domenica 29 gennaio 2023

A Teulada disastro come da atomica?

Osservando gli spogli graniti della penisola Delta emergere dalle acque chiare di Teulada, nello scorrere delle slides proiettate nel corso del Convegno “Tutela dell’ambiente o poligoni militari? Il caso della penisola Delta”, organizzato a Cagliari il 14 gennaio da Italia Nostra Sardegna insieme ad altre Associazioni (Cagliari Social Forum, USB, COBAS, Madri contro la repressione), confesso di aver provato lo sgomento che mi assale nel mirare il Rosegat nel San Francesco di Alghero. Non solo per quel che accomuna quel suolo reso scabro dai colpi alle membra piagate dalla sferza, ma per quello smarrimento che ti assale di fronte ad un inerme corpo legato eppur percosso dalla follia umana. 


Perimetro del poligono militare di Capo Teulada

Sì, perché su quel lembo incolpevole di terra si sono schiantati dal 2008 al 2016 ben 860.000 colpi, lasciando sul campo un residuo di 556 tonnellate, parte dei quali derivati dall’impatto di 11.785 missili MILAn. Dal 1959 (anno di occupazione del poligono) al 2008 tutto però resta nel limbo dell’inconoscibilità, perché, a dire dei militari, munizioni di ogni tipo uscivano dagli italici arsenali senza che nessuno ne prendesse nota. Estrapolando i dati potremmo dedurne che la penisola Delta nei 64 anni di attività simil bellica sia stata il bersaglio di oltre 7 milioni di colpi, accumulando residui per circa 4.500 tonnellate. 

Qualora si consideri che la penisola copre una superficie di appena 3.000 ha non si può non dedurne di essere in presenza di una vera catastrofe ambientale, che richiama per la consistenza delle devastazioni gli impatti prodotti da esplosioni affini alle nucleari. Il raffronto può apparire eccessivo, non però se ci si limita ai soli effetti devastanti della deflagrazione, ma ove si consideri la sommatoria delle detonazioni nel tempo, alle quali sono associati non solo TNT, tetrile, l’RDX contenuti negli esplosivi, ma i materiali degli involucri (ottone, acciaio, metalli), i propellenti (kerosene, perclorati, idrazina), i componenti speciali (metalli pesanti, tungsteno, radioisotopi, uranio impoverito, amianto). Un’ampia gamma di contaminanti ed inquinanti, in parte ignoti, che piovuta dal cielo si è diffusa senza alcun ostacolo nelle matrici ambientali (terra acqua e aria). La rapidità con cui gli inquinanti sono entrati nel ciclo di vita della natura è risultata rapidissima perché molteplici i vettori e in grado di veicolare anche a distanze rilevanti.

C’è di più. Nonostante la vasta normativa, a cominciare dal Codice dell’ambiente sull’obbligo della rimozione dei residuati e della bonifica dei luoghi dopo le esercitazioni, nulla di tutto questo nei 64 anni di occupazione del poligono è stato mai fatto. Ecco perché dopo anni di proteste e manifestazioni corredate dai rituali arresti e denunce degli incolpevoli attivisti, la magistratura nel 2012 è sembrata volerci veder chiaro aprendo un procedimento penale (n.4804) contro ignoti. Un primo velo sembra essere stato squarciato dalle relazioni peritali, con dati così sconvolgenti da sfociare nell’imputazione dei vertici militari responsabili della gestione del poligono e nel processo tuttora in corso. 

Non è il solo scenario che si apre su questo teatro dell’assurdo. Nonostante la manifesta incompatibilità delle esercitazioni militari con i principi di tutela e conservazione degli habitat, nel 2000 Capo Teulada viene compreso nell’elenco dei SIC (Sito di interesse comunitario ITB040024) individuati dall’Italia, su proposta della Regione, in attuazione della Direttiva Habitat 2000. Si tratta di siti di elevatissimo pregio ambientale che l’U.E. intende tutelare ai fini della conservazione di tutti gli habitat e in particolare di quelli definiti “prioritari”. La individuazione dei SIC comporta dei ristori economici di rilevante entità a patto che gli Stati proponenti esercitino una costante azione di tutela attraverso Piani di gestione che si impegnano a predisporre ed attuare. La scelta italiana appare in verità singolare, considerato che le attività militari sulla Delta fervevano ormai da 40 anni, ma ancora più singolare è il fatto che esse abbiano continuato a protrarsi fino al 2016 nell’ambito di quella “compatibilità ambientale” richiesta ad ogni attività esercitata nei SIC. 

Ancora più assurdo appare il totale silenzio all’interno del Piano di gestione del SIC redatto nel 2008 ed aggiornato nel 2014 sul tipo di attività militari che in esso avevano luogo, mentre ampio risalto viene data alle limitazioni da imporre ai visitatori (l’area peraltro è interdetta!), affinchè nei percorsi prestabiliti non si creino interferenze con gli habitat e affidandone il controllo ai militari stessi.

La farsa assume contorni grotteschi se si pensa che la stessa Regione nonostante lo scempio paesaggistico e ambientale della Delta e del territorio circostante, completa l’iter procedurale nel 2021 chiedendo all’Europa con Delibera 23/81 di riconoscere al SIC di Capo Teulada lo status di ZSC (zona speciale di conservazione) e di archiviare la procedura di infrazione cui l’UE l’ha giustamente sottoposta dal 2015. A rassicurare Bruxelles sul rispetto della Direttiva habitat dovrebbero essere i protocolli d’intesa stipulati con il Ministero della difesa di contenuto ignoto, mentre il fine sotteso sono la cessazione delle ingenti sanzioni conseguenti alla procedura di infrazione e la speranza di continuare ad attingere ai finanziamenti previsti per le ZSC.

E’ forse anche per dare credibilità ai protocolli ed una plausibile copertura alla richiesta della RAS, che il Ministero della difesa avvia nel 2022 una procedura di VINCA presso il SAVI regionale sardo.

La lettura della Relazione di VINCA è emblematica ai fini della comprensione dei meccanismi di sfruttamento coloniale imposti dalle “servitù militari” alla Sardegna. Vi si afferma che al poligono, preesistendo al SIC, spetterebbe un diritto incoercibile di primogenitura. Si riconosce che ormai la situazione ambientale è compromessa in modo irreversibile. Le indagini eseguite dai militari stessi su un campione dell’1,4% del territorio (di cui non vengono rivelati gli esiti) avrebbero dato scostamenti dai parametri normativi del solo Arsenico e Piombo, e assenza di altri tipi di inquinanti pur avendo ipotizzato nel “Compendio per la rimozione dei residuati da esercitazione dalla penisola Delta di Capo Teulada” (redatta dal Comando Militare Esercito della Sardegna)  la potenziale presenza di rischi chimici (TNT, metalli pesanti) e radiologici (residui del siar MILAN). Alcuni vincoli imposti dal SAVI rendono impossibili i movimenti degli automezzi e le attività sul fronte della penisola, pur se con una elevata presenza di residuati per le difficoltà di accesso, sono escluse dall’intervento. Dulcis in fundo le esercitazioni riprenderanno dopo l’intervento in modalità ecocompatibile (sic!), perché Teulada sembra essere l’unico poligono d’Italia ad esse adatto alle esercitazioni a fuoco.    

Ancora più complesse e gravi le problematiche che la VINCA omette di affrontare.

In mare giacciono una rilevante quantità di ordigni in parte inesplosi di cui si omette il recupero. Sottaciuti sono i tempi ed i costi dell’intervento i primi lunghi per la tipologia e il numero degli ordigni, i secondi cospicui e di inespressa attribuzione. Le deflagrazioni della massa considerevole di inesplosi (oltre 14.000 ordigni) non avverrebbero ad impatto zero per gli habitat circostanti, né sembra possa essere una soluzione praticabile l’abbandono in situ, fonte di futuro inquinamento.


La problematica di estrema complessità viene affrontata da un punto di vista tecnico e procedurale con estrema superficialità, facendo nascere il sospetto che le F.A., pur senza rifuggire da rassicurazioni formali di intervento, auspichino in segreto un esito negativo della valutazione. E’ palese che non si intende affrontare il problema alla radice attraverso una bonifica integrale dell’intero SIC per restituirlo alle condizioni di integrità ambientale originarie o dove sia impossibile, consentire una lenta ricucitura attraverso i processi naturali.

Questa soluzione implicherebbe la redazione di un progetto di notevole complessità conforme alle prescrizioni del Titolo V del Codice dell’ambiente e da sottoporre a procedimento di VIA-VINCA. Né potrebbe dirsi esauriente in considerazione della imponente mole di residuati classificati come rifiuti speciali e il cui trattamento richiede complesse procedure (Titolo III dello stesso codice). In sintesi la questione della penisola Delta e di Capo Teulada appare di irrisolta complessità tecnica, comporta oneri ingenti e andrebbe affrontata alla radice, senza il ricorso ai pannicelli caldi delle rimozioni superficiali, utili forse solo a sviare i burocrati di Bruxelles.

A questo punto c’è da chiedersi se il persistere di poligoni militari non sia da considerarsi in aperta antitesi con l’esigenza a scala territoriale vasta della tutela dell’ambiente e della salute, se la loro presenza possa dirsi compatibile con i costi sociali imposti dalla “transizione ecologica”, se la logica della guerra possa essere ragionevolmente coniugata con il paradigma dello “sviluppo sostenibile”.

Quel che lascia attoniti è l’indifferenza della maggioranza della società sarda e l’acquiescenza dei media nei confronti di quanti, pur dilaniando questa terra, accampano pretese giustificazioniste. Mi riferisco alle affermazioni sul contributo all’economia isolana delle servitù militari, alla tesi che la coesistenza di SIC e poligoni costituisce una dimostrazione della tutela della natura esercitata dalle forze armate, alle previsioni sul destino di una Sardegna vista come zona di frontiera. Affermazioni al limite della provocazione, a cui si risponde con un ostinato silenzio e una connivente indifferenza.

Se non fosse per le eroiche “Madri contro la repressione” che si battono in nome dei propri figli perseguitati per reati dimostrativi o per gli irriducibili militanti di quei gruppi che lottano per liberare questa terra dal giogo del neocolonialismo, potremmo dire di dover assistere ad una necrosi delle coscienze o, come ammonisce il Rosegat, al sonno della ragione.

Mauro Gargiulo - Presidente Italia Nostra Sardegna 

   

Articolo pubblicato su S'Indipendente il 23 gennaio 2023 

Dossier sul poligono militare di Teulada a cura di A FORAS



lunedì 23 gennaio 2023

Sant’Antioco: dopo 17 anni arriva il PUC riproponendo scelte urbanistiche fallimentari

Il comune di Sant’Antioco ha impiegato 17 anni per adeguare il proprio strumento urbanistico al Piano Paesaggistico Regionale. Un ritardo non giustificabile considerate le aspettative dei cittadini per un quadro di riferimento e di coordinamento per gli atti di programmazione e di pianificazione locale per realizzare le finalità di tutela imposte dal codice dei beni culturali e del paesaggio.

Anche questo piano ripropone l’ineluttabilità del consumo del territorio e del bene paesaggistico come il “giusto sacrificio” da offrire allo sviluppo economico della comunità.  Fatto smentito dalle migliaia di metri cubi realizzati nei primi anni del secolo che hanno portato ad un ulteriore occupazione di suolo e come unico beneficio numerose abitazioni inutilizzate per buona parte dell’anno e arricchito chi le ha realizzate.

Le relazioni che supportano il documento di pianificazione comunale rappresentano una fotografia allarmante dello stato attuale:

·      Lento e costante decremento demografico 

·      Economia in forte difficoltà e senza prospettive

·      Abnorme presenza di seconde case e di abitazioni inutilizzate e vuote

·      Volumi pro capite esagerati rispetto ai normali standards e a quelli di legge

·    Disordinata costruzione di seconde case senza rispettare la quota minima da riservare alle attività alberghiere e alle strutture a rotazione d’uso

·      Elevato indice di consumo di suolo – tra i comuni con più elevato consumo di suolo della provincia SU (5,2% su 2,8%)

·  Rilevanti estensioni di suolo impermeabilizzato e degradato da pregressa attività industriale ed estrattiva

Le risposte del documento pianificatorio a queste criticità appaiono inadeguate e talvolta acuiscono le anomalie evidenziate. Spostare i volumi previsti in aree degradate verso terreni costieri e paesaggisticamente rilevanti significa acuire il consumo di suolo e perdere gli elementi di attrattiva dell’isola. Così come lo è il raddoppio dei fallimentari interventi turistici degli anni ’70. 

Prevedere 26 ettari di zone di espansione rispetto a un costante decremento demografico significa impermeabilizzare e occupare aree deputate alle produzioni agricole di qualità.

Realizzare un campo da golf da 18 buche in una zona arida, significa espropriare importanti risorse idriche alla comunità.

Un articolo del New York Times del 2010 scriveva che <<I visitatori sono attratti da Sant'Antioco per la sua vasta “savana mediterranea” e le spiagge più incontaminate della regione>> e aggiungeva che uno dei motivi principali di attrazione deriva dalla presenza di un territorio ancora selvaggio e incontaminato. 

Le soluzioni proposte non esaltano queste caratteristiche e non appaiono utili a risolvere le criticità presenti. Anzi, molte di queste contribuiranno ad aggravare tale situazione.

Link alle osservazioni presentate da Italia Nostra Sardegna al PUC di Sant'Antioco


sull'argomento

La Provincia del Sulcis Iglesiente - Il Consiglio comunale di Sant'Antioco ha adottato il PUC, adesso spazio alle osservazioni


Unione Sarda 7 febbraio 2023



Maladroxa anni '60


 

martedì 10 gennaio 2023

Tutela dell'Ambiente o poligoni militari? Il caso della penisola Delta a Capo Teulada.


La Penisola Delta Poligono di Capo Teulada, che sulla carta risulta inserita in una zona naturalistica protetta, è in realtà l’emblema della devastazione dovuta alle esercitazioni militari: in 70 anni di bombardamenti è stata colpita da milioni di proiettili, missili e razzi, tanto da essere dichiarata non bonificabile e interdetta agli stessi militari. I bombardamenti sono cessati solo nel 2017 in seguito all’inchiesta della Procura di Cagliari che ha poi portato all’imputazione dei vertici militari per il disastro ambientale provocato.

Il 15 Dicembre scorso l’amministrazione della Difesa ha proposto una Valutazione di Incidenza Ambientale per una “bonifica” della Penisola Delta, finalizzata esplicitamente alla ripresa dei bombardamenti nell’area. 

Questo cosiddetto progetto di “bonifica” dovrebbe prevedere la rimozione dei numerosi ordigni inesplosi e di tutti i residuati presenti nell’area, ma non contiene alcuna stima dei né dei quantitativi da bonificare, né dell’inquinamento prodotto, ne sono indicati tempi e metodi della bonifica. Oltretutto è previsto che le attività di “bonifica” siano svolte dagli stessi militari, o da una ditta da essi incaricata, senza alcun controllo civile esterno. 

Così come è stato proposto l’intervento di bonifica della Penisola Delta non è né efficace né adeguato ai fine di tutelare gli habitat e le specie protette ancora presenti, nonostante tutto, nell’area. La sua vera finalità sembra piuttosto quella di chiudere il contenzioso per la mancata bonifica dell’area, che ha portato all’imputazione dei vertici militari responsabili del poligono e all’apertura di una procedura di infrazione della Commissione Europea per la mancata istituzione della Zona di Protezione Speciale (ZSC) a Capo Teulada. Un espediente per poter riprendere i bombardamenti sospesi nel 2017.

I dati disponibili mostrano chiaramente come le esigenze di tutela di un area protetta come la  ZSC ITB040024 ISOLA ROSSA E CAPO TEULADA siano assolutamente incompatibili con le esercitazioni militari. Sosteniamo pertanto la necessità di elaborare un piano di bonifica reale, completo ed adeguato, non solo per la Penisola Delta, ma per tutte le altre aree inquinate da decenni di attività militari e di procedere alla smilitarizzazione di tutte le aree naturalistiche protette interne ai poligoni militari. 

Per esporre e discutere criticamente i contenuti e le finalità del piano di “bonifica” della Penisola Delta, presentato dalle autorità militari vi invitiamo ad un

INCONTRO – DIBATTITO

Sabato 14 Gennaio 2023 ore 10:00

Mediateca del Mediterraneo, I piano

Cagliari – Via Mameli 164


Organizzano:
Italia Nostra Sardegna
Cagliari Social Forum
USB Sardegna
Cobas Cagliari
Madri contro la repressione


Valutazione di Incidenza nel portale Sardegna Ambiente

Recupero dei residuati di esercitazione della penisola “delta” del poligono permanente di Capo Teulada. Comune: Teulada. Proponente: Comando Militare Esercito Sardegna. Valutazione appropriata (Livello II della V.Inc.A.), ai sensi dell’art. 5 del D.P.R. n. 357/97 e s.m.i. e delle Direttive regionali per la V.Inc.A. (D.G.R. n. 30/54 del 30 settembre 2022)


Teulada: "Bonifiche" fasulle e bombe vere. I video dell'incontro dibattito del 14 gennaio 2023

L'incontro registrato è disponibile nella pagina Facebook della Biblioteca Autogestita Zarmu

L'incontro nella sala della Mediateca del Mediterraneo


Vai al blog di vitobiochini

Diverse foto dimostrano la gravità dell'inquinamento presente nell'area e mari adiacenti


















Lettera di saluti all'incontro inviata dall'Associazione ANVUI 

Milano, 12.01.2023

Ciao a tutti e tutte, sono Emanuele Lepore e parlo a nome dell’Associazione Nazionale Vittime dell’Uranio Impoverito (ANVUI). La nostra associazione da anni si occupa di lottare per la verità e la giustizia per quei militari che sono stati contaminati dall’uranio impoverito e dai metalli pesanti durante le missioni militari all’estero ma anche a seguito dell’addestramento nei poligoni militari NATO su suolo italiano. Molti dei nostri associati sono sardi, padri, madri, mogli, sorelle o fratelli di militari che si sono addestrati nei poligoni NATO in Sardegna e che sono scomparsi o sono, tutt’ora, gravemente ammalati. La nostra lotta quindi si lega alla vostra: noi abbiamo tutto l’interesse affinché i poligoni NATO in Sardegna vengano chiusi e bonificati, affinché nessuno più venga contaminato dall’inquinamento bellico dovuto ai giochi di guerra fatti sulle nostre spalle, dove gli stessi militari spesso di truppa (mica i generali!) vengono utilizzati come carne da macello, bassa manovalanza sacrificabile. Ci ha stupito l’interesse del Ministero della Difesa nella bonifica della penisola Delta di Capo Teulada, penisola duramente bombardata con ogni sorta di armamenti (di cui, stranamente, sono state rese pubbliche liste molto vaghe e striminzite!!!) e ci stupisce tra le altre cose che avvenga in un momento in cui alcuni ufficiali delle Forze Armate italiane siano sotto processo proprio per il disastro ambientale causato dalle esercitazioni, che qualcuno vorrebbe dare solo per “presunto” nonostante la IV Commissione parlamentare di inchiesta sull’uranio impoverito presieduta da Gianpiero Scanu abbia accertato a suo tempo le criticità ambientali dei poligoni NATO in Sardegna e nonostante lo stesso Ministero negli anni abbia dichiarato “imbonificabile” proprio il poligono di Capo Teulada. Un posto talmente inquinato che non è bastato l’innalzamento delle soglie di metalli pesanti, innalzati fino a 100 volte nel 2014 con il via libera al disegno di legge ‘Competitività’ proposto dal Governo Renzi, per far risultare “accettabili” i livelli di inquinamento anche da un punto di vista burocratico. 

Nel dispositivo visionabile sul sito della Regione Autonoma Sardegna si legge che “La finalità dell’attività di rimozione dei residuati da esercitazione è quella di ripristinare le condizioni del Poligono “Delta” per consentire il normale transito in sicurezza e l’utilizzo futuro dello stesso quale zona bersaglio per arrivo colpi che sarà delimitata con materiale ecosostenibile e collocata all’interno di un sito privo di essenze arboree pregiate. (…) In tale quadro, si intende avviare quanto prima, con l’impiego di assetti specialistici, le attività necessarie alla rimozione di tutti i residuati da esercitazione, fino alla profondità di un metro, presenti nell’area in questione e classificabili/smaltibili a norma di legge come rifiuti.”

Tradotto vuol dire che l’area deve essere resa agibile a nuove esercitazioni. Ci chiediamo però, da vittime e malati oncologici che oltre 300 sentenze hanno accertato correlate alla contaminazione da metalli pesanti utilizzati in vari tipi di munizionamento: l’uranio impoverito, il torio 232 ecc, si rilevano solo ad un metro di profondità? L’acqua, l’aria non sono oggetto di esame? Le tonnellate di nano-polveri residuo delle esplosioni, che viaggiano per chilometri trasportate dal vento, sono considerate “residuato da esercitazione”? L’uranio impoverito e gli altri metalli pesanti sono considerati smistabili come “rifiuti”? E ciò che non è considerato tale?

Se hanno intenzione di bonificare come è stato fare ai militari italiani in Bosnia, Serbia, Afghanistan, Iraq, allora conosciamo bene la metodologia e circa 8000 malati di tumore e 400 morti stanno a testimoniare che non sono servite a molto. La popolazione serba, che conta un aumento dell’incidenza tumorale del 65% da quando la NATO nel 1999 vi ha scaricato 15 tonnellate di Uranio Impoverito (oltre 200 invece le tonnellate che saranno scaricate sull’Iraq), non è molto convinta delle bonifiche che sono state effettuate con la stessa metodologia ripresa nel dispositivo della RAS, presa pari pari dai manuali di bonifica delle Forze Armate. 

Temiamo che l’operazione di bonifica del poligono di Capo Teulada serva ad un doppio scopo: il primo, riprendere le esercitazioni rese impossibili dagli inerti inespolsi: non è un problema di salute pubblica, di recupero di un territorio, ma solo per continuare a fare esercitare gli eserciti NATO e far scaricare loro la peggiore immondizia che spesso chiamano anche “armi convenzionali”; in secondo luogo, una operazione utile a confondere le acque e dare elementi contrastanti di valutazione utili a far assolvere in qualche modo gli ufficiali coinvolti nel processo in corso proprio sul disastro ambientale di Teulada, in maniera simile di come hanno fatto con i rilevamenti ed indagini “discutibili” nel PISQ per dare elementi probatori contrastanti nel processo sui “Veleni di Quirra”. 

Le bonifiche sono necessarie, ma devono essere quelle vere: tracciare i metalli pesanti dispersi nell’ambiente, attuare le misure necessarie per bonificarli, impedire che nuove esercitazioni depositino nuovi metalli pesanti prodotti da sempre più aggiornati e sofisticati armamenti, altamente distruttivi e inquinanti. Bisogna quindi vigilare sulle manovre che stanno portando avanti e cercare di imporre delle bonifiche reali, trasparenti, che siano controllate da organismi esterni (in questo caso invece, l’apparato militare controlla sè stesso!), dalle associazioni che si occupano del tema e che hanno chiara l’idea di cosa vuol dire risolvere il problema! 

La nostra associazione è al fianco della vostra lotta perché abbiamo un interesse comune: farla finita con il massacro che il Ministero della Difesa promuove a danni dei suoi stessi militari e della popolazione civile che vive e lavora nei pressi dei poligoni NATO in Sardegna. Siamo disponibili quindi a fare insieme la strada necessaria che può portarci all’interdizione dei poligoni, alla loro reale bonifica e alla tutela della salute collettiva senza sé e senza ma. 

Colgo l’occasione di questa iniziativa per invitarvi ad un convegno che insieme ad altre realtà antimilitariste stiamo organizzando per il 4 e 5 febbraio: il suo titolo è “il futuro è NATO?” essere un momento di confronto e dibattitto sull’emergenza guerra e la necessità di fare rete tra tutti coloro che oggi lottano contro la guerra e i suoi effetti. 

Grazie mille e a presto, Emanuele, ANVUI