mercoledì 19 gennaio 2022

Privatizzazione di promontori e Beni Comuni della Sardegna: Punta Giglio è la punta dell’iceberg

La mobilitazione dei cittadini di Alghero, e in particolare degli animatori del Comitato Punta Giglio Libera, è servita a mantenere viva l’attenzione sull’evidente privatizzazione di un importante bene comune ubicato in un’area di rilevante valore paesaggistico e ambientale, inserita all’interno del parco regionale di Porto Conte e tutelata dalle Direttive Europee Habitat e Uccelli per la presenza di significativa biodiversità e di numerose specie animali.  



Il “restauro e rifunzionalizzazione” della vecchia batteria antinavale di Punta Giglio – concessa a titolo gratuito e in assenza di alcun processo partecipativo ad una cooperativa per trasformarla in struttura ricettiva a scopi turistici - è solo l’anticipazione di ciò che accadrà ai fari e alle stazioni semaforiche della Sardegna, che attraverso il Bando Orizzonte Fari sono stati assegnati dal Demanio a dei privati per essere trasformati in strutture ricettive. Ci riferiamo ai fari dell’Asinara, dell’arcipelago della Maddalena, alle stazioni semaforiche di Sant’Antioco e di Arzachena, per citarne alcuni.

Si tratta, anche nel caso dei fari, di Beni Comuni ubicati in promontori dal valore paesaggistico e culturale unici ed irripetibili, in ecosistemi sensibili ricchi di biodiversità e di specie faunistiche. Importanti strutture che caratterizzano la storia della Sardegna, come tali vincolate ai sensi del Codice dei BB.CC., beni identitari secondo il dettato del PPR, storiche sentinelle che negli ultimi secoli hanno vigilato da nord a sud sull’intero perimetro delle coste sarde. Luoghi di grande suggestione che rischiano di trasformarsi in spazi banali nel nome di una falsa idea di “valorizzazione”. 

Italia Nostra Sardegna ritiene che la salvaguardia dei beni demaniali di rilevante importanza monumentale e simbolica prevalga rispetto alle attività economiche, che il loro recupero e risanamento debba avvenire a cura degli enti pubblici e che, una volta recuperati e messi in sicurezza, debbano essere adibiti ad attività pubbliche, aperti dunque a tutti al fine di garantirne una reale fruibilità collettiva.  

A Punta Giglio sta avvenendo invece che chi avrebbe dovuto salvaguardare e tutelare il bene e l’area abbia appaltato questo compito a dei privati. Lo stesso pagamento di un biglietto per accedere ad un’area tutelata, per il quale la nostra associazione non è contraria a priori, assume in questo caso la connotazione di un dazio da pagare, sempre a privati, per poter fruire del luogo. Insomma una vera privatizzazione dei beni che appartengono alla comunità.

Se a tutto ciò si aggiungono le procedure poco chiare alle quali i concessionari e gli stessi enti pubblici sono ricorsi in alcune fasi dell’iter autorizzativo – la destinazione urbanistica dell’area, la destinazione d’uso e l’accatastamento dell’immobile al pari di un orfanotrofio o di un convento etc… - si capisce che esiste un palese intento di forzare la normativa e nel contempo di escludere la comunità dalla fruizione di quei luoghi per tutti gli anni di vigenza della concessione. 


Senza entrare nel merito della ristrutturazione dell’immobile evidenziamo in particolare il massiccio intervento di disboscamento, di taglio di alberi, di cespugli e di siepi in un sito dove qualsiasi intervento, anche non invasivo, risulta non mitigabile. La stessa demolizione parziale della cisterna, e del sistema di captazione e raccolta delle acque meteoriche, per trasformarla in una “vasca ludica” non depone certo a favore della conservazione della memoria dei luoghi.

La nostra Associazione esprime forte preoccupazione per l’intera vicenda che ha trasformato la batteria di Punta Giglio in un “non luogo” e paventa che queste operazioni possano ripetersi nei tanti promontori della Sardegna che ospitano beni identitari interessati da progetti di “rifunzionalizzazione” e privatizzazione.



sull'argomento








domenica 16 gennaio 2022

La vera transizione attraverso l’autoproduzione e la democrazia energetica

Con il D.lgs. 199/2021 l’Italia ha dato attuazione alle direttive RED II (2018/2001) e IEM (2019/944) in materia di comunità energetiche (CER) e autoconsumo collettivo (AUC). Si tratta di un passo decisivo in direzione della circolarità economica, pilastro ineludibile della sostenibilità. Ma cosa è una Comunità Energetica? Potremmo sintetizzare dicendo che si tratta di un’associazione tra cittadini o anche di un’associazione pubblico-privato, il cui scopo non è il profitto ma il perseguimento di benefici ambientali, sociali ed economici a vantaggio della collettività in senso lato. La logica che la innerva è la sostituzione della modalità di generazione e utilizzo delle fonti rinnovabili. In pratica lo schema piramidale che vede al vertice un unico produttore e alla base una pluralità di consumatori, viene sostituito da una struttura reticolare in cui i produttori sono anche consumatori. 


Evidenti i vantaggi di una tale alternativa. La speculazione energetica, che a tutt’oggi dilaga incontrollata producendo guasti irreparabili in ambito paesaggistico oltre che drenare ingenti risorse allo sviluppo delle rinnovabili, finisce per trovare un argine. Vi si oppone un’aggregazione sociale, con dignità giuridica riconosciuta dalla norma, le cui finalità sono, non gli interessi economici di pochi, ma la democrazia energetica e la dimensione sociale della condivisione dei benefici. Questo radicale cambio di paradigma spiega il perché del percorso lungo ed irto di ostacoli per l’affermazione delle CER.

È infatti del lontano 2001 la Direttiva Comunitaria (N.77) in materia di promozione dell’energia elettrica da fonti rinnovabili e del 2003 il suo recepimento in ambito nazionale (D.lgs. 387/2003). In entrambi casi l’unico modello normativamente configurato è quello della grande produzione concentrata. Bisogna attendere il 2018 (2021 in ambito nazionale) perché con la RED II la Comunità europea provveda ad affiancare alla generazione concentrata l’alternativa di quella distribuita. Un lasso temporale durato un lungo ventennio, con le multinazionali a farla da padrone, che la dice lunga sul perverso intreccio tra interessi capitalistici e gestione politica della transizione ecologica. Connubi ancora manifesti, se appena si volge lo sguardo alla tassonomia UE sulle attività ecocompatibili in corso di approvazione con nucleare e fossili ancora sugli scudi. 


Impianto di Ussaramanna

Il D.lgs. 199/2021 sostituendo il vincolo di connessione alla cabina secondaria della CER con quello della primaria, aumentando il limite di potenza degli impianti da 200 KW a 1 MW ammessi ai meccanismi di incentivazione, consentendo l’abbinamento degli impianti con gli storages e la cumulabilità dei regimi di sostegno (il PNRR prevede risorse per i comuni fino a 5000 abitanti) è un primo passo. Nondimeno può dirsi risolutivo in considerazione sia del colpevole ritardo, sia dell’esiguità delle risorse che dei vincoli burocratici.

Italia Nostra Sardegna ha condiviso e sostenuto il percorso di sperimentazione che due Comuni sardi (Villanovaforru e Ussaramanna) hanno intrapreso nel 2020 con anticipatrice determinazione ai fini della costituzione delle prime due CER in Sardegna. A iter concluso la temuta incognita del coinvolgimento delle comunità può dirsi positivamente superata. In una società parcellizzata come quella contemporanea, il ritrovarsi a discutere di bisogni e interessi comuni anche ai fini del lenimento della povertà energetica dei ceti meno abbienti non può darsi come fatto scontato. Né è stato di facile superamento l’ostacolo costituto dalla forma giuridica statutaria che la CER ha l’obbligo di darsi in ossequio alla normativa. 

Impianto di Villanovaforru

Si deve all’impegno dei due Sindaci se la tessitura della CER ha così assunto forma organica all’interno dell’ordito normativo. A merito delle due Amministrazioni va ascritto l’impegno economico da esse assunto nella realizzazione degli impianti, al cui recupero si è di fatto rinunciato, facendolo rientrare tra i benefici del risparmio energetico generato dal consumo diretto di una parte dell’energia elettrica prodotta.

Quello dell’anticipazione del capitale (CAPEX) è infatti uno dei maggiori elementi ostativi alla diffusione delle CER, che potrà essere in parte superato attraverso l’utilizzo dei fondi resi disponibili dal PNRR.

La sperimentazione ha dunque dato risultati lusinghieri e di essa potranno giovarsi le altre comunità isolane. La Sardegna infatti con la diffusa presenza di Comuni a bassa densità demografica e la disponibilità di condizioni ambientali favorevoli costituisce un fertile humus per la diffusione e lo sviluppo del modello attuato.  Va inoltre evidenziato che il tessuto sociale dei centri minori beneficia di rapporti di sodalità, anche se non sempre scevri da arcaiche conflittualità. L’esigenza dialettica imposta dai processi di aggregazione, se attuata con sagacia, non potrà che rinforzare i primi a danno delle seconde. 

Se allarghiamo il focus al livello isolano si nota come il virtuoso espandersi di queste best practices non potrà che produrre benefici ad una scala vasta. L’autoconsumo condiviso infatti, oltre che determinare una contrazione notevole della richiesta energetica e garantire una stabilità della rete, contribuisce con la produzione in eccesso a soddisfare i bisogni delle aree a più forte consumo, una volta risolto il problema storage. In sintesi le CER costituiscono l’antidoto al virus della proliferazione incontrollata dei grandi impianti di produzione energetica, sotto il cui ricatto espansivo l’Isola soggiace anche negli intenti della programmazione del PNRR e del PNIEC.

Se infine si considera che a livello nazionale non sono più di una ventina le CER in corso di attivazione e che l’Isola può vantare, oltre le due realtà citate, virtuose sperimentazioni affini attuate nei Comuni di Benetutti e Berchidda, non può che sollevare interrogativi la scelta, da parte del Governo regionale, dei Comuni di Sarroch e Siamaggiore quali privilegiati destinatari di risorse economiche destinate alla sperimentazione delle CER (Delibera di giunta n. 49/54 del 17.12 2021). 

Una tardiva resipiscenza visto che fino ad oggi palese è stata la latitanza di sensibilità ai temi della sostenibilità ambientale da parte della Giunta Solinas, tutta protesa alla promozione del metano ed all’incremento volumetrico negli ambiti costieri. Né va dimenticato il procurato aborto della proposta di legge regionale n. 47 del 2019 sulle comunità energetiche presentato nel 2019 dal Gruppo Progressisti e affossato in Commissione. 

In conclusione sembra aversi un riscontro anche in ambito isolano che sotto le mentite spoglie della transizione ecologica si celino interessi di parte e connivenze politiche. 


  

sull'argomento

RAI 3, Spazio Libero, un servizio sulle comunità energetiche di Villanovaforru e Ussaramanna 

https://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-c199c86f-dbb5-4f15-b839-16188b6e3519.html#p=

Comunità Energetiche Rinnovabili: tutte le novità sul recepimento della Direttiva RED II

Il Manifesto Sardo - La vera transizione attraverso l'autoproduzione e la democrazia energetica

Solare B2B - Due nuove comunità energetiche con oltre 100 soci

Algherolive.it - La vera transizione attraverso l'autoproduzione e la democrazia energetica

ANSA - Costituite in sardegna due comunità energetiche rinnovabili






mercoledì 29 dicembre 2021

La sfida di una vera transizione ecologica, cioè giusta

28 DICEMBRE 2021 A CURA DI  


FONTE: CITTÀ NUOVA

link alla prima parte dell'intervistA 

LINK ALLA SECONDA PARTE DELL'INTERVISTA 

L’UE ha previsto un fondo dedicato alla transizione giusta per le aree più a rischio. L’occasione irripetibile in Italia per il Sulcis e per Taranto. Le proposte concrete a partire dalla conoscenza approfodita di un territorio che vede la presenza radicata di un movimento per la conversione economica integrale. Quella che comincia col ripudio delle fabbriche di armi. Seconda parte dell’intervista a Graziano Bullegas e Mauro Gargiulo, di Italia Nostra Sardegna

La transizione ecologica non può essere una formula di rito che giustifica ogni scelta “colorata” di verde. Si tratta di un cambio di paradigma che o sarà giusto o non sarà, come indica anche il nome (Just transition fund) dello specifico fondo dedicato dall’Unione europea per i territori più difficili come il Sulcis in Sardegna e Taranto in Puglia.

Con Graziano Bullegas e Mauro Gargiulo, di Italia Nostra Sardegna, abbiamo avviato un percorso di approfondimento per cercare di rispondere ad una domanda: cosa impedisce alla Sardegna di diventare un esempio mondiale di un territorio alimentato esclusivamente da fonti energetiche rinnovabili? Teoricamente ci sarebbero tutte le condizioni, come ci ha detto il professor Cao, amministratore unico del centro di ricerca Crs4 attivo nell’isola da oltre 30 anni.

A prescindere dal fabbisogno energetico di privati e famiglie che abbiamo già affrontato nella prima parte dell’intervista arriviamo ora al punto più difficile e cioè quello dell’attività economica più adatta alla Sardegna.

 

Quale prospettiva economica è, a vostro parere, auspicabile nella Regione a livello industriale oltre che nel settore turistico e agropastorale?

Per poter rispondere occorre una premessa necessaria: la Sardegna si è nutrita di falsi miti. Prima l’industria pesante, poi il turismo di élites, infine quello di massa. Modelli di sviluppo alieni, inconciliabili con un passato che permea ancora nel profondo il sentire collettivo. Ne è scaturita una modernità aliena. È sostenibile un tale modello di sviluppo? La grande industria lascia come retaggio disoccupazione e inquinamento. L’esiguità temporale del turismo di massa perpetua quella estraneità al territorio incapace di radicamento. Dall’una e dall’altra ne scaturirà l’irriconoscibilità dei luoghi, segnati da ruderi di cattedrali industriali e da villaggi senescenti. Cambiare il corso di questi eventi in assenza di una critica presa di coscienza è impresa disperata. Si pensi a solo, a titolo di esempio, all’ultimo Piano casa della Regione Sardegna, che vede negli incrementi volumetrici sulle coste il rilancio dell’economia isolana. E come non riandare con la mente alle, da noi osteggiate, illusioni conseguenti all’avvento della Chimica verde, col carciofo posto a simbolo di un improbabile connubio agroindustriale.

Quali alternative sono quindi realmente praticabili?

Oggi ci aspetta, come preludio ineludibile, la bonifica dei siti industriali, alcuni dei quali dichiarati Siti di interesse nazionale (SIN). Occorrerà poi ripensare a riconvertire i poli industriali dismessi in una molteplicità produttiva fondata sulla piccola e media impresa che si radichi sulle risorse locali e sia ancorata al territorio. Mutuando quel linguaggio ecologico che ci è caro, occorre che queste realtà germoglino ed attecchiscano. Solo così sarà possibile arrestare quei fenomeni di spopolamento e di emigrazione, che annichiliscono intere comunità e desertificano il territorio sardo. Valga, a titolo di esempio, un’idea di riconversione di Porto Torres in grado di  coniugare la rinascita turistico-culturale della cittadina con il sorgere di un’attività cantieristica navale da diporto legata alla portualità di cui dispone.

Come pure a più ampia scala appare praticabile un’integrazione tra agricoltura Bio e di qualità con attività di trasformazione in loco dei prodotti della terra e degli allevamenti.

 

Ma quest’ultima prospettiva “bucolica” non appare troppo teorica?

Niente affatto. Non proponiamo soluzioni aleatorie, ma suggeriamo progetti concreti desumibili dall’analisi delle specifiche realtà, con il coinvolgimento attivo delle comunità, nel tentativo di dare concretezza alla loro idea di futuro sostenibile. Il tempo delle scelte imposte dall’alto è ormai scaduto ed inaccettabile appare l’ostinata persistenza dell’estrattivismo capitalistico, che permea di sé oggi perfino il campo della produzione energetica delle rinnovabili. I giovani sardi sembrano aver appreso la lezione ed hanno competenze e determinazione per puntare ad una transizione olistica. Occorre sostenerli in tale sforzo sia sotto l’aspetto istituzionale che economico. Tutto ciò dovrebbe costituire un dovere imprescindibile dopo decenni di sprechi e fallimenti. In una tale prospettiva, agricoltura e turismo saranno i due fulcri su cui puntare le leve per uno sviluppo davvero sostenibile e non transitorio.

 

Quali sono gli assi possibili di intervento con i fondi previsti, in maniera particolare per il Sulcis, dal Just transition fund?

Il fondo per la transizione giusta potrebbe rappresentare il punto di svolta di un territorio che, dagli anni ’60, ha basato la propria economia sull’industria energivora e fortemente inquinante e che negli ultimi trent’anni vive di assistenza e di sussidi in attesa della ripresa delle stesse attività e delle agognate bonifiche del territorio.

I finanziamenti europei del JTF mirano appunto a diversificare e modernizzare l’economia dei territori maggiormente colpiti dalla transizione climatica sostenendo gli investimenti in settori quali la connettività digitale, le tecnologie per l’energia pulita, la riduzione delle emissioni, il recupero dei siti industriali, la riqualificazione professionale dei lavoratori. Obbiettivi sacrosanti, ma che sono fortemente contrastanti con le scelte politico-economiche attualmente in campo.

A cosa vi riferite?

È emblematica la ripresa dell’attività della raffineria di bauxite, con annessa nuova centrale termoelettrica a gas (un combustibile fossile e altamente climalterante) e della fonderia per la produzione di alluminio.

Sullo stesso piano i sussidi adottati per sostenere gli alti costi energetici della svizzera Glencore che a Portovesme estrae zinco e piombo dai fumi di acciaieria e produce imponenti montagne di rifiuti speciali.

Con una approssimata pubblicizzazione e condivisione degli obbiettivi sono stati proposti per il JTF 200 progetti tra i più svariati, molti assolutamente fuori tema. Senza nessun raccordo o regia comune ogni ente, sindacato, comitato etc. ha proposto il proprio progetto. Di questi ne sono stati selezionati 23, ma al momento non si conosce quali siano e se rispecchino i requisiti imposti dall’Europa.

Il pericolo, come avvenuto nel passato, è che anche la portata innovativa del Just Transition Fund venga vanificata dall’incapacità del territorio di autodeterminarsi. Basti pensare alle inutili opere previste dal Piano Sulcis, alcune per fortuna fermate per tempo dalla protesta popolare, e al miliardo di euro tuttora inutilizzato, per nutrire seri dubbi sull’uso razionale dei nuovi fondi.

 

Quindi quali sono le scelte da fare oggi?

Le scelte da fare oggi devono rappresentare una rottura netta con quelle fallimentari del passato, puntando in particolar modo verso una vera riconversione del territorio. Attraverso politiche di supporto alle attività primarie e agli attrattori capaci di creare occupazione diffusa e sostenibile: la ricchezza della storia mineraria e l’importante presenza di bellezze naturali e paesaggistiche rappresentano una concreta opzione. Il parco geominerario, trasformatosi negli anni nell’ennesimo poltronificio-carrozzone, nasceva per mettere a valore queste potenzialità.

Il Sulcis ospita l’unico arcipelago italiano privo di un’Area Marina Protetta. Questo significa scarsa protezione e progressivo impoverimento del mare. La sua istituzione garantirebbe una corretta tutela ambientale dell’arcipelago e della sua biodiversità, il ripopolamento della fauna ittica e l’attivazione di significativi ritorni economici per gli operatori del mare e per l’intera economia turistica delle comunità residenti.

Nel Sulcis iglesiente il comparto agro-alimentare di qualità se ben supportato può crescere ben oltre il suo livello attuale. Stiamo parlando di attività in grado di dare reddito, occupazione, benessere a grandi comunità territoriali.

 

Come si spiega invece la presenza in quel territorio della Rwm (fabbrica di armi di proprietaria della multinazionale Rheinmetall)?

Si spiega con l’incapacità della classe dirigente di trovare soluzioni credibili alle emergenze di occupazione e di reddito e agli altri annosi problemi di natura economica e sociale che attanagliano il sud ovest della Sardegna. Avviene così che la scelta di insistere nell’esercitare un vero e proprio accanimento terapeutico a favore delle imprese in crisi, anche quando le prospettive di mercato sono improbabili o nulle, creano il terreno favorevole per l’insediamento di attività industriali pericolose sotto il profilo della sicurezza sanitaria e ambientale, oltreché umanamente e moralmente non accettabili.

Possiamo affermare che la fabbrica di bombe ed esplosivi insediatasi a Domusnovas-Iglesias, con l’entusiastico sostegno di enti e istituzioni locali e regionali, sia appunto il risultato delle errate politiche economiche e ambientali dell’ultimo mezzo secolo che hanno impoverito l’intera comunità.

Rispetto alle industrie che bruciano risorse pubbliche preziose e, creando false aspettative, consumano futuro, la consociata italiana della multinazionale tedesca Rheinmetall ha il vantaggio di non chiedere soldi pubblici e di avere concrete prospettive per il futuro, grazie alle numerose guerre in giro per il mondo che garantiscono ingenti profitti ai costruttori di armi.

Esistono segni che invitano a sperare?

Il Just Transition Fund, così come il PNRR e lo stesso Piano Sulcis, avrebbero dovuto segnare e possono ancora determinare una svolta in termini di pianificazione economica e industriale, garantire una vera e propria riconversione e riqualificazione verso uno sviluppo “green“ e sostenibile di un territorio martoriato dall’inquinamento con una particolare attenzione verso le nuove sfide sociali, economiche e ambientali. 

La nascita della rete “WarFree – Liberu de sa gherra”, col suo obiettivo di proporre una nuova economia, civile, sostenibile e libera dalla guerra, che possa dare lavoro degno sul territorio, offrendo occasioni di crescita e strumenti di promozione ad imprese vecchie e nuove basate sulla sostenibilità etico-ambientale, rappresenta un buon inizio per affrontare questa sfida. Altrettanto positive e degne di attenzione sono alcune iniziative di giovani che, dopo aver lottato contro l’esproprio della propria terra da parte degli speculatori delle energie rinnovabili, si stanno organizzando per avviare attività agricole di nicchia, che oltre a garantire il proprio futuro, indicano la strada da percorrere per rendersi liberi dall’insalubre economia dell’assistenza.

 

 sull'argomento

La transizione energetica presa sul serio. Il caso Sardegna

Il phase out per la Sardegna sia un "laboratorio della decarbonizzazione" per il clima e lo sviluppo sostenibili

Ancora assistenzialismo e nuovo inquinamento per il Sulcis





giovedì 16 dicembre 2021

Gli amministratori di Iglesias sconfessano il deliberato del Consiglio Comunale

I giorni scorsi lo studio legale Pubusa ha inoltrato all’amministrazione comunale di Iglesias formale richiesta affinché provveda all’esecuzione della sentenza del Consiglio di Stato n.7490/2021 del novembre scorso mediante una sollecita adozione delle ordinanze di sospensione dei lavori e di demolizione in relazione alle opere di ampliamento dello stabilimento realizzate dalla soc. RWM nel territorio comunale di Iglesias. 


La sentenza del Consiglio di Stato, accogliendo il ricorso presentato da Italia Nostra, Assotziu Consumadoris Sardigna e il sindacato USB, annulla il Provvedimento Unico n. 82 del 9.11.2018 di autorizzazione dei reparti R200 ed R210 e la Delibera della Giunta Regionale n.3/26 del 15.1.2019 che stabilisce di non assoggettare a VIA il nuovo Campo Prove 140.

Contestualmente il testo della sentenza e della richiesta presentata dai legali è stato trasmesso al Prefetto di Cagliari, alla Procura della Repubblica, alla Soprintendenza BB.CC., alla Direzione Reg.le Urbanistica e Vigilanza Edilizia, al Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale e a Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, affinché, ognuno per le proprie competenze vigilino per una effettiva e solerte esecuzione della sentenza del Consiglio di Stato.

Apprendiamo inoltre dalle dichiarazioni dell’AD della RWM Italia che il nuovo Campo Prove 140, dove si effettuano i test per verificare l’efficacia degli esplosivi prodotti nello stabilimento, è in funzione già dallo scorso febbraio nonostante si tratti di un reparto del tutto privo del Piano di Emergenza Esterna e dallo scorso 17 novembre privo di qualsiasi autorizzazione. 


Spiace constatare, leggendo gli articoli di stampa dei giorni scorsi, che nonostante le molte anomalie e le tante illegittimità commesse nella procedura di rilascio delle autorizzazioni,  il comune di Iglesias anziché emettere le ordinanze di blocco delle attività dei nuovi reparti già operativi, la sospensione dei lavori eventualmente in corso e la demolizione dei manufatti, abbia incaricato gli stessi uffici di attivarsi per rilasciare nuove autorizzazioni in sostituzione di quelle dichiarate illegittime dal Consiglio di Stato. 

Un atteggiamento dell’amministrazione comunale della città mineraria del tutto incongruente rispetto all’ordine del giorno approvato dal Consiglio Comunale di Iglesias a luglio del 2017 col quale si esprimeva la volontà della Città di Iglesias di porsi come luogo di costruzione di rapporti internazionali di pace e solidarietà.

sull'argomento

Algherolive.it - RWM - Gli amministratori di Iglesias sconfessano il deliberato del consiglio comunale

Ite novas - Stop ampliamento RWM. Le associazioni all'attacco

Il Manifesto sardo - RWM - Gli amministratori di Iglesias sconfessano il deliberato del Consiglio Comunale

Adesso news - Fabbrica di bombe Rwm, il Consiglio di Stato annulla l'ok a due nuovi reparti (già costruiti): "Serve la valutazione d'impatto ambientale"