mercoledì 22 febbraio 2023

Ancora una bocciatura per la fabbrica di bombe di Domusnovas-Iglesias

Confermata l’illegittimità dell’ampliamento dello stabilimento RWM

È finalmente arrivata la decisione del Consiglio di Stato che conferma in via definitiva e senza possibilità di appello, quanto associazioni, comitati, sindacati e cittadini sostengono ormai da sei anni e cioè che l’ampliamento dello stabilimento RWM di Domusnovas-Iglesias è del tutto abusivo in quanto l’iter autorizzativo seguito per il rilascio delle autorizzazioni non ha rispettato le leggi e le norme vigenti.  

Con la sentenza n. 03014/2022 del 21-02-2023 il Consiglio di Stato ha rigettato la richiesta di revocazione presentata dalla RWM Italia avverso la sentenza emessa dallo stesso Consiglio nel 2021 con la quale accoglieva le ragioni di Italia Nostra, Unione Sindacale di Base per la Regione Sardegna, Assotziu Consumadoris Sardigna sulla obbligatorietà della Valutazione di Impatto Ambientale dell’intero stabilimento: vecchie e nuove strutture produttive.

La sentenza odierna ribadisce “il divieto di artificioso frazionamento del progetto per evitarne la sottoposizione a VIA” e pertanto “il progetto di ampliamento dello stabilimento attraverso la realizzazione dei due nuovi reparti R200 ed R210 che quello relativo alla realizzazione del Campo Prove 140, avrebbero dovuto essere sottoposti a VIA obbligatoria, sulla base di tutta una serie di argomentazioni”. In particolare il riferimento è al codice dell’ambiente, alla normativa europea e al principio di precauzione, anch’esso di derivazione europea. 


Sono serviti tanti anni e numerosi ricorsi per dimostrare quanto appariva ovvio fin dal 2017 e cioè l’illegittimità di numerose autorizzazioni rilasciate con troppa disinvoltura da pubbliche amministrazioni e da pubblici funzionari. Alcuni dei questi dovranno presentarsi il prossimo 3 marzo davanti al giudice di Cagliari, assieme a dirigenti e tecnici della RWM, per rispondere del reato di falso e di numerosi reati urbanistici.

Nella prospettiva di una sentenza negativa da parte del CdS la RWM ha già presentato alla Regione Sarda richiesta di Valutazione Ambientale ex-post per cercare di sanare gli abusi esistenti. Tentando ancora una volta di aggirare la normativa e proseguendo nell’assurda pretesa di non voler assoggettare a VIA le numerose strutture, opere, edifici e infrastrutture realizzate in questi anni.  

Ringraziamo gli avvocati Paolo e Andrea Pubusa e i periti di parte per l’importate e incisivo lavoro svolto in tutti questi anni e i numerosi comitati, gruppi, associazioni e cittadini che hanno solidarizzato e contribuito per il raggiungimento di questo straordinario obbiettivo.

Italia Nostra Sardegna, Unione Sindacale di Base per la Regione Sardegna, Assotziu Consumadoris Sardigna 

Scarica la sentenza

sull'argomento

Quotidiano Sociale - Altre bombe? No grazie. Il Consiglio di Stato boccia l'ampliamento della RWM a Iglesias

Sardiniapost - Fabbrica bombe, nuova bocciatura in Consiglio di Stato per l'ampliamento della RWM

L'Unione Sarda - Ampliamento dello stabilimento della RWM di Domusnovas, nuova bocciatura del Consiglio di Stato

Rai TGR Sardegna - Nuovo no all'ampliamento dal Consiglio di Stato

Il Manifesto - "Abusivo l'allargamento della RWM", la fabbrica di bombe perde ancora

Il Manifesto Sardo 






martedì 21 febbraio 2023

Italia Nostra Sardegna a fianco dei cittadini che difendono il proprio territorio

I cittadini, i comitati e le associazioni mobilitati a difesa dei beni comuni e delle aree inserite dall’Unione Europea attraverso la Rete Natura 2000 per la loro importanza ambientale, sono chiamati a rispondere in tribunale perché colpevoli di voler tutelare il proprio territorio e la propria identità. 

Promontorio di Punta Giglio - Alghero

Questo è quanto sta accadendo in questi giorni ad Alghero.

Il 24 febbraio si terrà, presso il Giudice di Pace a Sassari, la terza udienza del procedimento aperto in seguito alla “denuncia-querela” presentata dal presidente della Società “Il Quinto Elemento”, concessionaria dell’ex batteria antinave SR413 di Punta Giglio, contro l’allora presidente del Comitato “Punta Giglio Libera”, Giovanni Oliva, e contro i componenti Salvatore Scala e Roberto Murru, accusati di aver oltrepassato, il 27 giugno del 2021, i confini del “cantiere dei lavori in corso”, e denunciati penalmente per il reato d’invasione di fondo altrui. 

Noi ci schieriamo dalla parte di questi cittadini che da diversi anni esercitano la loro funzione informativa su quanto sta avvenendo a Punta Giglio e nel territorio circostante e si battono contro l’eccessiva e insostenibile antropizzazione di un territorio sensibile deputato a difesa della biodiversità.

Qui puoi scaricare la lettera agli amici delle Associazioni impegnate nella difesa della Zona di Protezione Speciale per la biodiversità mediterranea (ZPS) e Sito d’Interesse Comunitario (SIC ) di Punta Giglio – Capo Caccia – Foradada.

Qui puoi scaricare le considerazioni del Comitato Punta Giglio sulla sentenza del Tar per Tramariglio 

 Il decreto di vincolo n. 73 del 2015 della ex colonia penale di Tramariglio 

Spiaggia Tramariglio - Alghero

sull'argomento





lunedì 20 febbraio 2023

Le torri costiere dell'arcipelago del Sulcis: un'esperienza da riproporre

Introduzione alla storia

Torre Canai che vigila sul Golfo di Palmas
Intorno all’VIII secolo d.C. la Sardegna fu interessata dalle prime incursioni «barbaresche», provenienti dal nord Africa, che obbligarono a predisporre delle difese lungo le coste dell’isola. Già prima del dominio spagnolo sull’isola (nel 1479), circa sessanta torri vigilavano sulle coste sarde. 

Nel 1587 il re Filippo II di Spagna costituì la "Reale Amministrazione delle Torri", affidandole il compito di costruire nuove torri, di provvedere alla loro gestione, di arruolare i soldati e di rifornirli di armi. 

Il sistema difensivo dell’arcipelago sulcitano (isole di Sant’Antioco e di San Pietro, Sud Ovest della Sardegna) appartiene al periodo piemontese. Le torri di Calasetta, Sant’Antioco e Carloforte furono infatti edificate qualche secolo dopo quelle già presenti nelle coste della Sardegna.

La storia che raccontiamo riguarda le tre torri edificate nell’arcipelago del Sulcis nella seconda metà del 18mo secolo; il loro ruolo di sentinelle per scrutare l’arrivo del nemico, per allertare e difendere la popolazione locale e il nuovo compito di presidio culturale attualmente svolto. 

Posizionamento delle Torri con la dominazione piemontese 


La storia delle torri a difesa dell’arcipelago

Dopo il trattato di Londra del 1720, col passaggio della Sardegna ai Savoia si decise di dotare le isole sulcitane delle necessarie difese costiere, anche in previsione del popolamento dell’isola di San Pietro e della parte nord dell’isola di Sant’Antioco, fino ad allora disabitate.

Nel 1756 venne costruita la torre di Calasetta, l’anno successivo la Torre Canai nella costa sud orientale dell’isola di Sant’Antioco e nel 1768 la Torre San Vittorio nell’isola di San Pietro. 

Torre San Vittorio - isola di San Pietro

Oltre al compito di sorveglianza a difesa delle coste dagli attacchi dei “barbareschi”, le torri svolgevano attività di repressione del contrabbando e di tutela della salute pubblica impedendo l’attracco di imbarcazioni sospette o infette. 

Nonostante la presenza delle torri, nel 1793 parte dell’arcipelago fu occupata (isola di San Pietro e parte settentrionale di Sant’Antioco) dalle armate francesi accolte benevolmente dalla popolazione di Carloforte e Calasetta.

Anche la difesa dalle incursioni barbaresche fu fallimentare. Infatti nel 1798 la flottiglia organizzata dal bey di Tunisi sbarcò nell’isola di San Pietro e con uno stratagemma riuscì ad aggirare la vedetta della torre San Vittorio, a raggiungere le fortificazioni del paese, uccidere i soldati della guarnigione e prendere in schiavitù 800 persone, soprattutto donne e bambini.

Stessa sorte toccò agli abitanti di Sant’Antioco qualche decennio dopo, nell’incursione del 1815. 

Per fortuna fu una delle ultime incursioni che subirono le coste della Sardegna. 

Nel 1867 il re Vittorio Emanuele II abolì l’uso militare delle piazzeforti e delle torri costiere della Sardegna, cedendole al Demanio dello Stato.

Molte delle strutture di difesa costiera della Sardegna sono scomparse, altre sono diventate dei ruderi, altre ancora sono state «privatizzate». 


Torre di Calasetta - isola di Sant'Antioco

Le torri oggi

Già dal 1898 la torre di San Vittorio è stata riconvertita ad osservatorio astronomico – Ê una delle cinque stazioni internazionali per lo studio della precessione degli equinozi e delle piccole variazioni dell'inclinazione dell'asse terrestre. Dal 2016 è un Museo multimediale, realizzato in collaborazione con il Mu.Ma, l’Istituzione Musei del Mare e delle Migrazioni di Genova. Il museo racconta la storia dell’isola dalle sue origini geologiche fino all’arrivo dei coloni liguri nel 1738.

La Torre di Calasetta nel 1875 è stata acquistata dall’omonimo Comune. Da metà anni ’60, per circa 15 anni è stata adibita a ristorante e dall’inizio degli anni ’80 del secolo scorso il piano terra della torre (ex cisterna) è attualmente sede di un museo archeologico gestito dalla fondazione del Museo di Arte Contemporanea. Il piano superiore è sede di mostre temporanee e di attività culturali.

La Torre Canai di Sant’Antioco nel 1960 è stata concessa ad un privato che l’ha adibita a residenza estiva. Dal 1989 è gestita dall’associazione Italia Nostra che, a seguito di un importante restauro la ha adibita a spazio culturale. La torre e lo spazio circostante sono visitabili e fruibili. Si registrano circa 3 mila presenze annue. Al suo interno è stata allestita una mostra permanente sulle torri costiere della Sardegna e sui beni culturali e ambientali presenti nel sud dell’isola di Sant’Antioco. La torre è la location ideale per manifestazioni culturali organizzate da Italia Nostra e da altre associazioni no profit.

Torre Canai - Isola di Sant'Antioco


Contesto europeo

Le torri di difesa e di avvistamento sono presenti in tutte le coste del Mediterraneo in maniera continua e puntuale. Sono unite da una linea di comunicazione visiva che attraversa l’intero bacino del mare Mediterraneo.

Una linea che non conosce i confini degli stati o dei continenti e che si ripropone, seppur con strutture e linee architettoniche diverse, nella costa atlantica fino al mar Baltico e, attraversando il Bosforo, raggiunge il mar Nero. 

Il progetto di Italia Nostra è iniziato nel 1989 col recupero della Torre Canai di Sant’Antioco, che dopo il restauro conservativo è stata trasformata in uno spazio espositivo e centro di iniziative culturali.

Questa esperienza si ripropone nelle altre due torri dell’arcipelago, recuperate anch’esse a una nuova utilizzazione come centri propulsori di iniziative culturali capaci di coniugare l’attività turistica con la storia, la cultura e i caratteri del territorio.

Le torri dell’arcipelago sulcitano rappresentano un raro esempio di restauro conservativo e di riuso intelligente di un bene pubblico. 

Torre di San Vittorio - Carloforte

La positiva esperienza delle tre torri sorte come baluardo a difesa delle isole sono state ripensate oggi come elementi strategici di una nuova organizzazione del territorio. Infatti hanno assunto il ruolo di custodi della storia, strutture architettoniche che da diversi secoli caratterizzano i luoghi che le ospitano e capaci di attivare letture e suggestioni dimenticate. Grazie all’impegno di Comuni e di Ong rappresentano oggi un equilibrato rapporto tra risorse del territorio e pubblica fruizione.

Le esperienze descritte rappresentano un esempio da riproporre in altre realtà territoriali. Sarebbe importante la creazione di una catena di comunicazioni culturali formata dalle torri e dalle strutture di difesa: centri propulsori di attività culturali da inserire in un circuito sovranazionale, che possa estendersi ed interessare altre realtà costiere dell’intero bacino mediterraneo e dei mari europei. 

Testo a cura di Graziano Bullegas, Antonello Meli e Lars Nordlinder,

redatto per le giornate europee del patrimonio culturale 2023


English version

Questo articolo sarà pubblicato nel sito del Consiglio d'Europa



Torre di Calasetta a difesa del borgo


Sulle Torri

Italia Nostra - Torre Canai Sant'Antioco

Torre San Vittorio di Carloforte

Pro Loco Calasetta - La torre Sabauda

Sardegna Turismo - Sulcis-Iglesiente, tra torri e miniere





mercoledì 15 febbraio 2023

La penisola “delta” deve essere bonificata e non più bersaglio per i giochi di guerra

La scorsa settimana Italia Nostra Sardegna, Cagliari Social Forum, USB Sardegna, Cobas Cagliari e Madri contro la Repressione hanno presentato Osservazioni tecniche all’istanza per attivare il procedimento di Valutazione di Incidenza Ambientale denominata "Recupero dei residuati di esercitazione della penisola “delta” del poligono permanente di Capo Teulada”, depositata dal Comando Militare Esercito Sardegna, presso l’ufficio valutazione impatti ambientali delll’ass.to Reg.le alla Difesa dell’Ambiente. 

Si tratta della bonifica di un promontorio di circa 2,78 Kmq situato a sud del poligono militare di Capo Teulada chiamato "Penisola Delta", inserito nel Sito di Importanza Comunitaria denominato Isola Rossa e Capo Teulada. Nell’ordinanza emessa nel 2021 dalla giudice del tribunale di Cagliari dott.ssa Maria Alessandra Tedde si legge che “Fin dagli anni ’50 la penisola è stata bersaglio di tutti i sistemi di arma impiegati per le esercitazioni a fuoco da parte del personale delle Forze Armate italiane e delle Forze straniere alleate (zona di arrivo: dei colpi di mortai e artiglierie, di missili filo guidati, di tiri navali contro costa, di bombardamento e mitragliamento aereo, per sganci di emergenza per gli aerei).” Dalle acquisizioni ambientali disposte dal giudice si rileva che nel periodo compreso tra il 2008 e il 2016 “… il sito è stato bersaglio di un munizionamento pari a 860mila colpi che equivale a una misura in peso di residui di armamenti pari a circa 556 tonnellate (e, nello specifico, che siano stati sparati un totale di circa 11.785 missili M.I.L.an)”.

Paradossalmente lo scopo dichiarato di questa operazione di bonifica è quello di riprendere le esercitazioni a fuoco sulla penisola destinandola ancora una volta a “zona bersaglio per arrivo colpi”, destinazione palesemente incompatibile con la tutela ambientale dell’area, visto che le indagini della Procura di Cagliari hanno accertato come il suo continuo bombardamento ha provocato un degrado irreversibile degli habitat presenti, con perdita di copertura vegetale ed erosione del suolo. 

Purtroppo la incompleta documentazione allegata alla procedura di VINCA non fornisce dati precisi sulla quantità di proiettili e rifiuti militari presenti nell’area, una stima molto approssimata ci porta a considerare una quantità di materiale da recuperare superiore alle 1.200 tonnellate di residui e a 16.000 ordigni inesplosi.

Il recupero dell’area rappresenta un lavoro immane e impegnativo che necessita di un affidabile progetto di bonifica ambientale, che parta da una attenta analisi della situazione sul campo e sappia proporre le giuste soluzioni. Le scarne relazioni che sono state allegate alla richiesta di VINCA non consentono invece di capire quale sia l’attività programmata e, soprattutto, se è intenzione del comando militare bonificare realmente l’area o se invece si tratta di una mera operazione di greenwashing.

Per partecipare attivamente alla procedura di VINCA e contribuire a fare chiarezza i portatori di interesse diffuso e collettivo sottoscrittori delle osservazioni hanno evidenziato una serie di criticità nella procedura chiedendo che venissero superate attraverso atti concreti.

Oltre alla richiesta di fornire ulteriore documentazione sull’attività, si è chiesto di attivare una più precisa valutazione dei materiali e degli inquinanti presenti nell’area (quantità e qualità), compreso l’inquinamento radiologico, del tutto ignorato nella relazione illustrativa. Si è chiesta inoltre una più precisa delimitazione dell’area da bonificare e di conoscere l’entità dei rifiuti e degli ordigni presenti nel mare adiacente la penisola, dato anch’esso inesistente. Non tutti gli habitat e le specie tutelate presenti nell’area sono presi in considerazione dalla relazione illustrativa, che non prevede misure di mitigazione adeguate. 

Manca in definitiva un progetto operativo di bonifica cosí come previsto dal D.Lgs. 152/2006, al fine di individuare gli interventi di effettuare nel sito, le tecnologie applicabili, le misure di mitigazione e di compensazione, i costi ed i tempi previsti per la bonifica.

Considerato che si tratta di un Sito di Importanza Comunitaria è stata richiesta inoltre una adeguata valutazione sulle interferenze con le specie faunistiche e su tutte le specie protette presenti nell’area e che, a seguito della bonifica, il SIC ITB040024 ISOLA ROSSA E CAPO TEULADA non sia più interessato da esercitazioni che prevedono l’uso di ordigni e di mezzi militari, ma venga assicurata la sua destinazione definitiva ad area di tutela della biodiversità e conservazione della flora, della fauna e di tutti gli habitat tutelati; come previsto per tutti i siti inseriti nella rete europea Natura 2000.

Link per scaricare le Osservazioni alla VINCA  

Link alla documentazione presentata dal Comando Militare


sull'argomento


domenica 29 gennaio 2023

A Teulada disastro come da atomica?

Osservando gli spogli graniti della penisola Delta emergere dalle acque chiare di Teulada, nello scorrere delle slides proiettate nel corso del Convegno “Tutela dell’ambiente o poligoni militari? Il caso della penisola Delta”, organizzato a Cagliari il 14 gennaio da Italia Nostra Sardegna insieme ad altre Associazioni (Cagliari Social Forum, USB, COBAS, Madri contro la repressione), confesso di aver provato lo sgomento che mi assale nel mirare il Rosegat nel San Francesco di Alghero. Non solo per quel che accomuna quel suolo reso scabro dai colpi alle membra piagate dalla sferza, ma per quello smarrimento che ti assale di fronte ad un inerme corpo legato eppur percosso dalla follia umana. 


Perimetro del poligono militare di Capo Teulada

Sì, perché su quel lembo incolpevole di terra si sono schiantati dal 2008 al 2016 ben 860.000 colpi, lasciando sul campo un residuo di 556 tonnellate, parte dei quali derivati dall’impatto di 11.785 missili MILAn. Dal 1959 (anno di occupazione del poligono) al 2008 tutto però resta nel limbo dell’inconoscibilità, perché, a dire dei militari, munizioni di ogni tipo uscivano dagli italici arsenali senza che nessuno ne prendesse nota. Estrapolando i dati potremmo dedurne che la penisola Delta nei 64 anni di attività simil bellica sia stata il bersaglio di oltre 7 milioni di colpi, accumulando residui per circa 4.500 tonnellate. 

Qualora si consideri che la penisola copre una superficie di appena 3.000 ha non si può non dedurne di essere in presenza di una vera catastrofe ambientale, che richiama per la consistenza delle devastazioni gli impatti prodotti da esplosioni affini alle nucleari. Il raffronto può apparire eccessivo, non però se ci si limita ai soli effetti devastanti della deflagrazione, ma ove si consideri la sommatoria delle detonazioni nel tempo, alle quali sono associati non solo TNT, tetrile, l’RDX contenuti negli esplosivi, ma i materiali degli involucri (ottone, acciaio, metalli), i propellenti (kerosene, perclorati, idrazina), i componenti speciali (metalli pesanti, tungsteno, radioisotopi, uranio impoverito, amianto). Un’ampia gamma di contaminanti ed inquinanti, in parte ignoti, che piovuta dal cielo si è diffusa senza alcun ostacolo nelle matrici ambientali (terra acqua e aria). La rapidità con cui gli inquinanti sono entrati nel ciclo di vita della natura è risultata rapidissima perché molteplici i vettori e in grado di veicolare anche a distanze rilevanti.

C’è di più. Nonostante la vasta normativa, a cominciare dal Codice dell’ambiente sull’obbligo della rimozione dei residuati e della bonifica dei luoghi dopo le esercitazioni, nulla di tutto questo nei 64 anni di occupazione del poligono è stato mai fatto. Ecco perché dopo anni di proteste e manifestazioni corredate dai rituali arresti e denunce degli incolpevoli attivisti, la magistratura nel 2012 è sembrata volerci veder chiaro aprendo un procedimento penale (n.4804) contro ignoti. Un primo velo sembra essere stato squarciato dalle relazioni peritali, con dati così sconvolgenti da sfociare nell’imputazione dei vertici militari responsabili della gestione del poligono e nel processo tuttora in corso. 

Non è il solo scenario che si apre su questo teatro dell’assurdo. Nonostante la manifesta incompatibilità delle esercitazioni militari con i principi di tutela e conservazione degli habitat, nel 2000 Capo Teulada viene compreso nell’elenco dei SIC (Sito di interesse comunitario ITB040024) individuati dall’Italia, su proposta della Regione, in attuazione della Direttiva Habitat 2000. Si tratta di siti di elevatissimo pregio ambientale che l’U.E. intende tutelare ai fini della conservazione di tutti gli habitat e in particolare di quelli definiti “prioritari”. La individuazione dei SIC comporta dei ristori economici di rilevante entità a patto che gli Stati proponenti esercitino una costante azione di tutela attraverso Piani di gestione che si impegnano a predisporre ed attuare. La scelta italiana appare in verità singolare, considerato che le attività militari sulla Delta fervevano ormai da 40 anni, ma ancora più singolare è il fatto che esse abbiano continuato a protrarsi fino al 2016 nell’ambito di quella “compatibilità ambientale” richiesta ad ogni attività esercitata nei SIC. 

Ancora più assurdo appare il totale silenzio all’interno del Piano di gestione del SIC redatto nel 2008 ed aggiornato nel 2014 sul tipo di attività militari che in esso avevano luogo, mentre ampio risalto viene data alle limitazioni da imporre ai visitatori (l’area peraltro è interdetta!), affinchè nei percorsi prestabiliti non si creino interferenze con gli habitat e affidandone il controllo ai militari stessi.

La farsa assume contorni grotteschi se si pensa che la stessa Regione nonostante lo scempio paesaggistico e ambientale della Delta e del territorio circostante, completa l’iter procedurale nel 2021 chiedendo all’Europa con Delibera 23/81 di riconoscere al SIC di Capo Teulada lo status di ZSC (zona speciale di conservazione) e di archiviare la procedura di infrazione cui l’UE l’ha giustamente sottoposta dal 2015. A rassicurare Bruxelles sul rispetto della Direttiva habitat dovrebbero essere i protocolli d’intesa stipulati con il Ministero della difesa di contenuto ignoto, mentre il fine sotteso sono la cessazione delle ingenti sanzioni conseguenti alla procedura di infrazione e la speranza di continuare ad attingere ai finanziamenti previsti per le ZSC.

E’ forse anche per dare credibilità ai protocolli ed una plausibile copertura alla richiesta della RAS, che il Ministero della difesa avvia nel 2022 una procedura di VINCA presso il SAVI regionale sardo.

La lettura della Relazione di VINCA è emblematica ai fini della comprensione dei meccanismi di sfruttamento coloniale imposti dalle “servitù militari” alla Sardegna. Vi si afferma che al poligono, preesistendo al SIC, spetterebbe un diritto incoercibile di primogenitura. Si riconosce che ormai la situazione ambientale è compromessa in modo irreversibile. Le indagini eseguite dai militari stessi su un campione dell’1,4% del territorio (di cui non vengono rivelati gli esiti) avrebbero dato scostamenti dai parametri normativi del solo Arsenico e Piombo, e assenza di altri tipi di inquinanti pur avendo ipotizzato nel “Compendio per la rimozione dei residuati da esercitazione dalla penisola Delta di Capo Teulada” (redatta dal Comando Militare Esercito della Sardegna)  la potenziale presenza di rischi chimici (TNT, metalli pesanti) e radiologici (residui del siar MILAN). Alcuni vincoli imposti dal SAVI rendono impossibili i movimenti degli automezzi e le attività sul fronte della penisola, pur se con una elevata presenza di residuati per le difficoltà di accesso, sono escluse dall’intervento. Dulcis in fundo le esercitazioni riprenderanno dopo l’intervento in modalità ecocompatibile (sic!), perché Teulada sembra essere l’unico poligono d’Italia ad esse adatto alle esercitazioni a fuoco.    

Ancora più complesse e gravi le problematiche che la VINCA omette di affrontare.

In mare giacciono una rilevante quantità di ordigni in parte inesplosi di cui si omette il recupero. Sottaciuti sono i tempi ed i costi dell’intervento i primi lunghi per la tipologia e il numero degli ordigni, i secondi cospicui e di inespressa attribuzione. Le deflagrazioni della massa considerevole di inesplosi (oltre 14.000 ordigni) non avverrebbero ad impatto zero per gli habitat circostanti, né sembra possa essere una soluzione praticabile l’abbandono in situ, fonte di futuro inquinamento.


La problematica di estrema complessità viene affrontata da un punto di vista tecnico e procedurale con estrema superficialità, facendo nascere il sospetto che le F.A., pur senza rifuggire da rassicurazioni formali di intervento, auspichino in segreto un esito negativo della valutazione. E’ palese che non si intende affrontare il problema alla radice attraverso una bonifica integrale dell’intero SIC per restituirlo alle condizioni di integrità ambientale originarie o dove sia impossibile, consentire una lenta ricucitura attraverso i processi naturali.

Questa soluzione implicherebbe la redazione di un progetto di notevole complessità conforme alle prescrizioni del Titolo V del Codice dell’ambiente e da sottoporre a procedimento di VIA-VINCA. Né potrebbe dirsi esauriente in considerazione della imponente mole di residuati classificati come rifiuti speciali e il cui trattamento richiede complesse procedure (Titolo III dello stesso codice). In sintesi la questione della penisola Delta e di Capo Teulada appare di irrisolta complessità tecnica, comporta oneri ingenti e andrebbe affrontata alla radice, senza il ricorso ai pannicelli caldi delle rimozioni superficiali, utili forse solo a sviare i burocrati di Bruxelles.

A questo punto c’è da chiedersi se il persistere di poligoni militari non sia da considerarsi in aperta antitesi con l’esigenza a scala territoriale vasta della tutela dell’ambiente e della salute, se la loro presenza possa dirsi compatibile con i costi sociali imposti dalla “transizione ecologica”, se la logica della guerra possa essere ragionevolmente coniugata con il paradigma dello “sviluppo sostenibile”.

Quel che lascia attoniti è l’indifferenza della maggioranza della società sarda e l’acquiescenza dei media nei confronti di quanti, pur dilaniando questa terra, accampano pretese giustificazioniste. Mi riferisco alle affermazioni sul contributo all’economia isolana delle servitù militari, alla tesi che la coesistenza di SIC e poligoni costituisce una dimostrazione della tutela della natura esercitata dalle forze armate, alle previsioni sul destino di una Sardegna vista come zona di frontiera. Affermazioni al limite della provocazione, a cui si risponde con un ostinato silenzio e una connivente indifferenza.

Se non fosse per le eroiche “Madri contro la repressione” che si battono in nome dei propri figli perseguitati per reati dimostrativi o per gli irriducibili militanti di quei gruppi che lottano per liberare questa terra dal giogo del neocolonialismo, potremmo dire di dover assistere ad una necrosi delle coscienze o, come ammonisce il Rosegat, al sonno della ragione.

Mauro Gargiulo - Presidente Italia Nostra Sardegna 

   

Articolo pubblicato su S'Indipendente il 23 gennaio 2023 

Dossier sul poligono militare di Teulada a cura di A FORAS



lunedì 23 gennaio 2023

Sant’Antioco: dopo 17 anni arriva il PUC riproponendo scelte urbanistiche fallimentari

Il comune di Sant’Antioco ha impiegato 17 anni per adeguare il proprio strumento urbanistico al Piano Paesaggistico Regionale. Un ritardo non giustificabile considerate le aspettative dei cittadini per un quadro di riferimento e di coordinamento per gli atti di programmazione e di pianificazione locale per realizzare le finalità di tutela imposte dal codice dei beni culturali e del paesaggio.

Anche questo piano ripropone l’ineluttabilità del consumo del territorio e del bene paesaggistico come il “giusto sacrificio” da offrire allo sviluppo economico della comunità.  Fatto smentito dalle migliaia di metri cubi realizzati nei primi anni del secolo che hanno portato ad un ulteriore occupazione di suolo e come unico beneficio numerose abitazioni inutilizzate per buona parte dell’anno e arricchito chi le ha realizzate.

Le relazioni che supportano il documento di pianificazione comunale rappresentano una fotografia allarmante dello stato attuale:

·      Lento e costante decremento demografico 

·      Economia in forte difficoltà e senza prospettive

·      Abnorme presenza di seconde case e di abitazioni inutilizzate e vuote

·      Volumi pro capite esagerati rispetto ai normali standards e a quelli di legge

·    Disordinata costruzione di seconde case senza rispettare la quota minima da riservare alle attività alberghiere e alle strutture a rotazione d’uso

·      Elevato indice di consumo di suolo – tra i comuni con più elevato consumo di suolo della provincia SU (5,2% su 2,8%)

·  Rilevanti estensioni di suolo impermeabilizzato e degradato da pregressa attività industriale ed estrattiva

Le risposte del documento pianificatorio a queste criticità appaiono inadeguate e talvolta acuiscono le anomalie evidenziate. Spostare i volumi previsti in aree degradate verso terreni costieri e paesaggisticamente rilevanti significa acuire il consumo di suolo e perdere gli elementi di attrattiva dell’isola. Così come lo è il raddoppio dei fallimentari interventi turistici degli anni ’70. 

Prevedere 26 ettari di zone di espansione rispetto a un costante decremento demografico significa impermeabilizzare e occupare aree deputate alle produzioni agricole di qualità.

Realizzare un campo da golf da 18 buche in una zona arida, significa espropriare importanti risorse idriche alla comunità.

Un articolo del New York Times del 2010 scriveva che <<I visitatori sono attratti da Sant'Antioco per la sua vasta “savana mediterranea” e le spiagge più incontaminate della regione>> e aggiungeva che uno dei motivi principali di attrazione deriva dalla presenza di un territorio ancora selvaggio e incontaminato. 

Le soluzioni proposte non esaltano queste caratteristiche e non appaiono utili a risolvere le criticità presenti. Anzi, molte di queste contribuiranno ad aggravare tale situazione.

Link alle osservazioni presentate da Italia Nostra Sardegna al PUC di Sant'Antioco


sull'argomento

La Provincia del Sulcis Iglesiente - Il Consiglio comunale di Sant'Antioco ha adottato il PUC, adesso spazio alle osservazioni


Unione Sarda 7 febbraio 2023



Maladroxa anni '60