mercoledì 2 agosto 2023

Richiesto l’annullamento della concessione della ex stazione di vedetta di Capo Figari

Italia Nostra Sardegna ha provveduto ad inoltrare lo scorso primo agosto all’Assessorato agli EE.LL. Finanza e Urbanistica della Regione Sardegna un’istanza con la quale si chiede di procedere all’annullamento in autotutela della Gara di affidamento in concessione di valorizzazione ex stazione di vedetta di Capo Figari e Batteria Serra. Comune di Golfo Aranci o comunque degli Atti di aggiudicazione della stessa per la sussistenza di vizi di legittimità sostanziali e formali nell’ambito del procedimento amministrativo.


Nell’istanza si fa rilevare che la procedura ha disatteso gli indirizzi e le finalità dettate dalla Delibera 30/36 del 20.06.2017, avente ad oggetto il “Progetto Orizzonte Fari, Intervento di valorizzazione del patrimonio marittimo-costiero della Sardegna”. La delibera infatti fissava metodologie e finalità del progetto di Valorizzazione, definito come “un intervento sistemico di valorizzazione” con un approccio unitario, tale da consentire “di costruire un circuito di fruizione dei paesaggi costieri, utilizzando i manufatti esistenti come porte di accesso ai vari ambiti di paesaggio costieri, leggibili in maniera integrata” e faceva esplicito riferimento ad una fruizione “legata alla cultura del mare e dell’ambiente mediterraneo”. 

Viceversa con l’Atto di concessione i beni pubblici sono stati assegnati ad una società per la loro trasformazione in una struttura alberghiera con finalità di carattere esclusivamente privatistico. Nell’istanza si rappresenta che la rifunzionalizzazione strutturale e la nuova destinazione d’uso così come prevista in concessione viola gli artt, 15, 54,56 delle NTA del Piano Paesaggistico, nonché il Codice dei Beni Culturali. 


Viene inoltre rilevata la violazione della procedura di vincolo per i Beni culturali per immobili di proprietà pubblica e realizzati da oltre 70 anni, così come prevista dagli artt.10 e 12 del Dlgs. 42/2004, nonché la mancata applicazione degli articoli 101 e 102 del medesimo Codice. Secondo tale disposto normativo i concetti di fruizione e valorizzazione sono da ritenersi strettamente vincolati e vincolanti.

La Valorizzazione infatti attiene alle iniziative atte ad alimentare, favorire e accrescere quella conoscibilità del bene che si esercita collettivamente attraverso la fruizione, che a sua volta si attua attraverso un’offerta culturale estesa alla conoscenza e al godimento collettivo, il che implica di norma l’accessibilità al pubblico. I caratteri peculiari che fanno della Stazione di Capo Figari un bene Identitario e un luogo di cultura sono intrinseci alla sua vicenda storica, atteso che nell’agosto del 1930 da un’antenna posta sulla sua sommità furono inviati i primi segnali ad onde corte captati a Roma dalla Stazione di Rocca di Papa. La moderna modalità di comunicazione emetteva i primi vagiti, frutto del parto geniale della mente di Guglielmo Marconi, proprio da quel sito. 

Infine l’istanza rileva le evidenti violazioni del vigente Piano di Gestione del SIC (ITB01009 e ZPS ITB013018) che tra le azioni di gestione (Tabella IA7, pag.130) definisce gli interventi consentiti dal Programma di recupero e riuso dei fabbricati posti nei luoghi sommitali di Capo Figari, da adibire alle attività istituzionali e Culturali dell'Ente Gestore. In particolare ne vengono così fissate a pag.157 le modalità di recupero e destinazione d’uso: Recupero e riuso del “Vecchio Semaforo” della Marina Militare: il progetto prevede il recupero statico ed architettonico dell'edificio mantenendone inalterate le caratteristiche originarie per la realizzazione di un centro storico culturale legato e servizio di accoglienza ai visitatori. 


E’ dunque del tutto evidente che sia per le modalità in cui si è intesa la Valorizzazione di un Bene d’interesse storico, sia per la sua ossimorica sottrazione alla fruizione collettiva, la trasformazione degli immobili di Capo Figari, peraltro collocati in un contesto di altissimo pregio ambientale e paesaggistico oggetto di una specifica cura gestionale, in strutture ricettive private ed esclusive viola palesemente le norme che ne dovrebbero garantire conservazione e tutela.

Con Atto a parte Italia Nostra Sardegna ha inoltre esplicitato una richiesta di accesso agli atti richiedendo copia digitalizzata degli allegati progettuali, dell’offerta presentata dal vincitore della gara e dell’atto di concessione in quanto non risultano pubblicati sul sito dell’Assessorato agli EE.LL. della Regione ove invece sono presenti gli altri Atti di gara.   

Clicca qui per leggere o scaricare l'istanza di annullamento completa


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giovedì 27 luglio 2023

RWM in Sardegna: l'industria bellica sull'isola, fra irregolarità e "colonizzazione industriale"

Intervista di Laura Tussi a Graziano Bullegas, segretario di Italia Nostra Sardegna

Intervista completa su Italia Che Cambia 

 https://www.italiachecambia.org/2023/07/rwm-sardegna-colonizzazione/

Da molti anni è in atto una sorta di colonizzazione da parte di RWM Italia, importante azienda del settore bellico. La Sardegna e i suoi abitanti sono divisi: da un lato chi contesta l'operato di RWM dal punto di vista etico e sottolinea il forte impatto negativo che l'azienda ha sul territorio sotto il profilo ambientale e quello sociale; dall'altro chi ritiene che la multinazionale crei opportunità di lavoro e ricchezza. Ma è davvero così? 


Sud Sardegna Lo scorso 13 luglio il Parlamento Europeo in seduta plenaria ha approvato il regolamento sull’ASAP Act in support of ammunition production, ovvero l’atto per sostenere l’aumento della produzione di munizioni in Europa. Una norma che, oltre a finanziare con 500 milioni di euro – consentendo agli Stati di attingere anche ai fondi del PNRR – la produzione di armi e munizioni, prevede una serie di agevolazioni e deroghe alle autorizzazioni da concedere alle industrie belliche per accelerare la produzione di munizioni made in Europe.  Infatti l’acronimo inglese di ASAP significa “As Soos As Possible”, il più presto possibile.

«Questa è una norma da tempo di guerra che coinvolge sempre più l’Europa nel conflitto Russo-Ucraino», sottolinea con una nota di preoccupazione Graziano Bullegas, segretario di Italia Nostra Sardegna, che segue da vicino le vicende di RWM Italia, controllata dalla multinazionale tedesca Rheinmetall che produce armi ed esplosivi nella provincia del Sud Sardegna. «Questa fabbrica – aggiunge Bullegas – potrebbe quindi trarre grandi vantaggi da questa norma per incrementare la produzione di munizioni da inviare in Ucraina, per ripristinare gli arsenali di tutta Europa e riprendere le esportazioni di munizioni verso i paesi del Golfo che erano state bloccate dal governo Conte nel 2019, blocco revocato lo scorso maggio dal governo Meloni».


Si tratta di nuove facilitazioni per i produttori di armi?

In Sardegna non si è dovuta attendere quella norma per facilitare l’insediamento di industrie che producono ordigni bellici. È bastata una politica industriale devastante sotto l’aspetto ambientale, sanitario, sociale e ovviamente economico, per trasformare il florido territorio del Sulcis-Iglesiente in una delle province più povere d’Europa e per creare il terreno fertile per accogliere qualsiasi attività, anche le più nocive e quelle più improponibili dal punto di vista etico.  

In questo clima nasce e prospera lo stabilimento acquisito dalla RWM Italia spa, controllata dalla multinazionale tedesca Rheinmetall, per la produzione di ordigni bellici: bombe per aerei da combattimento e proiettili per cannoni semoventi e per carri armati. L’azienda si inserisce nel tessuto economico, sociale e politico del piccolo centro di Domusnovas – regalie, doni, ristori economici, posti di lavoro e per qualche anno anche il finanziamento della festa patronale di Santa Maria Assunta.

Gli utili dell’azienda vanno alle stelle grazie alla vendita di armi di categoria MK80 – cioè bombe d’aereo e missili – all’Arabia Saudita, che poi le utilizzerà nella guerra in Yemen. Nel 2015 schegge di bombe MK80 sono state ritrovate nelle rovine di alcune città Yemenite bombardate e il loro numero di serie – A4447 – corrisponde allo stabilimento Domusnovas.

Durante il governo Renzi la società è stata autorizzata dall’AUMA a vendere diverse decine di migliaia di bombe per aereo, per un valore totale di oltre 400 milioni di euro. È stata definita dagli esperti la più grossa autorizzazione per l’esportazione di bombe mai rilasciata negli ultimi trent’anni. Per far fronte alle nuove commesse la RWM decide di espandersi e realizza un nuovo stabilimento adiacente a quello esistente.Considerata l’urgenza di produrre armi, l’espansione dello stabilimento ha seguito un iter autorizzativo semplificato e di dubbia legittimità. Anziché presentare un progetto industriale di espansione, ha deciso di aggirare l’ostacolo, grazie anche alla compiacenza dei vari livelli della pubblica amministrazione e ha presentato una miriade di richieste di autorizzazione edilizia indipendenti, sperando cosí di bypassare procedura di valutazione di impatto ambientale, nulla osta paesaggistici dell’intero intervento urbanistico industriale e autorizzazioni ambientali.

Con una serie di artifizi l’azienda è comunque riuscita a ottenere tutte le autorizzazioni senza dover   assoggettare l’impianto a procedura di VIA e di VINCA – nonostante sia ubicato a poche centinaia di metri da un Sito di Importanza Comunitaria (SIC) – e senza presentare alcun piano di intervento industriale e utilizzo delle terre di risulta movimentate.

Ci sono state reazioni di dissenso da parte della comunità locale?

L’arrivo dell’industria bellica ha comportato anche una serie di conseguenze negative. Dal punto di vista sociale, ha alimentato tensioni e divisioni nell’area vasta dell’Iglesiente. Molti cittadini hanno espresso perplessità sulla presenza di un’azienda che produce armi, in quanto il loro utilizzo alimenta conflitti e guerre in tutto il mondo.

Anche sotto l’aspetto economico, pur avendo portato alcuni benefici economici alla comunità di Domusnovas, come posti di lavoro e investimenti, ha inibito la nascita di attività più sostenibili nell’area e la stessa occupazione spesso sbandierata a sproposito è composta per buona parte da lavoratori somministrati, in quanto l’industria militare è spesso soggetta a fluttuazioni del mercato ed è influenzata da politiche esterne e cambiamenti nel settore della difesa. Ciò ha portato al licenziamento di numerose maestranze lasciando la comunità ancora più impoverita di prima.

Già dopo il 2015, a seguito della scoperta della scheggia di bomba che aveva distrutto una famiglia in Yemen, diversi cittadini hanno deciso di impegnarsi in prima persona riunendosi nel Comitato Riconversione RWM. Attorno e a sostegno del Comitato ritroviamo ambientalisti, antimilitaristi, parte della chiesa, sindacati di base ed etnici, associazioni culturali e del terzo settore.Si sono create così le prime contraddizioni e le prime fratture dentro una comunità che appariva coesa nella ricerca di opportunità di sopravvivenza e che ragionava più con la pancia che col cervello. Da una parte la comunità di Domusnovas compatta a difesa della RWM, sostenuta da molti politici locali e regionali, dall’altra numerosi cittadini-militanti. I favorevoli sostengono che il lavoro viene prima di tutto e che se queste armi non si costruiscono in quello stabilimento le costruiranno comunque da altre parti; i contrari sollevano questioni etiche e morali e parlano di riconversione e di rispetto della legalità. 


Quali sono state le azioni di contrasto all’attività della fabbrica? 

Oltre agli incontri, i sit-in, le manifestazioni di fronte allo stabilimento, l’attività di sensibilizzazione, la creazione di una rete di aziende che aderiscono alla rete WarFree – Lìberu dae sa Gherra, si è condotta una intensa azione giudiziaria coinvolgendo la magistratura penale e quella amministrativa. Nello stesso tempo si è attivato un pressing verso il governo perché l’Italia rispetti l’art. 11 della costituzione e i trattati internazionali contro la proliferazione delle armi. 

Contrasto e proposta quindi. Quali sono gli obbiettivi di WarFree? 

La rete Warfree nasce con l’intento di promuovere una nuova economia – civile, sostenibile e libera dalla guerra – in Italia e nel mondo, a partire dalla Sardegna, e per mettere a valore le numerose opportunità che offre il suo territorio e presentarlo come un luogo da cui nasce una proposta di pace.

Nello stesso tempo si propone di offrire alla comunità e ai decisori politici un segno di economia positiva per testimoniare le strade alternative all’industria delle armi e alla colonizzazione dei territori. Dimostrare che è possibile vivere praticando un lavoro degno, offrendo occasioni di crescita e strumenti di promozione alle imprese e ai professionisti che aderiscono alla rete.

Le iniziative sul fronte giudiziario? 

Alcune delle autorizzazioni ottenute per l’ampliamento dello stabilimento sono state impugnate davanti al TAR da numerose associazioni, comitati e sindacati di base. Dopo una lunga istruttoria e dopo aver sentito il parere di un consulente tecnico, il TAR Sardegna ha respinto il ricorso accogliendo le ragioni dell’azienda, della regione sarda e del Comune di Iglesias.

Giudizio appellato da Italia Nostra, USB e Assotziu Consumadoris de Sardinia davanti al Consiglio di Stato, che ha ribaltato a novembre 2021 la sentenza del TAR e accolto le motivazioni del ricorso annullando le autorizzazioni edilizie rilasciate dal Comune. Abbiamo anche presentato un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica di cui non conosciamo l’esito, anche perché il Comune di Iglesias lo ha tenuto nascosto in un cassetto per anni, anziché presentarlo al competente ministero.

Il resto dell'intervista su Italia Che Cambia 

https://www.italiachecambia.org/2023/07/rwm-sardegna-colonizzazione/



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martedì 18 luglio 2023

Capo Figari e la stazione semaforica: la memoria cancellata

Da anni Italia Nostra segue con viva preoccupazione l’incerto futuro dei fari, delle fortificazioni e delle stazioni semaforiche, Beni Comuni che costituiscono un corpus identitario del paesaggio costiero sardo. La costante richiesta di procedere ad un recupero di queste strutture attraverso lo studio preliminare e il restauro filologico, per consegnarle ad una destinazione finale garante della fruizione pubblica, è stata sempre ignorata dai decisori politici. I cosiddetti programmi e progetti di valorizzazione rivelano una mistificante pervicacia orientata alla radicale mutazione di manufatti carichi di storia, per di più tutelati da vincoli storico-artistici, al fine di destinarli a resort esclusivi, sottraendoli in tal modo alle Comunità. Fanno fede a tal fine le iconiche immagini che li pubblicizzano sul web!

Non possiamo dunque che dirci al fianco del Comitato Maremosso nella battaglia a difesa di Capo Figari, della sua stazione semaforica e delle altre strutture ivi presenti. E’ impensabile che un’area ZSC ad altissimo valore ambientale, con habitat prioritari tutelati e comprensiva di un’area ZPS dove vivono specie volatili a rischio estinzione, una falesia con propaggini a così alta fragilità geologica, debba essere “valorizzata” con il solo fine di soddisfare il gusto edenico di Robinson miliardari. 


Gravano sul compendio di Capo Figari una serie di vincoli che avrebbero dovuto assicurare la conservazione integrale dell’ambiente e garantire una destinazione d’uso degli artefatti congrua con i valori storici di cui sono testimoni. Tra essi è superfluo evocare il vincolo memoriale che lega la stazione semaforica alla figura di Marconi. E’ in una tale ottica che si sarebbe dovuto garantire il recupero di un Bene Comune di così alto valore simbolico, in uno con le testimonianze (batteria Serra, cimitero degli inglesi) che costellano questa estrema lingua di terra così intrisa di storia.

In questa, come in altre circostanze, Italia Nostra Sardegna sosterrà l’impegno della ritrovata coscienza civica, resa manifesta dalla nascita del Comitato Maremosso, contro ogni tentativo di sradicamento della memoria.




sull'argomento

Italia Nostra Sardegna - I fari e le fortificazioni della Sardegna sempre più esclusivi, elitari e naccessibili

Italia Nostra Sardegna - Giornata virtuale dei Beni in pericolo - La lista rossa

Catalogo generale dei Beni Culturali - Ex stazione di Capo Figari

Sardegna Fari - Capo Figari Golfo Aranci

Capo Figari isola Figarolo SIC ITB010009  - Semaforo della Marina Militare


mercoledì 28 giugno 2023

Il "Fosso della Noce" deve essere riconnesso al contesto storico, sociale e culturale delle altre valli di Sassari

Particolare progettuale dell'opera

Bisogna dare merito al Comitato del quartiere Cappuccini e alla Rete dei comitati di quartiere della Città di aver colto per tempo i principali punti di debolezza del progetto di messa in sicurezza della valle del Fosso della Noce approvato dal Comune di Sassari per far fronte al rischio d’inondazioni in caso di eventi meteorici eccezionali.

Dopo il successo delle oltre 5.000 firme raccolte dalla petizione “Salviamo il Fosso della Noce”, con cui si chiedeva l’avvio di un confronto approfondito, si sta ora per chiudere, presso l’Assessorato regionale alla Difesa dell’Ambientela fase dell’acquisizione delle Osservazioni nell’ambito del procedimento di verifica di assoggettabilità del progetto alla procedura di Valutazione d’Impatto Ambientale.

La sezione di Sassari di Italia Nostra ha depositato sabato 24 giugno presso il Portale della Regione le sue Osservazioni, confidando che un’ampia riflessione sui diversi aspetti, storico-paesaggistici e ambientali, dell’impatto degli interventi prefigurati possa favorire una significativa revisione del progetto, che sarebbe assai più efficace – si fa osservare – se riuscisse a sviluppare pienamente il primo assunto da cui parte, cioè rimuovere gli ostacoli al potenziale deflusso delle acque rappresentati dai due terrapieni di Viale Trento e Viale Trieste. Il ripristino delle naturali connessioni sia idrogeologiche che pedonali, attraverso la realizzazione di larghi varchi sottostradali, consentirebbe di abbandonare la sciagurata idea di sventrare la valle con un grande canale, in parte a cielo aperto, di oltre 800 metri di lunghezza, profondo 2-3, e largo da 4 a 7 metri.

Insomma, si potrebbero individuare diverse soluzioni per risolvere, contemporaneamente, sia il problema della messa in sicurezza della valle che quello della sua salvaguardia e della sua fruibilità, come primo passo per valorizzare quel Sistema delle valli e dei parchi urbani che è parte integrante e caratterizzante dell’identità storica della Città.

Per Italia Nostra le principali criticità degli interventi proposti derivano quindi dall’approccio progettuale, che focalizzandosi in modo unilaterale sul tema della messa in sicurezza idraulica della Valle, la sottopone a una pressione e a un impatto ingiustificati, sacrificandone le specificità e perdendo l’occasione per riconnetterla al contesto storico, sociale e culturale delle altre valli, a cui lo stesso Piano urbanistico vigente l’attribuisce, non a caso classificandola come zona di particolare pregio paesaggistico e ambientale.

Italia Nostra Sassari

Clicca QUI per scaricare le Osservazioni presentate dalla sezione di Sassari di Italia Nostra

Sull'argomento

Sassari oggi - Il canalone della discordia, Sassari divisa sul Fosso della Noce

La Nuova - Sassari, la protesta contro il canalone della Fosso della Noce arriva in piazza







sabato 24 giugno 2023

Il TAR Sardegna non consente alla RWM di avviare i nuovi reparti produttivi

Con l’ordinanza n. 00147/2023 del 21 giugno u.s. la prima Sezione del TAR Sardegna ha rigettato la richiesta avanzata dalla RWM Italia S.p.A. di sospendere la decisione adottata con atto n. 7834 del 9 marzo 2023 dal Servizio Valutazione Impatti e Incidenze Ambientali della RAS col quale si fa divieto alla società di utilizzare i nuovi Reparti R200 e R210 per la produzione di ordigni bellici. 


La decisione del TAR non poteva che essere quella adottata, anche perché i due reparti in questione, cosí come altre opere che riguardano l’ampliamento dello stabilimento, sono stati realizzati in maniera illegittima come sancito dal Consiglio di Stato in due distinte sentenze.  Lo stesso Consiglio di Stato ha inoltre ordinato all’autorità amministrativa l’esecuzione delle sentenze che significa l’obbligo per il proprietario della struttura alla demolizione delle opere e al ripristino dello stato dei luoghi esistente, poiché le opere sono state realizzate in assenza delle necessarie autorizzazioni edilizie e pertanto ritenute “abusive” e prive di titolo abilitativo. 

Appare del tutto evidente quindi che i giudici del TAR Sardegna non avessero alcuna possibilità di autorizzare la produzione degli stabilimenti, nonostante la procedura di VIA postuma in itinere e la norma dell’art. 29 del D.Lgs. n. 152/2006 che consentirebbe nelle more della decisione della VIA la “prosecuzione” della produzione in corso. Norma che ovviamente esclude l’avvio di nuove attività, come nel caso dei reparti realizzati in fase di ampliamento dello stabilimento RWM di Domusnovas-Iglesias. 

Restiamo in fiduciosa attesa della decisione del Servizio Valutazione Impatti della RAS in merito alla richiesta di VIA postuma avanzata dalla RWM ricordando che Italia Nostra Sardegna, assieme ad altre Associazioni portatrici di interessi diffusi e collettivi, ha chiesto l’inammissibilità della richiesta in quanto non rispondente ai requisiti richiesti dalla sentenza del Consiglio di Stato n. 7490/2021 e perché tale procedura non va confusa con un procedimento finalizzato alla sanatoria dell’opera realizzata abusivamente. Dovrebbe semmai chiarire se l’ampliamento dello stabilimento, e lo stesso stabilimento attualmente in produzione, sono sostenibili dal punto di vista ambientale, analizzando l’insieme degli effetti dell’opera nei confronti dell’ambiente geofisico, della salute, del benessere umano e animale, del patrimonio culturale, dell’ecosistema con particolare riferimento alle specie presenti nelle vicine Aree Protette (SIC ITB041111 Monte Linas-Marganai), delle attività esistenti, oltre all’impatto cumulativo tra il nuovo impianto e quello in produzione. 

Le precedenti sentenze del Consiglio di Stato, l’attuale sentenza del TAR, il processo penale in corso presso il tribunale di Cagliari (di cui oggi si è celebrata la terza udienza) contro i dirigenti della RWM per una serie di reati, non depongono certo a favore di un’azienda che si proclama benefattrice del territorio e garantisce lo “scrupoloso rispetto delle norme”.

sull'argomento

Il Manifesto - Il TAR boccia il ricorso, stop al raddoppio di RWM

Sardinia Post - Crisi nel Sulcis, la fabbrica di bombe RWM: "Pronti a dare lavoro a chi l'ha perso"

START magazine - Chi vincerà la guerra delle munizioni in Europa




venerdì 16 giugno 2023

La rivolta contro l’eolico coloniale di Draghi e Meloni parte da Thiesi: appunti su un’assemblea storica

Da S’Indipendente del 14 giugno 2023

Immagine 1 - Sala gremita

de Cristiano Sabino

In una sala gremita di gente, si è aperta ufficialmente la lotta del Mejlogu ai mega progetti di campi eolici calati dall’alto da parte del Governo.  

Il parterre degli invitati è stato vario e non privo di contraddizioni a partire dall’intervento del presidente dell’ANCI Emiliano Deiana che, sostanzialmente, ha respinto le critiche rivolte ai sindaci di essersi mossi con pesante ritardo davanti ad un assalto annunciato dal Governo Draghi prima e dal Governo Meloni poi.  

Il tavolo è stato aperto dal sindaco di Thiesi Gianfranco Soletta auspicando che il Governo ascolti la voce delle comunità interessate, poi è intervenuto Mauro Gargiulo, presidente regionale dell’associazione ambientalista “Italia Nostra”, sul cui ragionamento torneremo più avanti, il presidente dell’ISDE Sardegna che ha riflettuto sul rapporto tra difesa dell’ambiente e della salute e che ha apertamente parlato di “quarta colonizzazione” della Sardegna (dopo quella linguistica, industriale e militare) e a seguire, oltre ad altri interventi più specialistici, gli esponenti di altri comitati che si oppongono ai progetti di colonizzazione energetica.  

Immagine 2 - sala 

Il tono generale degli interventi, a parte il malizioso vittimismo del presidente dell’ANCI Deiana, è stato univoco: «non siamo contro le fonti da energia rinnovabile, siamo contro la speculazione, siamo contro la mancanza di democrazia e il mancato coinvolgimento delle comunità, vogliamo una immediata moratoria di tutti i progetti in attesa di autorizzazione e vogliamo che la Regione Sardegna prenda in mano la situazione e legiferi per fermare quella che a tutti gli effetti è una colonizzazione materiale e culturale della Sardegna». 

Prima di raccontare l’intervento che dal mio punto di vista ha centrato tutte le questioni fondamentali della questione “mega eolico in Sardegna”, credo sia utile fermarmi ancora un attimo sull’intervento di Deiana, perché penso sia paradigmatico di una certa parte politica che, utilizzando una retorica pitturata di sovranismo in salsa sardista, evita accuratamente di stare sul punto e di prendere nettamente posizione contro la colonizzazione

Perché la grande massa dei sindaci sardi e l’organizzazione che li rappresenta maggiormente, cioè l’ANCI, sono stati silenti e passivi di fronte alla prospettiva di una calata degli unni volta a saccheggiare, in maniera barbara e autoritaria, i nostri territori e le nostre comunità? A queste domande Deiana, alternando colpi al cerchio e sferzate alla botte, ovviamente non ha risposto a chi, negli interventi precedenti, ha posto giustamente il problema. 

Immagine 3 - Locandina 'evento

Calcoli di equilibrismo politico tra necessità di difendere le comunità che l’ANCI dovrebbe rappresentare e l’interesse di partito? Ai lettori la libertà di risolvere in autonomia l’“enigma”

Arriviamo ora all’intervento di Mauro Gargiulo che, nei suoi venti minuti, ha ricostruito con realismo e lucida consapevolezza, quanto sta accadendo alla Sardegna. 

Il punto di partenza del ragionamento di Gargiulo è che «non si può focalizzare il problema del proprio territorio, perché questo approccio ha portato alla sconfitta della Sardegna. Tutti si sono concentrati sul problema quando il problema era ormai alla porta di casa. Non è così che va affrontato l’assalto che stanno subendo le nostre comunità, perché questo significa essere perdenti in partenza di fronte ad un progetto che riguarda tutta la Sardegna e non solo la Sardegna, perché anche buona parte del Sud Italia è interessato alla questione». 

I dati forniti da Terna sulla produzione elettrica 2021 del resto parlano da soli. Ad oggi in Sardegna c’è una produzione di energia elettrica pari a 11.590 GWh a fronte di una richiesta di circa 9.215GWh, con un esubero quindi di circa il 26% rispetto al fabbisogno(surplus che viene esportato in continente).

Le fonti fossili hanno ancora un peso preponderante, poiché coprono il 70% della produzione complessiva, assicurata per il restante 30% dalle rinnovabili. Con questa aliquota si riuscirebbe a soddisfare dunque il 45% dell’intero fabbisogno elettrico isolano, percentuale che sale al 76% se dal computo si escludono i consumi industriali. 

Anche conoscere il quadro legislativo è di fondamentale importanza per comprendere ciò che sta accadendo. Il riferimento normativo è il Decreto Legislativo del 29 dicembre 2003, n.387, attuazione della direttiva europea 2001/77/CE relativa alla promozione dell’energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili nel mercato interno dell’elettricità.  

Immagine 4 - Relatori

Anche se dal nome sembrerebbe suonare bene, tutto il focus giuridico della norma ruota intorno ai grandi impianti che poi sono quelli costruiti dalle multinazionali. Né la Direttiva comunitaria, né la legge nazionale affrontano il tema delle comunità energetiche e quindi la possibilità della produzione diffusa e dell’autoconsumo. Si è dovuto attendere la recente RED II (Direttiva UE 2018/2001) e il Dlgs.199 dell’8.11.2021 (peraltro ancora privo dei decreti attuativi), perché venga offerta la possibilità ai consumatori di costituirsi in forme associate di produzione di energia elettrica

In un ventennio si è consentito con la 387, a multinazionali che operano con finalità di puro lucro, di espropriare terreni agricoli e di sottrarsi ad ogni tipo di programmazione e governo del territorio. In particolare, l’articolo 12 della legge “Razionalizzazione e semplificazione delle procedure autorizzative” consente di realizzare gli impianti dappertutto, anche in aree agricole, consentendo in tal modo la proliferazione indiscriminata di impianti eolici, al punto di ritrovarci gigantesche pale in casa senza conoscerne nemmeno l’iter autorizzativo

Gargiulo ci spiega come funziona: «le multinazionali ottengono un’autorizzazione unica, dopo aver conseguito una valutazione positiva di impatto ambientale. La motivazione di un iter così spedito sono i cospicui fondi stanziati dal PNRR: ecco spiegate in sintesi le motivazioni dell’assalto attuale al territorio». 

Insomma, il puzzle comincia a comporsi: tanti soldi in ballo, una legge che prevede maglie larghe e carta praticamente bianca ai grandi gruppi, i quali più che dal rispetto delle garanzie e dai valori di protezione ambientale ispirati dalla riconversione energetica, mirano alle grandi commesse pubbliche a diretta portata di mano non appena si fondi una s.r.l. che promette di produrre elettricità da sole e vento. 

Si condisca il tutto con la compiacenza dei media, con la latitanza di chi avrebbe dovuto fare le barricate per proteggere la sovranità e la democrazia dei territori e invece ha fatto spallucce aspettando di vedere da che parte schierarsi, con la narrazione di certi ambiental-colonialisti secondo cui la Sardegna da sola dovrebbe salvare il mondo dall’Armageddon ed ecco impiattata la polpetta avvelenata in versione gourmet. 

Immagine 5 - Campagne della Marmilla interessate da impianti eolici

Torniamo un momento alla produzione energetica in atto, a quella in potenza e al fabbisogno energetico sardo. Se si realizzassero tutti gli impianti da FER attualmente richiesti la Sardegna produrrebbero circa 44mila GWh (cifra ancora lontana da quella che sarà al termine della corsa all’oro “rinnovabili”), a cui bisogna aggiungere ciò che produciamo già (circa 3mila). Ricordando che ne consumiamo circa 9mila la sperequazione appare nella sua più stringente evidenza! Fra l’altro, a smontare la narrazione drago-meloniana sulla Sardegna “hub energetico d’Europa”, allo stato attuale l’energia non sarebbe neppure interamente esportabile, anche se venisse attivato il Tyrrenian link con la Sicilia.  

Alla fine della fiera dobbiamo farci una domanda semplice: dopo essere diventati la portaerei della NATO, il deposito di scorie dell’industria pesante del sistema industriale di mezza Europa, dopo aver subito una pesantissima colonizzazione industriale ospitando tra i siti più inquinanti d’Italia, vogliamo diventare, insieme alla Puglia e alla Sicilia, una batteria energetica dello Stato che garantirà il 90% di produzione elettrica da eolico e oltre il 50% di solare, senza avere nulla in cambio e senza alcun processo democratico e partecipativo in atto se non quelli impulsati, tra mille difficoltà e boicottaggi regionali e governativi, da alcune piccole comunità? 

Ognuno interroghi serenamente la propria coscienza e dia una risposta seria a questo interrogativo! 

Gargiulo ha detto la sua anche su questo argomento: «si può anche esportare in una logica di comunità condivisa con il resto dello Stato, ma non si può depauperare il nostro territorio. All’interno dell’attuale meccanismo non c’è alcun beneficio per i territori e per la Regione interessata ed inoltre esiste un grave problema: questi impianti sfuggono ad ogni tipo di pianificazione, la logica del legislatore è unicamente pensata per andare a produrre nelle aree ventose, senza alcuna politica di piano, sottraendosi alle norme sul governo del territorio ed a quelle paesaggistiche». 

Anche se la Comunità europea ha imposto di individuare le aree idonee e non idonee (per esempio aree industriali e minerarie dismesse) alla installazione degli impianti da FER, allo stato attuale delle cose è ancora latitante una normativa che individui queste tipologie di aree.  

Alla fine del suo ragionamento il presidente di Italia Nostra ha chiosato sulla narrazione pseudo ecologista secondo cui basterebbe riempire la Sardegna di campi eolici e fotovoltaici per fare fronte alla crisi climatica e ai tanti disastri ambientali a cui pure in Sardegna abbiamo anche recentemente assistito.  

L’Europa spinge sulla riconversione energetica perché non ci sono fonti fossili, ma la narrazione secondo cui produzioni intensive e a qualunque costo da energie rinnovabili arresterebbe il climate change è una narrazione completamente fuorviante: «si può e si deve iniziare un processo di conversione che ci consentirà di riparare al danno ambientale che si è fatto, ma non è che se oggi ci mettiamo a riempire la Sardegna di pale eoliche, risolviamo il problema del cambiamento climatico e delle bombe d’acqua. Questa visione serve solo ad asservire l’opinione pubblica alle finalità della speculazione energetica». 

Del resto, basta vedere l’approccio verso le CER, (comunità energetiche rinnovabili), per comprendere il gioco a cui stiamo giocando (alcuni inconsapevolmente, altri invece con piena lucidità). Precisa sempre Gargiulo su questo punto dirimente: 

«Le comunità energetiche per la Sardegna si prospettano come una soluzione ideale,perché adatta alle piccole comunità, ma si è di fronte ad una esasperante e voluta lentezza anche da parte dell’Europa, perché ovviamente il modello delle produzioni energetiche concentrate in termini di oligopolio favorirebbe i disegni egemonici delle multinazionali che sulle FER intendono speculare il più possibile.  


Questa è la logica terrificante che c’è dietro a questo disegno e la ragione per cui le comunità energetiche stentano a decollare. Ragionare in termini di produzione collettiva significa operare un cambiamento culturale, significa dare prevalenza alla condivisione delle risorse, significa porsi al servizio del bene comune. Una prospettiva del genere procede in direzione opposta rispetto alla mentalità dominante che spinge da decenni verso la prevaricazione dell’interesse privato e individuale.  

Abbiamo delle sfide davanti per le quali è necessaria la partecipazione delle comunità, dei comitati e delle amministrazioni ma è un percorso lungo che richiede anche una disponibilità a rinunciare ai consumi inutili e ragionare in termini di efficientamento e di risparmio energetico. Se rimaniamo focalizzati sul nostro orticello non riusciamo a contrastare l’assalto ai nostri territori.

Forse qualche territorio riuscirà a scampare alla invasione dei nuovi barbari, ma come collettività subiremo senza combattere la violenza della speculazione ed una sconfitta epocale. Anche perché l’unico strumento legale di cui oggi disponiamo è quello delle osservazioni, di solito affidate alle associazioni ambientaliste e a qualche esperto di fiducia, ma la massa dei progetti è tale che non abbiamo le forze per contrastarli e nemmeno per verificarli tutti. Serve suscitare una risposta collettiva delle comunità sarde segno di un cambiamento culturale profondo e di una conversione ecologica condivisa che vada ben al di là dei tecnicismi oppositivi ai singoli progetti». 

 

Immagini: 1, 2 , 3 e 4  di Cristiano Sabino


Immagine 6 - area ante opera


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L'articolo originale su S'Indipendente


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