venerdì 23 luglio 2021

A Portoscuso una nuova centrale termoelettrica e la collina dei fanghi rossi sempre più estesa

I giorni scorsi Italia Nostra Sardegna ha presentato motivate osservazioni nell’ambito della procedura di PAUR chiesta dalla società Eurallumina spa per il riavvio della raffineria di allumina di Portovesme.

Si tratta dell’ennesimo progetto, dopo quello del 2015 e successivamente del 2018, presentato alla Valutazione di Impatto Ambientale. La nuova richiesta prevede la costruzione di una centrale termoelettrica a gas che dovrebbe essere alimentata dalla rete nazionale di trasporto gas naturale, la virtual pipeline recentemente approdata alla procedura di VIA nazionale.  

Il riavvio dell’impianto andrebbe ad aggravare un contesto ambientale e sanitario fortemente degradato e senza impegni concreti per la sua bonifica. Già nel 2006 il “Rapporto sullo stato di salute
delle popolazioni residenti nelle aree interessate da poli industriali, minerari e militari della Regione Sardegna”
[1], coordinato dal prof. Annibale Biggeri ha avuto modo di verificare come le patologie riscontrate nella zona di Portoscuso siano attribuibili all’inquinamento derivante dalle emissioni inquinanti delle industrie di Portovesme.

Risultati confermati nel 2008 dalle indagini del Dipartimento Sanità pubblica, Medicina del lavoro, dell’Università di Cagliari che evidenziarono la sussistenza di deficit cognitivi in un campione di bambini di Portoscuso, dovuto a valori di piombo nel sangue superiori a 10 μg/dl. Ulteriore conferma proviene dal “Quinto Rapporto S.E.N.T.I.E.R.I. – studio epidemiologico”[2] del giugno 2019 che riprendendo le cause di mortalità e di malattia in eccesso nel SIN Sulcis-Iglesiente Guspinese ha evidenziato un pesantissimo rischio per la salute di lavoratori e cittadini.

Bacino dei fanghi rossi
Altro capitolo riguarda l’autorizzazione, ai margini di un’area SIC e di una IBA, all’ampliamento della discarica dei fanghi rossi, probabilmente la più estesa della Sardegna (160 ha) e tra le più inquinanti per quanto riguarda le ricadute sulle falde acquifere. Ampliamento che occuperà ulteriori 19 ha di terreno e solleverà la discarica di oltre 10 mt di altezza (fino a 36 mt s.l.m.).  Un’immensa discarica che supererà i 50 milioni di tonnellate di fanghi e che continuerà a rilasciare sul suolo e sulle falde i veleni che contiene.  

<<Una gigantesca spugna imbevuta di arsenico che rilascia nella falda il pesante carico dei suoi veleni e che potrebbe inquinare per i prossimi 300 anni >>[3], affermava nel 2016 il professor Mario Manassero consulente del PM Marco Cocco nel processo attualmente in corso presso il Tribunale di Cagliari contro alcuni dirigenti dello stabilimento di Portovesme accusati di disastro ambientale.

Nelle sue osservazioni Italia Nostra Sardegna evidenzia l’anomalia sulla conformazione costiera derivante dall’ulteriore innalzamento della nuova collina artificiale del deposito dei “fanghi rossi”, un elemento che costituisce un’evidente estraneità nel contesto paesaggistico dell’ambito definito dal Piano paesaggistico regionale. Un intervento che appare in palese contrasto con i principi più generali che regolano la definizione degli impatti sul patrimonio culturale e il paesaggio nel procedimento di VIA e specificatamente normati dal D.Lgs. 152/2006. Dalle relazioni allegate al procedimento non appare infatti che l’intervento sia coerente con tali principi e tantomeno col recupero dell’area dal degrado ambientale così come imposto dal PPR per le nuove attività industriali, alla luce dell’esigenza di non aggravare il degrado medesimo e non pregiudicare il recupero dell’area.

Necropoli di San Giorgio
Tra l’altro la costruzione di nuovi impianti termoelettrici a combustibili fossili contrasta con le politiche europee in materia di lotta ai cambiamenti climatici e con lo stesso Piano energetico della regione Sardegna.

Italia Nostra Sardegna ritiene che nessuna nuova attività possa essere autorizzata senza la certezza che essa non arrechi danno agli obiettivi ambientali ai sensi dell’articolo 17 del regolamento (UE) 2020/852 e che qualsiasi intervento debba essere assoggettato anche alla valutazione denominata DNSH (Do Not Significant Harm – non produrre danno significativo). È fondamentale che anche gli interventi industriali siano soggetti a tale analisi affinchè sia dimostrata la loro azione positiva verso la mitigazione o l’adattamento ai cambiamenti climatici, la transizione verso un’economia circolare, la prevenzione e riduzione dell’inquinamento e la protezione e ripristino della biodiversità e degli ecosistemi.

Nel ribadire il diritto costituzionale al lavoro dei cittadini del Sulcis, dei cassintegrati e dei disoccupati - non necessariamente in un’azienda priva di prospettive di mercato che brucia risorse pubbliche preziose e presenta un conto eccessivamente elevato all’ambiente naturale e alla salute dei cittadini - l’Associazione ritiene che la miglior soluzione sia oggi quella di trovare soluzioni occupazionali più salubri per i lavoratori e per la comunità di Portoscuso e del Sulcis, abbandonando al loro destino queste aziende prive di futuro.

 

Stagno di Boi Cerbus



[1] Pubblicato sulla rivista dell’Associazione italiana di epidemiologia “Epidemiologia & Prevenzione”  -    Gennaio-Febbraio 2006, supplemento 1

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