martedì 19 febbraio 2019

Lettera aperta ai candidati presidente per la Sardegna

Urbanistica, tutela del paesaggio e delle coste, cambiamenti climatici.


Il Wwf e Italia Nostra, in vista delle prossime elezioni regionali, fissate per il 24 febbraio 2019, chiedono a tutti i candidati alla carica di Presidente della Regione Sardegna di impegnarsi per la tutela delle coste dell’isola. Porgiamo alcune semplici domande che richiedono chiare risposte e un impegno deciso non solo per uno sviluppo sostenibile e duraturo ma anche strategie di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico che consentano di consegnare alle generazioni future il patrimonio che ora abbiamo in prestito.

In Sardegna tra i principali impatti del cambiamento climatico sulle coste dell’isola, negli ultimi 50 anni, si sono perse superfici di spiaggia con le erosioni registrate lungo 165 km di costa sabbiosa pari al 36% del totale. Giova ricordare che nei prossimi decenni, in assenza di provvedimenti di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico, si ipotizza un innalzamento del livello del mare tra 1 e 1,5 metri. 


In contraddizione e, senza volere prendere coscienza di questa realtà e del fatto che la fascia costiera è tutelata da norme nazionali e regionali, con insistenza si sono ipotizzate nuove costruzioni e cementificazioni a vario titolo, attraverso un sistema di deroghe.

Negli ultimi decenni è mancata, pur in presenza di un quadro normativo certo (sulle coste non si può costruire), la volontà di far adottare i piani urbanistici comunali e l’estensione del PPR alle zone interne.

Le chiediamo: “Se venisse eletto alla guida della Regione, nei primi 100 giorni del suo governo, confermerebbe il sistema di tutela o al contrario introdurrebbe deroghe? E quali strumenti metterebbe in atto per far sì che che tutti i comuni sardi, finalmente, si dotino di moderni strumenti urbanistici e le zone interne si integrino alla pianificazione dell’intero territorio regionale anche per mitigare lo spopolamento delle stesse? Inoltre, quali provvedimenti di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico adotterebbe?”

Carmelo Spada         Delegato Wwf Italia per la Sardegna
Graziano Bullegas    Presidente Italia Nostra Sardegna 
   
       

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domenica 17 febbraio 2019

Mercoledî 20 febbraio sit-in davanti al TAR Sardegna

Mercoledí prossimo 20 febbraio 2019 la prima sezione del TAR Sardegna ha fissato la Camera di Consiglio per decidere sulla istanza cautelare avanzata dalle Associazioni che hanno presentato il ricorso davanti al TAR contro il provvedimento unico n. 82/2018 del SUAP del comune di Iglesias, che autorizza la nuova linea di produzione di bombe per lo stabilimento della RWM Italia spa. 
L’autorizzazione dei due nuovi reparti (reparto R200 e R210) consentirà di triplicare la produzione bellica dello stabilimento di Domusnovas-Iglesias.
In occasione della Camera di Consiglio che dovrà decidere se sospendere o meno l’autorizzazione rilasciata dal comune di Iglesias, le Associazioni e i Comitati che hanno sottoscritto il ricorso e quelle che lo sostengono hanno indetto un sit-in, a partire dalle ore 9.00 di mercoledí 20, di fronte al TAR Sardegna, in piazza del Carmine a Cagliari.
Nel corso del sit-in le Associazioni e i Comitati avranno piacere di incontrare gli organi di stampa per informare sugli sviluppi del ricorso e sulle novità emerse in quest’ultimo periodo.

Queste in breve le motivazioni del ricorso
·      Non è stata fatta nessuna Valutazione d’Impatto Ambientale (VIA),obbligatoria in caso di industrie chimiche che producono esplosivi per uso bellico, e necessaria oltretutto per la grande vicinanza di una zona naturalistica protetta (SIC Marganai – Monte Linas).  
·      Il piano di ampliamento è stato frazionatoarbitrariamente in tanti interventi minori per semplificare in maniera, a nostro avviso illegittima, le procedure ed eludere la VIA. 
·      É stata fattivamente impedita la conoscenza degli atti e la partecipazione al procedimentodecisionale alla popolazione, in forma sia individuale che associativa.  
·      L’area designata per l’intervento è priva di destinazione urbanistica, e pertanto non ha una destinazione industriale.  Non è possibile quindi autorizzarvi la costruzione di impianti industriali.  
·      La produzione di ordigni esplosivi di elevata potenza rappresenta attività ad alto rischio di incidente,con possibili esiti catastrofici, ciononostante non è stato adeguato il Piano di Emergenza previsto dalla vigente normativa. 

Associazioni e Comitati che hanno sottoscritto il ricorso al TAR: 
Italia Nostra, Comitato Riconversione RWM, Unione Sindacale di Base USB, ARCI Sardegna, Centro Sperimentazione Autosviluppo onlus, Legambiente Sardegna, Assotziu Consumadoris Sardigna

Associazioni che sostengono le motivazioni del ricorso

Confederazione Sindacale Sarda, Rimettiamo le radici di Fluminimaggiore, Cobas, ANPI, Cagliari Social Forum, Movimento non violento, Partito Comunista Italiano, Amnesty International


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mercoledì 6 febbraio 2019

RWM. L'Italia ripudia la guerra ... e vende la morte

La Giunta Regionale con Delibera 3/26 del 15.1.19 ha deciso di non assoggettare a valutazione di compatibilità ambientale (VIA) la realizzazione di un nuovo campo (R140) per prove di scoppio di munizioni ed esplosivi in loc. S.Marco (Iglesias), ampliamento dell’adiacente stabilimento RWM (Domusnovas), che produce armi e munizioni. Nel comunicato che ne dà notizia l’Assessore invoca l’intervento dello Stato per bloccare  la produzione di armi sul territorio Sardo e la riconversione della fabbrica. Occorre scindere i due distinti livelli, quello tecnico-amministrativo della verifica ambientale da quello politico della produzione di materiale bellico. 

La vicenda della fabbrica sulcitana è abbastanza nota. La S.E.I che negli anni 70 aveva realizzato a Domusnovas uno stabilimento per la produzione di esplosivi per uso civile, riceve nei primi anni 2000, a seguito della crisi mineraria, un finanziamento pubblico di 6 miliardi di lire per la riconversione in produzione di armamenti bellici. Nel 2010 la proprietà passa alla RWM Italia, società controllata dalla tedesca Rheinmetal, una multinazionale con un fatturato da 6 milioni di euro di cui il 50% in armamenti. Poco dopo (2012) la RWM riconverte la linea produttiva, dedicandola esclusivamente alla realizzazione di materiale bellico ed ampliando poi a più riprese lo stabilimento, fino ad incrementare il fatturato nell’ultimo biennio del 200%. Beneficia nel frattempo di una serie di interventi pubblici per la sistemazione di viabilità ed aree al contorno. Benché il ciclo produttivo e commerciale sia coperto da segreto militare, è certo che gli ordinativi  provengano dall’Arabia Saudita e che il materiale bellico venga impiegato nel conflitto della coalizione araba contro lo Yemen. Il trasferimento degli ordigni avviene attraverso i porti di Cagliari, Olbia e Sant’Antioco, nonché per via aerea da Elmas. E’ dunque acclarato che l’esplosivo proveniente dalla Sardegna venga utilizzato in un conflitto con fini offensivi ed in palese violazione dei diritti umani e che sia la produzione che la commercializzazione si svolga con la connivenza  di Governo e Regione. 
Giova ricordare che sia la riconversione produttiva da civile a bellica, sia l’ampliamento complessivo è avvenuto frazionando gli interventi a più riprese, in modo da non consentire una visione d’insieme delle attività produttive e aggirare la procedura di VIA, limitando gli adempimenti amministrativi a semplici comunicazioni al SUAPE dei Comuni interessati. Fa eccezione l’ampliamento in corso del campo R140, ma, come detto, la Regione ha escluso “a priori” ogni ipotesi di impatto sull’ambiente nelle attività di prova degli esplosivi. Sussistono ampie riserve sui presupposti tecnici a fondamento di tale apodittica conclusione, visto che non si conoscono i processi produttivi e le caratteristiche tecniche dei materiali testati, coperti dagli “omissis” nella documentazione tecnica. Sarebbe stato inoltre opportuno divulgare i risultati delle prove e dei campionamenti eseguiti dall’ARPAS sulle matrici ambientali, le modalità di esecuzione, il perimetro e le profondità dei prelievi al fine di comprendere su quali dati reali si sia giunti ad escludere l’eventualità di una presenza di fattori inquinanti, posto che l’intera area (circa ha.193) risulta interdetta. Anche sotto l’aspetto della compatibilità con la pianificazione territoriale sussistono ampie riserve, visto che il campo prove R140 ricade in una “Zona Bianca”, ovvero non disciplinata da strumenti urbanistici, nonché a 800 mt. dal SIC Marganai-Monte Linas ed all’interno di un Parco Geominerario  e del Parco regionale del Linas. Gli interventi e le attività ammessi nelle Zone Bianche ai sensi dell’art.9 del DPR 380/01 dovrebbero considerarsi di “default” ovvero di carattere prettamente conservativo e non può dirsi che il sorgere di un campo prove per esplosivi e di una nuova linea produttiva per ordigni bellici possano farsi ricomprendere tra quelli non “innovativi” per un’area ubicata in agro. Inoltre tutti i Parchi godono al contorno di aree buffer per le quali deve procedersi almeno alla VINCA. 

La propensione a seguire procedure eterodosse ha avuto un’ulteriore conferma nel corso dei lavori di bonifica da amianto in un capannone industriale, sempre di proprietà RWM, sito nella zona industriale di Iglesias (loc. Sa Stoia). Non risultano chiare le procedure di decontaminazione e di smaltimento delle circa 250 tn di rifiuti contaminati., come pure è a tutt’oggi ignoto il materiale stoccato nel capannone, la sua destinazione d’uso futura e il ruolo che il deposito dovrà svolgere nell’ambito del ciclo produttivo della fabbrica di Domusnovas.
Non è dunque frutto di mera casualità il riferimento dell’Assessore all’ “autonomia degli uffici competenti”, un richiamo che è da interpretarsi come un’esplicita “excusatio non petita”. Nel contempo è sconcertante il contenuto “politico” del comunicato se solo si riflette sui vincoli imposti dalla Costituzione. Val la pena solo rievocare l’art.11 “l’Italia ripudia la guerra….” e gli artt. 41 e 2, secondo i quali l’attività privata non può svolgersi in danno della dignità, della libertà e della solidarietà umana. Non sussistono dubbi sulle violazioni costituzionali delle produzioni belliche in questione, che dovrebbero indurre a bloccare l’attività della RWM. Se non bastasse, una legge del 1990 (la l.185) detta vincoli sulla riconversione di tali impianti da civili al settore difesa, tra cui il divieto di esportazione verso Paesi che non rispettano i diritti umani ed in assenza di garanzie sulla destinazione delle armi (art.1). Si aggiungano le Risoluzioni del Parlamento Europeo (2016, 2017 e 4/10/18) con cui, oltre alla condanna delle ripetute violazioni dei diritti umani nella guerra in Yemen, si formula l’esplicito embargo delle armi nei confronti dell’Arabia Saudita. Non mancherebbe dunque al distratto Governo sardo un sostegno normativo per mettere in angolo un riluttante Governo nazionale, prodigo di parole, avaro nei fatti! Stupisce peraltro la tardiva presa di posizione nei confronti dell’attuale Governo, se raffrontata al prolungato silenzio verso i precedenti. Nicodemismo sotto la spinta di un fine mandato, perché non si può in patria “sgombrare la VIA” e imputare ad altri l’esclusiva responsabilità della fabbrica di morte! Sarebbe stato etico interrogarsi sull’assenso alla trascorsa riconversione da civile in bellica, sull’inazione nei confronti dell’arroganza ampliativa, sull’avallo all’utilizzo di porti ed aeroporti. 
A fronte di tale latenza gnomica la richiesta di riconversione della fabbrica, oltre che problematica, si palesa come la foglia di fico con cui celare le vergogna di un fallimento politico. Si continua a non voler prendere coscienza di ciò che è sotto gli occhi di tutti. Un territorio, il Sulcis, devastato dagli inquinamenti frutto di disastri industriali, condannato a nutrirsi di cieche speranze ereditate dal nascere distretto minerario, ostinato nella perseverante erosione delle risorse. Un territorio dotato di uno sconfinato patrimonio ambientale e culturale, ma che, oppresso dal calcagno del ricatto elettorale, è in endemica crisi occupazionale. Inutile piatire una riconversione sotto l’incubo della perdita di posti di lavoro destinati a svanire su pressioni internazionali. Occorre ripensare un’economia del territorio che assuma a principio la triplice sostenibilità col fine di una virtuosa circolarità. Assiomi evocati negli atti della Giunta, ma non tradotti in azioni concrete. E’ in tale prospettiva e non per vano contendere, che si colloca il ricorso al TAR avverso l’autorizzazione dei nuovi reparti produttivi R200 e R210 e proposto da Italia Nostra, altre Associazioni insieme ai Comitati territoriali uniti. Se il TAR dovesse accoglierne le motivazioni, le forze civiche vedrebbero legittimata la loro opposizione ad una nefasta politica che rende l’Isola complice di un crimine contro l’umanità.
di Mauro Gargiulo  (Responsabile settore energia di Italia Nostra Sardegna)


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giovedì 31 gennaio 2019

Sottoporre agli esami fisico-chimici i depositi "storici"di posidonia di Alghero

Le associazioni ambientaliste, dopo aver acquisito la documentazione trasmessa dal Comune di Alghero, che ha ottemperato alla richiesta di informazioni ambientali e accesso civico, in relazione a indagini e esami fisico-chimici nei depositi “storici”. di posidonia di Alghero e preso atto che la relazione dell’Arpas dipartimento di Sassari e Gallura, redatta in seguito a due sopralluoghi effettuati nel mese di dicembre, si basa esclusivamente su indagini visive ribadiscono la richiesta di indagini e esami fisico-chimici nei depositi “storici” di posidonia di San Giovanni e negli altri ubicati lungo la costa di Alghero. 
Inoltre le associazioni ambientaliste, in relazione al riposizionamento - come previsto dalla normativa regionale quale naturale difesa delle coste dall’erosione - della posidonia spiaggiata accumulata esclusivamente nella stagione 2018, chiedono alle istituzioni che i lavori vengano eseguiti con l’utilizzo di mezzi meccanici di piccole dimensioni a basso impatto sull’arenile. Inoltre auspicano, per la prossima stagione, che nell’esecuzione dell’asportazione della posidonia dal litorale sabbioso, vengano tutelate le piante pioniere che insistono sull’arenile, anch’esse rivestono un ruolo importante contro l’erosione come evidenziato nelle “Linee guida per la gestione integrata delle spiagge”  della Regione Sardegna.   
Infine le associazioni ambientaliste chiedono che nell’estensione del PUL, gli stabilimenti balneari, siano distribuiti ad almeno 50 metri l’uno dall’altro, al fine di restituire porzioni di spiaggia - quale bene comune- alla libera fruizione dei cittadini.

WWF,  Italia Nostra Sardegna, Gruppo Intervento Giuridico, Ferderparchi, Lipu, Codacons


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mercoledì 30 gennaio 2019

No al Carbone, Si all'autoproduzione da fonte rinnovabile

Le associazioni ambientaliste della Sardegna ed ISDE propongono la riconversione del polo dell'alluminio primario in quello dell'alluminio riciclato.

Le associazioni ambientaliste, nel corso dei decenni, hanno espresso contrarietà e depositato osservazioni in vari procedimenti di V.i.a. in relazione a progetti di produzione di energia elettrica da fonte fossile, nonché in casi controversi di biomasse, termo-solare ed eolico. Le osservazioni partono sempre dal presupposto che le realizzazioni degli impianti devono avere una prospettiva di sostenibilità ambientale e paesaggistica che al contempo devono assicurare la tutela della salute e il benessere dei cittadini piuttosto che la remunerazione economica dei proponenti.

I dati diffusi dell’AIE (Agenzia internazionale dell’energia) sulla mortalità nel mondo dovuta all’inquinamento dell’aria da fonti energetiche a combustibili fossili parlano chiaro. I veri imputati sono carbone e petrolio e causano milioni di morti premature ogni anno. Ne consegue che le associazioni ambientaliste ed ISDE- Medici per l’Ambiente sostengono la chiusura delle centrali a carbone in funzione in Sardegna entro il 2025, in linea con altri Paesi europei, dicendo addio ad una fonte fossile causa in Italia di circa 8 morti a settimana e di una spesa sanitaria annua calcolata di 1,4 miliardi di euro. 

Le associazioni ambientaliste ed ISDE sostengono con forza l’assoluta necessità della chiusura delle centrali a carbone in funzione in Sardegna entro il 2025 in attuazione del decreto del ministero dell'Ambiente 430 del 22 novembre 2018 con l’obiettivo globale di uscire dall’era fossile, entro i prossimi 20 anni, per transitare verso un sistema mondiale di produzione di energia basato sulle rinnovabili. Questo risponde a quanto previsto dall’Accordo di Parigi sul Clima che punta a limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi C. 


Le associazioni ambientaliste ed ISDE ricordano che, attualmente (dati piano energetico ambientale, ( https://www.regione.sardegna.it/sardegnaenergia/pears/) in Sardegna abbiamo i seguenti dati relativi alle fonti di produzione energetica: 78% termoelettrica, 11% eolica, 5% bioenergie, 5% fotovoltaico, 1% idroelettrico. Fonte termoelettrica: 42% carbone; 49% derivati dal petrolio; 9% biomasse. Altresì si rileva una limitata riduzione delle emissioni in atmosfera di anidride carbonica solo con la sostituzione, in molte città, dell’illuminazione pubblica con lampade led ad efficienza energetica, ma non è riscontrabile una coerente politica di riduzione della produzione da fonte fossile conseguente alla stessa percentuale di produzione da F.E.R. (Fonte energetica rinnovabile). Si constata l’orientamento verso il metano (ritenuta fonte fossile di transizione) ma sono presenti eclatanti contraddizioni: si produce oltre il 46%d i energia elettrica in più rispetto al fabbisogno (con i conseguenti costi ambientali e sanitari), ma cittadini ed imprese pagano oltre il 30% in più l’energia utilizzata rispetto ad altre regioni italiane. Risulta difficile credere che il metano possa consentire la riduzione della bolletta dei sardi e delle imprese, più verosimile potrebbe essere l’istituzione di una nuova servitù energetica per un ulteriore sovrapproduzione da esportare attraverso i cavi sottomarini.

Le associazioni ambientaliste ed ISDE sottolineano che la politica ambientale dell’Europa e le stesse linee di indirizzo del Piano Energetico Regionale prevedono di contribuire all’obiettivo di “de-carbonizzare” l’economia riducendo entro il 2030 di almeno il 40% le emissioni di gas a effetto serra rispetto ai valori registrati nel 1990. 



Le associazioni ambientaliste ed ISDE ribadiscono contrarietà all’utilizzo del carbone e delle altre fonti fossili ed esplicitano il proprio favore alla Fonti Energetiche Rinnovabili a condizione che esse si realizzino in aree e suoli industriali dismessi che devono essere, preliminarmente, bonificati non già con denaro pubblico, ma con quello di chi ha inquinato. Purtroppo assistiamo ancora oggi alla solita visione miope e dettata da compromessi che si rifiuta di prendere atto del fallimento del modello industriale legato alla produzione petrolchimica sarda e destinato a coprire una fascia sempre più esigua dell’economia isolana, a fronte dell’inarrestabile avanzare delle attività primarie e terziarie. Questa ostinata volontà di tenere in piedi un sistema produttivo industriale anacronistico, contrastante con i modelli virtuosi e sostenibili, oltre a scelte incoerenti porta al dispendio di risorse umane ed economiche che potrebbero essere meglio indirizzate verso il settore della conoscenza e dell’innovazione. Tali ambiziosi obbiettivi sono raggiungibili attraverso l’abbandono delle attuali metodologie di produzione energetica affidate ai grandi impianti utilizzatori di combustibili fossili. È arrivato il momento di abbandonare l’attuale sistema energetico piramidale per favorire la democrazia energetica attraverso smartg rid, efficientamento e risparmio energetico, autoproduzione con un ruolo da protagonisti per i piccoli e medi produttori-consumatori (i prosumers così come individuati nelle politiche economiche europee di settore). Favorire quindi la diffusione capillare della produzione da FER per decentrare e democratizzare il sistema di produzione garantendo un'equa distribuzione della ricchezza e nello stesso tempo combattere la speculazione energetica delle rinnovabili. 

Le associazioni ambientaliste auspicano per la Sardegna l’autoproduzione da fonte rinnovabile dell’energia come accade già in alcuni comuni sardi (come recentemente documentato dalla trasmissione Rai Presa diretta di Riccardo Iacona) e, in considerazione del fatto che il maggiore consumo energetico è di gran lunga quello industriale, la trasformazione del sistema economico attuale verso quello circolare anche con la riconversione del polo dell’alluminio primario di Portoscuso (Alcoa –Eurallumina) in quello dell’alluminio riciclato notevolmente meno energivoro e inquinante.
L’alluminio, infatti, è materiale completamente riciclabile e riutilizzabile all’infinito per la produzione di oggetti anche sempre differenti. L’Italia (insieme alla Germania) è oggi il terzo Paese al mondo per la produzione di alluminio riciclato, dopo gli Stati Uniti e il Giappone.
Attualmente ben il 90% dell’alluminio utilizzato in Italia (il 50% nel resto dell’Europa occidentale) è alluminio riciclato e ha le stesse proprietà e qualità dell’alluminio originario: viene impiegato nell’industria automobilistica, nell’edilizia, nei casalinghi e per nuovi imballaggi.

La raccolta differenziata, il riciclo e recupero dell’alluminio apportano numerosi benefici alla Collettività in termini economici perché il riciclo dell’alluminio è un’attività particolarmente importante per l’economia del nostro Paese, storicamente carente di materie prime, in termini energetici, perchè permette di risparmiare il 95% dell’energia necessaria a produrlo dalla materia prima (1), nonchè sotto il profilo ambientale in quanto abbatte drasticamente le emissioni inquinanti e necessita di molte meno risorse naturali.
Nel 2016 in Italia sono state recuperate ben 48.700 tonnellate di alluminio, il 73,2% delle 66.500 tonnellate immesse nel mercato nello stesso anno: cosìs ono state evitate emissioni inquinanti pari a 369 mila tonnellate di CO2 ed è stata risparmiata energia per oltre 159 mila tonnellate equivalenti petrolio (dati Consorzio Italiano Imballaggi Alluminio – CIAL, 2017).    

La totalitàdell’alluminio attualmente prodotto in Italia proviene dal riciclo. 
I trend confermano l’Italia al primo posto in Europa con oltre 927 mila tonnellate di rottami riciclati (considerando non soltanto gli imballaggi).  
Oggi nel nostro Paese operano dodici fonderie che trattano rottami di alluminio riciclato, con una capacità produttiva globale di circa 808 mila tonnellate di alluminio secondario (2015), un fatturato complessivo di oltre 1,87 miliardi di euro e circa 1.600 lavoratori occupati nel settore.       


WWF - Italia Nostra - Gruppo Intervento Giuridico - Ferderparchi - Codacons - Lipu - ISDE- Medici per l’Ambiente



[1]la produzione di un kg. di alluminio di riciclo ha un fabbisogno energetico (0,7 kwh) che equivale solo al 5% di quello di un kg. di metallo prodotto a partire dal minerale (14 kwh).