ad un indiscriminato progetto di metanizzazione dell’Isola. Tale processo, non supportato da un’analisi tecnica dei costi-benefici, mira alla realizzazione di un sistema infrastrutturale che comporta altissimi costi ambientali, economici e sociali, nella più totale incertezza sulle fonti di approvvigionamento e in assenza di un adeguato quadro normativo. In altri termini si tratta di continuare ad impostare un modello che si ispira ad un’economia lineare, dipendente da una fonte fossile, che riduce di fatto solo del 25% le emissioni di CO2 , un modello energetico bel lontano dal raggiungimento degli obiettivi della Road map 2050 e dallo spirito degli accordi siglati in seno alla COP 21.
Il persistere dell’irrinunciabile legame con le fonti fossili emerge anche dalla irrazionale scelta di realizzare altre centrali a carbone CTS nel Sulcis e nella sottesa volontà di voler mantenere in piedi il sistema delle Centrali termoelettriche tuttora esistenti in Sardegna. 
L'area industriale di Portovesme interessata da altri impianti a carbone

I dati di produzione da rinnovabili soprattutto nel campo dell’energia elettrica, coordinati con le previsioni di miglioramento dell’efficienza energetica, della realizzazione delle reti intelligenti, del risparmio energetico soprattutto nell’ambito dell’edilizia pubblica, della generazione e consumo diffuso, della razionalizzazione del sistema dei trasporti, avrebbero consentito di puntare verso un modello energetico pienamente sostenibile da inserire nell’ambito di quella economia circolare di cui si diceva in premessa.
Il PEARS, pur riscontrando la già diffusa presenza nell’Isola dei distretti ad “energia quasi zero”, si rivela incapace di cogliere la storica opportunità di estendere tale modello all’intero contesto isolano, preferendo non fare scelte o formulare opzioni contraddittorie.  Viceversa una più attenta analisi dei dati, un supporto normativo coerente ed una decisa volontà politica avrebbe consentito di affrancare in tempi brevi l’Isola dalla dipendenza delle fossili. Una visione miope e dettata da compromessi che si rifiuta di prendere atto del fallimento del modello industriale legato alla produzione petrolchimica sarda e destinato a coprire una fascia sempre più esigua dell’economia isolana, a fronte dell’inarrestabile avanzare delle attività primarie e terziarie. Questa ostinata volontà di tenere in piedi un sistema produttivo industriale anacronistico, contrastante con i modelli virtuosi e sostenibili, oltre a scelte incoerenti porta al dispendio di risorse umane ed economiche che potrebbero essere meglio indirizzate verso il settore della conoscenza e dell’innovazione.
Le Linee Guida ed il PEARS, che sugli indirizzi da esse dettati si è passivamente appiattito, non hanno saputo cogliere la maturazione dei tempi, l’ineludibilità del cambiamento radicale, la necessità di adottare un modello economico circolare: in sintesi una reale green economy, nel senso più nobile del termine!

 Abbiamo inteso partecipare a questa procedura di VAS per contribuire a costruire un Piano Energetico Ambientale Regionale diverso da quello proposto. Una nuova pianificazione energetica che segni l’avvio di un percorso che possa portare la Sardegna all’autosufficienza energetica (attivando una politica di graduale riduzione di importazione di idrocarburi) e adottando soluzioni mirate verso  l’obbiettivo di una consistente riduzione delle emissioni inquinanti nel breve periodo e una soluzione a zero impatto ambientale in periodi più lunghi. 
Tali ambiziosi obbiettivi sono raggiungibili attraverso l’abbandono delle attuali metodologie di produzione energetica affidate ai grandi impianti utilizzatori di combustibili fossili. Lo stesso dicasi delle produzioni industriali affidate alle multinazionali delle rinnovabili alimentate dai lauti incentivi statali. Si tratta di abbandonare quindi l’attuale sistema energetico piramidale per favorire la democrazia energetica attraverso smartgrid, efficientamento e risparmio energetico, autoproduzione con un ruolo da protagonisti per i piccoli e medi produttori-consumatori (i prosumers così come individuati nelle politiche economiche europee di settore). Favorire quindi la diffusione capillare della produzione da FER per decentrare e democratizzare il sistema di produzione garantendo un'equa distribuzione della ricchezza e nello stesso tempo combattere la speculazione energetica delle rinnovabili. 
Area interessata dal Progetto Eleonora

Le osservazioni presentate hanno trattato i seguenti argomenti:

1.     LA RIDUZIONE DELL'INQUINAMENTO una sfida ambiziosa che ci sentiamo di condividere
2. L'EFFICIENTAMENTO, IL RISPARMIO ENERGETICO, L'AUTOPRODUZIONE DIFFUSA quali obbiettivi raggiungibili e auspicabili
3.      L'INTEGRAZIONE E DIGITALIZZAZIONE E DIGITALIZZAZIONE DEI SISTEMI ENERGETICI LOCALI  Smart Grid e Smart City
4.    LE FONTI RINNOVABILI In un termine medio si può ragionevolmente supporre che la Sardegna possa svincolarsi quasi totalmente nel settore elettrico dalla dipendenza delle fonti fossili
5.  GLI IDROCARBURI E I COMBUSTIBILI FOSSILI una dipendenza che condiziona fortemente le scelte economiche della Sardegna, costringendo il sistema produttivo energetico isolano ad una organizzazione centralizzata e funzionale a interessi talvolta contrastanti con quelli della comunità sarda e del suo territorio
6.      LA DECARBONIZZAZIONE in sintonia con gli obbiettivi di Kyoto e la Conferenza di Parigi COP21
7.   IL RUOLO DELLE CENTRALI TERMOLELETTRICHE e l'assurdità della realizzazione programmata di nuovi impianti termoelettrici a carbone. Una scelta non legata alla possibilità di reperire in loco tale risorsa, anche se per anni tale inganno ha avuto sponsor politici. Essa è dettata esclusivamente dal basso costo del carbone e risulta  essere in perfetta antitesi con i contenuti della Road Map 2050, per quanto attiene decarbonizzazione, riduzione delle emissioni di CO2 e inquinamento ambientale
8.   LA METANIZZAZIONE il ruolo del gas nella politica energetica regionale  e l'estrazione del metano in Sardegna
9.      FONTI ENDOGENE E GEOTERMIA  l’interesse sull’utilizzo sulla bassa entalpia, e i rischi degli impianti di media entalpia.
10.  L'OSSERVATORIO PERMANENTE PER L'ENERGIA per monitorare costantemente la politica energetica e i fabbisogni, promuovere e supportare l’utilizzo delle energie sostenibili, lo stato di attuazione della ricerca delle fonti rinnovabili, il risparmio e l’efficienza energetica, la generazione e la distribuzione di energia.
11.  GLI IMPIANTI A BIOMASSA e l'insostenibilità degli impianti esistenti
Decimoputzu: impianto a biogas sotto sequestro giudiziario

venerdì 25 marzo 2016

FINALMENTE L'ISOLA DI BUDELLI E' ACQUISITA AL PATRIMONIO PUBBLICO



Italia Nostra a fianco del Parco Nazionale di La Maddalena per garantire la tutela e la conservazione dell'isola
  
La decisione del giudice per le esecuzioni immobiliari di Tempio Pausania, che ha dichiarato ammissibile la prelazione del Parco evitando che l'isola di Budelli venisse rimessa all’asta, consente di accorpare al patrimonio del Parco Nazionale della Maddalena questo  importante gioiello naturalistico.

Dopo la classificazione a riserva integrale dell'isola, e la conseguente rinuncia del neozelandese Michael Harte all'acquisto dell'isola, questa sentenza ha finalmente posto fine al contenzioso immobiliare in corso dal 2013, alle innumerevoli vicissitudini piuttosto complesse e ai tanti pasticci burocratici che hanno interessato le sorti dell'isola. Vicende che hanno visto in campo numerosi protagonisti e diverse istituzioni che non sempre si sono mosse per la salvaguardia del bene ambiente.
Budelli è un'isola bella e selvaggia, una perla da conservare e tutelare nella sua totalità. L’isola, famosa per la sua spiaggia rosa, è un elemento imprescindibile dell’identità della comunità maddalenina. E' bello che l’iniziativa per rendere al patrimonio pubblico e per salvaguardare l'isola sia partita da una piccola scuola piemontese attraverso l'attivazione di una campagna di crowdfunding, e che questo positivo messaggio puro e spontaneo sulla salvaguardia del paesaggio e del mare abbia coinvolto numerosi sostenitori, istituzioni comprese. 

Italia Nostra, nelle sue diverse articolazioni (sezione di La Maddalena, CR Regionale e Presidenza nazionale) ritengono di fondamentale importanza il passaggio di Budelli al Parco e quindi al patrimonio pubblico. L'Associazione dichiara la più ampia disponibilità, assieme alle altre associazioni interessate, a partecipare a qualsiasi iniziativa e qualsiasi progetto condiviso per mettere a valore, tutelare e conservare il patrimonio paesaggistico e naturalistico del bene Budelli.
Preoccupa in questa vicenda l’atteggiamento assunto dal Ministero dell’ Ambiente che, anche attraverso  notizie di stampa, sembrerebbe poco interessato al passaggio di Budelli al Parco privilegiando ancora l'opzione privatistica dell'isola. E’ bene quindi ricordare che, assunta la decisione del giudice, irrevocabilmente Budelli è un bene pubblico e sarebbe non solo imbarazzante giustificare scelte diverse, ma anche colpevole di danno erariale l'ente pubblico che decidesse di opporsi a questa decisione.
L'isola di Budelli merita di essere gestita attraverso un modello di gestione condiviso e partecipato che, partendo dal basso, metta a valore la sua bellezza difendendola da qualsiasi interesse speculativo.