martedì 1 ottobre 2019

Il Parco Geominerario è ancora un'opportunità per la Sardegna


Impegno delle Associazioni per il rilancio del progetto strategico del Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna.



Legambiente Sardegna, Italia Nostra Sardegna, WWF, l’Associazione per il Parco Geominerario, Sa Mena, il Gruppo Territorio Ambiente e altre associazioni impegnate già prima della nascita del Parco nella valorizzazione del patrimonio minerario, storico e ambientale della Sardegna e che hanno fattivamente contribuito alla sua istituzione e all’ottenimento del riconoscimento nazionale ed internazionale, si sono incontrate a Montevecchio lo scorso sabato per condividere indignazione e un forte rammarico relativi all’esclusione del Parco Geominerario dalla rete Geoparks disposta dall’UNESCO.
Un fatto grave, che deve stimolare una riflessione profonda sul ruolo svolto dalle istituzioni, sull’indebolito e difficile rapporto tra Parco e territori, sulla molto deludente operatività degli organi istituzionali e direttivi e sull’incerta consapevolezza delle comunità inserite nel sistema parco.
Nonostante la bocciatura, il progetto di Parco incarna una visione tuttora valida e lungimirante, che come un filo rosso lega la conservazione della memoria al rafforzamento dell’identità e allo sviluppo, unisce una storia millenaria e territori che pur molto diversi vi si riconoscono, mette a disposizione un patrimonio inestimabile di beni materiali e immateriali intorno ai quali lavorare per mantenere vivo il senso di appartenenza e costruire nuove economie.  Per vasti ambiti della Sardegna offre una prospettiva concreta di riconversione delle aree industriali degradate.
Nonostante la bocciatura dell'UNESCO, dunque, il Parco deve andare avanti, perchè quel progetto ambizioso rappresenta un’opportunità che la Sardegna può ancora cogliere e alla quale non può assolutamente rinunciare anche per la grave crisi economico-occupazionale che la colpisce. 
La decisione UNESCO è una lezione dura, da apprendere con serietà, e le raccomandazioni ricevute due anni fa tracciano la rotta da seguire. Il Parco deve ripartire da lì e rimettersi in cammino con nuova linfa, un convinto sostegno da parte dei Ministeri, della Regione Sardegna e dei Comuni, un coinvolgimento reale dei cittadini e delle Associazioni che, sin dall’inizio di questa avventura, hanno creduto nel Parco e contribuito a tradurre in azioni concrete e meritorie i suoi obiettivi candidandosi alla gestione dei siti, organizzando eventi di fruizione, animando le comunità, offrendo la propria disinteressata azione di indirizzo politico e collaborazione, mettendo a disposizione le proprie competenze ed esperienze. Quelle stesse Associazioni che hanno svolto un ruolo attivo e costruttivo tanto nel tormentato percorso di istituzione del Parco Geominerario quanto, negli ultimi anni, nell’altrettanto tormentato processo di riforma.
Preoccupate per il duro colpo che la perdita del riconoscimento infligge all’istituto del Parco e alla Sardegna, dunque, le Associazioni lanciano un appello a tutte le istituzioni interessate affinché finalmente si assumano le proprie responsabilità e traducano gli innumerevoli proclami, promesse e impegni in fatti concreti.


Invitiamo pertanto tutte le realtà associative storicamente attive, ma anche tutte le nuove Associazioni che operano nel campo delle cultura, della storia, dell’ambiente e della fruizione sostenibile che si riconosco nei valori fondativi del Parco geominerario, per collaborare al necessario e urgente rilancio di un progetto strategico fondamentale per la Sardegna: l’appuntamento è per domenica mattina 13 ottobre a Montevecchio - Guspini, ex Sala mensa.


sull'argomento

Il Manifesto sardo - Parco Geominerario della Sardegna e assenza di credibilità. 
Democrazia Oggi - Il Parco Geominerario della Sardegna espulso dalla rete UNESCO. Una fine annunciata

L'autoassoluzione dei dirigenti del Parco Geominerario




"I parchi non sono penitenze" scrive Sandro Roggio sulla Nuova Sardegna

Uccisione aquila del Bonelli: serve un piano regionale antibracconaggio

L'aquila del Bonelli si è estinta in Sardegna negli anni 80 del secolo scorso a causa del disturbo dei siti di nidificazione, bocconi avvelenati e uccisione diretta con atti di bracconaggio. Pochi anni fa, diversi esemplari del maestoso rapace sono stati reintrodotti grazie ad un progetto avviato dall’Isti- tuto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, il parco di Tepilora e la Regione Sardegna. Per tutte queste motivazioni è inaccettabile che uno dei cinque esemplari di aquila del Bonelli reintrodotto nei cieli della Sardegna sia stato abbattuto con una fucilata nel sud Sardegna. 

La Sardegna si contraddistingue in negativo sino a farsi escludere dalla rete dei siti UNESCO dei parchi geo-minerari ed ora con un episodio gravissimo e inaudito atto di bracconaggio su una specie reintrodotta a seguito dell’estinzione. Va ricordato, inoltre, che l’aquila del Bonelli assolve un ruolo importante nel suo habitat esercitando anche il “controllo” sulle popolazioni di piccoli mammiferi e non preda gli animali allevati dall’uomo. 
In Sardegna la situazione del bracconaggio è estremamente grave pertanto serve un segnale fortissimo di discontinuità. Alle Istituzioni regionali e all’Assessore regionale all’Ambiente Gianni Lampis si chiede di attivare un piano regionale antibracconaggio e l’adozione di un gesto simbolico e concreto al tempo stesso, come la chiusura della caccia per alcune giornate come momento di riflessione e presa di coscienza di tutta la società sarda - nelle sue varie componenti - per marcare la distanza da questi inauditi ed esecrabili atti di bracconaggio. 

WWF, LIPU, GRIG, ITALIA NOSTRA


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domenica 15 settembre 2019

La tragicomica vicenda del nuovo ponte di Sant’Antioco

Se la situazione non fosse tragica e non ci fosse in ballo la sopravvivenza di un boschetto di pini ci sarebbe da ridere attorno a questa situazione paradossale che si sta creando nell’istmo di Sant’Antioco. 

Se abbiamo ben capito, per poter fare una valutazione preventiva sull’impatto che il nuovo ponte potrebbe arrecare al patrimonio archeologico, si dovrebbe distruggere una pineta che per la sua crescita ha impiegato diversi decenni a causa della ventosità dell’area. Si distruggono una serie di beni, quelli paesaggistici, botanico e ambientale, per verificare se il nuovo ponte potrebbe impattare sul bene archeologico!
Il paradosso è che la realizzazione del nuovo ponte, un’opera inutile non voluta da nessuno, prosegue senza sosta sprecando risorse economiche e ambientali perché nessun ente ha il coraggio di fermarlo. Una sorta di zombi che continua a esistere finchè non gli diranno che è morto.

L’altra assurdità è che contemporaneamente alla progettazione del nuovo ponte si stanno spendendo, correttamente a nostro avviso, fondi pubblici per manutenzionare, mettere in sicurezza e garantire lunga vita all’attuale ponte.

Noi pensiamo che nessuna opera preventiva debba essere realizzata, nessun albero debba essere abbattuto preventivamente senza la valutazione dell’impatto ambientale e la valutazione di incidenza del nuovo ponte, per verificare appunto quali possono essere i danni all’ambiente (il ponte si trova tra due SIC e un IBA), al paesaggio, ai beni culturali, alla laguna e al territorio che l’inutile opera potrebbe arrecare.  


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Uno dei numerosi ponti levatoi di Amsterdam


          

giovedì 1 agosto 2019

Il MISE è impegnato a trovare le soluzioni tecniche per la decarbonizzazione della Sardegna entro il 2025

Nella riunione del 30 luglio al Mise c/o la Direzione Generale per il Mercato Elettrico, le rinnovabili, l’efficienza energetica, il nucleare, il Direttore ing. Gilberto Dialuce introducendo la riunione ha comunicato le difficoltà per la Sardegna di rispettare la data del 2025 come termine ultimo per l'uscita dal carbone: per questo è stato istituito un tavolo tecnico affinché le parti convocate si facciano promotrici di proposte operative utili ad arrivare preparati a tale scadenza.

La decarbonizzazione, ovvero la riduzione progressiva delle emissioni di CO2 fino all'obbiettivo “emissioni zero”, come richiesto dalla comunità scientifica, non è una semplice opzione, ma un obiettivo indispensabile e improrogabile per contrastare i cambiamenti climatici in atto. In questa direzione il PNIEC ha assunto come primo e condivisibile obiettivo di eliminare il carbone nel nostro Paese entro il 2025, un obiettivo tecnicamente perseguibile ed è alla nostra portata.
Lasciano quindi alquanto sgomenti le dichiarazioni dei rappresentanti della Giunta Regionale e di CGIL, CISL, UIL, che invece di sostenere questa globale e stringente necessità, invocano di posticipare la fuoriuscita dal carbone e la sua sostituzione con un’altra energia fossile, il metano, pretendendo una infrastruttura, ”la metanizzazione della Sardegna”, che per costi e ricavi una volta realizzata deve per forza mantenersi almeno per i prossimi 25 anni. In ciò contribuendo al danno climatico e della salute delle popolazioni sarde, che già stanno pagando un prezzo altissimo in tumori e malattie degenerative a causa dell’inquinamento da servitù industriali, energetiche e militari. 
Il metano è un pericoloso climalterante che, come confermato da diversi studi e ricerche, renderebbe impossibile realizzare il processo di decarbonizzazione, motivo per cui gli scienziati non lo considerano più come un combustibile di transizione. 


Ribadiamo pertanto che non esiste una emergenza della rete elettrica o problemi alla sicurezza del sistema elettrico sardo, anche con la chiusura delle centrali a carbone. 
Esiste, come affermato da TERNA, una certa fragilità del sistema che in un arco temporale di 5 anni, che va da oggi al 2025, si può agevolmente superare programmando l'uscita dal carbone e dal Targas, senza, tra l'altro, necessità alcuna di onerosi investimenti per avviare lunghe, inutili e deleterie fasi di “transizione” con il metano,
La conclamata emergenza climatica e ambientale ha ispirato l’“Agenda 2030 per lo sviluppo Sostenibile” dell’ONU ed è stata la ragione che ha promosso gli accordi di Parigi sul clima con l'impegno dei firmatari a giungere a emissioni zero entro il 2050 e che la “SEN 2017" e il PNIEC hanno recepito stabilendo come prima cosa il 2025 come data di uscita dal carbone.  
La Sardegna è in grado di fare la sua parte garantendo l’autosufficienza attraverso l’ulteriore sviluppo delle fonti rinnovabili, del risparmio e dell’efficienza energetica. Di più, può diventare un laboratorio della decarbonizzazione e dell’economia circolare dove sperimentare ed utilizzare nuove energie, tecnologie e apparecchiature, per semplificare il sistema elettrico, per renderlo più decentrato diffondendo l’autoproduzione, e potenziando all’uopo le Università e i centri di Ricerca presenti nell’Isola.

Italia Nostra Sardegna, WWF Sardegna, USB – Unione Sindacale di Base, Cobas – Confederazione di Base, Cagliari Social Forum, Assotziu Consumadoris Sardigna, Confederazione Sindacale Sarda


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domenica 28 luglio 2019

Il phase out per la Sardegna sia un “laboratorio della decarbonizzazione” per il clima e lo sviluppo sostenibili

Martedì 30 luglio presso al MISE si svolgerà un Tavolo di confronto di carattere tecnico sulla cessazione dell’uso del carbone per la produzione di energia elettrica nelle Centrali termoelettriche alimentate a carbone ubicate nella Regione Autonoma della Sardegna. Opporsi alla phase out è un evidente arretramento contro gli interessi della salute e del clima dei cittadini sardi. 
Opporsi all’attuazione dello scenario di “phase out completo”, ossia l’uscita dalla produzione di energia elettrica dal carbone, rappresenta un’evidente frenata verso l’innovazione e l’economia circolare. Infatti la produzione di energia elettrica dal carbone, il combustibile più inquinante e una delle prime cause del riscaldamento globale, non solo è dannoso per il percorso dell’Italia e della Sardegna verso la piena attuazione dell’Accordo di Parigi sul clima, ma rappresenta un’evidente frenata verso l’innovazione e la necessaria e giusta transizione della Sardegna verso politiche energetiche compatibili con il futuro e la creazione di nuovi e duraturi posti di lavoro. 
Colpisce che mentre l’intera comunità scientifica internazionale esorti all’azione contro i cambiamenti climatici in atto, ci sia chi abbia l’obiettivo di bloccare il percorso italiano per l’uscita dal carbone, prevista con la Strategia Energetica nazionale per il 2025. Rispetto a questo scenario sarebbe logico che la Regione Sardegna predisponesse un piano lungimirante per una giusta transizione che non lasci nessuno indietro e che conduca alla chiusura degli impianti inquinanti entro la scadenza decisa dalla SEN e ribadito dalla Proposta di Piano Nazionale Integrato Energia e Clima. Opporsi, oggi, al percorso verso un sistema energetico sostenibile e amico del clima non solo introduce un ostacolo nella transizione dalle fonti fossili a quelle rinnovabili ma è anche contro gli interessi dei cittadini sardi. Non esistono, infatti, ragioni tecniche che impediscano con un così adeguato preavviso (la chiusura è prevista nel 2025) di predisporre soluzioni tecniche e che permettano di transitare dal carbone alle rinnovabili autoprodotte e condivise garantendo, al contempo, il mantenimento dei livelli occupazionali e delle garanzie sociali. 
Già oggi la Sardegna è in surplus di produzione energetica visto che consuma circa 8,4 TWh (miliardi di kWh) mentre ne produce ben 13,3 TWh: questo significa che esporta molta più energia di quanta ne utilizzi. La Sardegna ha dinanzi una sfida ed una opportunità che sarebbe assurdo non cogliere. L’assenza di altre infrastrutture energetiche sul gas e la necessità di chiudere le vecchie centrali a carbone può fare dell’isola un vero e proprio “laboratorio della decarbonizzazione per il clima e lo sviluppo sostenibile” che, puntando sulle rinnovabili, sull’efficienza energetica, sui trasporti sostenibili, su una rete elettrica intelligente ed evoluta e su moderni sistemi di accumulo, spinga l’isola verso un futuro fatto di sviluppo sostenibile e di nuova e stabile occupazione. 
La Sardegna deve battersi per un’industria innovativa e non energivora in considerazione del fatto che il maggiore consumo energetico è di gran lunga quello industriale. La trasformazione del sistema economico attuale verso quello circolare anche con la riconversione del polo dell’alluminio primario di Portoscuso (Alcoa – Eurallumina) in quello dell’alluminio riciclato notevolmente meno energivoro e meno inquinante attraverso percorsi sostenuti dall’Unione Europea per la creazione di posti di lavoro di qualità ambientale, reali e duraturi nel tempo. Un’economia circolare unita alle bonifiche - in forte ritardo - dei siti industriali inquinati (SIN) porterebbe la Sardegna in una nuova e reale prospettiva di Rinascita sociale, economica e ambientale. 
                       Carmelo Spada                                            Graziano Bullegas 
      Delegato WWF Italia per la Sardegna           Presidente Italia Nostra Sardegna 



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martedì 16 luglio 2019

Dubbi sulla legittimità dell’ampliamento dello stabilimento RWM

Lo scorso 12 luglio il TAR Sardegna, accogliendo la richiesta avanzata dai nostri legali ha emesso un’ordinanza con la quale procede alla nomina di un consulente tecnico d’ufficio e fissa la nuova udienza per il giorno 20 gennaio 2020 per discutere dei numerosi vizi di legittimità sollevati dalle sottoscritte Associazioni e Comitati in merito alle autorizzazioni rilasciate alla RWM per l’ampliamento dello stabilimento di Domusnovas-Iglesias-Musei. 

Nell’ordinanza i giudici della prima sezione del TAR sostengono che “l’esatta qualificazione della natura dell’attività svolta dalla società Rwm all’interno della fabbrica appare dirimente ai fini della corretta individuazione dell’iter procedimentale di rilascio dell’autorizzazione per cui è causa e, conseguentemente, ai fini della decisione del presente giudizio”.
Per meglio chiarire questo aspetto, e in particolare se nello stabilimento si producono o meno esplosivi attraverso un processo chimico, i giudici hanno quindi deciso di incaricare, attraverso il magnifico rettore dell’Università di Cagliari, un docente di ruolo del Dipartimento di chimica industriale della stessa Università. 

I giudici del TAR - a differenza dei funzionari e amministratori locali, provinciali e regionali - hanno quindi scelto di non appiattirsi sulle bizzarre affermazioni della società RWM e, per la prima volta in Sardegna, intendono far luce sull’intricata vicenda dando credito alle denunce e ai tanti dubbi sollevati da ambientalisti e pacifisti.
Le sottoscritte Associazioni e Comitati sono anche in attesa degli sviluppi delle indagini relative alle numerose segnalazioni ed esposti presentati in questi ultimi anni alla Procura della Repubblica di Cagliari, sul caso RWM.


Associazioni e Comitati che hanno sottoscritto il ricorso al TAR: 
Italia Nostra, Comitato Riconversione RWM, Unione Sindacale di Base USB, ARCI Sardegna, Centro Sperimentazione Autosviluppo onlus, Legambiente Sardegna, Assotziu Consumadoris Sardigna

Associazioni che sostengono le motivazioni del ricorso:
Confederazione Sindacale Sarda, Rimettiamo le radici di Fluminimaggiore, Cobas, ANPI, Cagliari Social Forum, Movimento non violento, Federazione Sulcis-Iglesiente PCI


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