martedì 2 settembre 2003

La caccia condiziona la fruizione del territorio


L’Associazione Italia Nostra fa proprie le preoccupazioni dei sindaci di Sant’Antioco e di Calasetta in merito alla pericolosità dell’esercizio dell’attività venatoria nell’isola, e in particolare nelle aree fortemente antropizzate. L’esercizio della caccia nell’isola e l’eccessiva presenza di cacciatori sono stati, da tempo, motivo di protesta da parte dell’Associazione.
Esiste un forte condizionamento alla libera fruizione del territorio per i cittadini a causa dell’attività venatoria. Durante la stagione di caccia sono bandite le passeggiate domenicali in campagna e lo testimoniano le numerose segnalazioni a noi pervenute.

Per questo motivo Italia Nostra ritiene legittime le ordinanze dei due sindaci emesse a salvaguardia e a tutela  della pubblica incolumità, e auspica che anche altri amministratori della Sardegna seguano il coraggioso esempio dei sindaci dell’isola. È importante sottolineare che questi provvedimenti amministrativi sono stati emessi anche su sollecitazione di buona parte dei cacciatori dell’isola e che sono condivisi dall’autogestita di caccia “Isola di Sant’Antioco”.
L’Associazione auspica che i provvedimenti sindacali smuovano l’apatia dell’Assessorato Regionale all’Ambiente che, anziché minacciare inutili e dispendiosi ricorsi, predisponga al più presto un nuovo piano faunistico che tenga conto della specificità e della sensibilità dell’ecosistema delle isole minori, che ridefinisca le superfici interessate all’attività di caccia e conseguentemente il carico venatorio sopportabile, e che normalizzi l’attività di ripopolamento faunistico impedendo il lancio indiscriminato di selvaggina non autoctona e promuovendo la salvaguardia delle specie locali.

Sant’Antioco 02 settembre 2003


sull'argomento

La Nuova Sardegna: Pericolo per gli abitanti: niente caccia
La Nuova Sardegna: ZPS a Carloforte e Sant'Antioco


                                                                                                                               

domenica 6 dicembre 1998

Le attività insalubri della Sardamag di Sant'Antioco

L’annuncio della ripresa produttiva dello stabilimento Seamag per i primi mesi del 1999 ripropone il mai risolto problema delle emissioni inquinanti e con esso la preoccupazione dei cittadini che non intendono più sopportare passivamente l’inquinamento proveniente da un’industria ubicata all’interno del perimetro urbano.
L'impianto in via di dismissione
 Nonostante le assicurazioni provenienti dal management aziendale sulla compatibilità ambientale dell’attività produttiva e sulle moderne misure antinquinamento che intenderebbe adottare, noi siamo convinti che, non potendosi eliminare l’inquinamento, il disagio ambientale sarà purtroppo ancora elevato, soprattutto in considerazione dell’ubicazione dell’azienda e del particolare tipo di processo produttivo. Si tratta, infatti, di lavorazioni insalubri di prima classe (secondo la classificazione del T.U. delle leggi sanitarie del 1934) che dovrebbero svolgersi lontano dai centri urbani. Il fatto che la fabbrica sia a stretto contatto delle abitazioni imporrebbe un drastico abbattimento delle emissioni nocive e quindi costi per impianti antinquinamento tanto elevati da rendere probabilmente antieconomica la produzione. Non bisogna dimenticare che precedenti proprietari pur di non sostenere tali costi hanno preferito costruire un nuovo stabilimento in Sicilia.
Il degrado dell'area adiacente lo stabilimento
Fino ad oggi inoltre i costi dovuti al degrado ambientale causato dalla Sardamag sono stati pagati esclusivamente dalla collettività (basti ricordare, oltre ai “costi sanitari”, che fine ha fatto la laguna di sa punt’e s’aliga e il piano di recupero della Palmas Cave). A questo proposito è del tutto inaccettabile la semplicistica e fuorviante analisi effettuata dall’attuale amministratore delegato della Seamag che si limita ad enfatizzare la distribuzione di decine di miliardi di “denaro vero” in stipendi, appalti, e servizi, omettendo di quantificare i costi sociali (questi sì, veri) già sopportati e che dovrebbe ancora sopportare la comunità. Non ci pare proprio una seria analisi costi-benefici!
In definitiva, le vittime di questa situazione sono sempre le stesse: i cittadini di Sant’Antioco, compresi i lavoratori della ex Sardamag che da anni vivono in una condizione di precarietà e ai quali, nel corso dell’ormai decennale crisi dell’azienda, le amministrazioni pubbliche non sono state in grado di dare alcuna valida alternativa occupazionale.
Anche la prospettata riapertura della fabbrica, oltre ai problemi ambientali che inevitabilmente creerà, non libererà quei lavoratori dalla loro condizione, ma servirà ad alimentare fratture nel tessuto sociale che, tra l’altro, sarebbero ulteriormente amplificate da un referendum dall’esito scontato.

Sant'Antioco 6 dicembre 1998 

sabato 2 maggio 1998

Lettera al presidente dell'ANCI Sardegna

Egregio Presidente Emiliano Deiana
non è casuale il fatto che Italia Nostra Sardegna si rivolga a Lei proprio nel pieno dell’emergenza sanitaria per segnalare l’importanza della problematica relativa alla tecnologia 5G. È infatti sotto gli occhi di tutti come la sottovalutazione degli impatti sulla salute collettiva di alcuni fattori di non difficile prevedibilità, a causa dell’incidenza negativa di tali fattori sull’economia, sia costata alla collettività la perdita di molte vite, delle libertà individuali, dei normali rapporti sociali ed alla Nazione un danno economico ed occupazionale incalcolabile. A ciò si aggiunga che tutto lascia credere che l’attesa ripartenza sarà caratterizzata da caos operativo e allentamento dei vincoli normativi. Una situazione della quale gli operatori economici, e tra essi in particolare quelli interessati alla diffusione del 5G, potrebbero giovarsi.
Le anticipiamo che Italia Nostra non nutre alcun pregiudizio nei confronti di tale tecnologia, perché non avrebbe alcun senso opporsi a conquiste del genio umano in grado di facilitare i rapporti sociali ed i metodi di lavoro, a patto che il progresso tecnico non comprometta il rispetto della salute e gli interessi collettivi a vantaggio di quelli aziendali. 
Considerata la delicatezza e complessità dell’argomento preferiamo attenerci ai fatti che andiamo di seguito ad esporre.
Come Le è certamente noto, la tecnologia 5G consiste in una rete di nuova generazione che andrà a superare l’attuale 4GLTE. Essa si basa su reti in grado di utilizzare onde radio ad (estremamente) alte frequenze, fino a 300 GHz (le reti attuali sono comprese entro i 5 GHz). Sono proprio le frequenze più elevate che consentono un aumento della velocità del segnale, ma al contempo rendono la propagazione più difficile, obbligando ad un’implementazione esponenziale dei ripetitori. Tutto ciò implica una permanente situazione di inquinamento da elettrosmog, nella quale la popolazione si troverà costantemente immersa a prescindere dell’utilizzo della tecnologia e dei vantaggi che da essa può trarne. 
Quali sono i rischi per la salute che ne possono derivare?
Le radiofrequenze 5G sono un mondo del tutto inesplorato e in tale ambito manca uno studio di valutazione del rischio sanitario per la salute dell’uomo e per la conservazione degli ecosistemi. 
Con discutibili modalità di approccio gli operatori del settore, usufruendo della complicità di alcune amministrazioni non pienamente consapevoli dei rischi potenziali, hanno avviato un programma di sperimentazione a livello nazionale. Il programma è stato presentato come funzionale alla risoluzione di problematiche di carattere tecnico, ma pur non entrando nel merito e nella liceità del procedimento, non può non sorgere il sospetto che dietro lo scudo della sperimentazione si celi l’interesse ad analizzare gli effetti della nuova tecnologia sulla salute umana. Provi ad immaginare, a solo titolo esemplificativo quale danno economico e di immagine potrebbe derivare ad una multinazionale da una class action intentata nel futuro da un’intera comunità in caso di accertato danno alla salute.  Viene infatti da chiedersi per quale motivo sarebbero state selezionate comunità di irrilevante consistenza demografica, che poco interesse hanno a giovarsi di un 5G, e che non presentano forme urbane e demografiche confrontabili con quelle delle metropoli.  
Attenendoci allo stato delle attuali evidenze scientifiche possiamo affermare che:
·       Nel marzo 2018 sono stati diffusi i primi risultati dello studio condotto in Italia dall’Istituto Ramazzini di Bologna (Centro di ricerca sul cancro Cesare Maltoni) che ha considerato esposizioni alle radiofrequenze della telefonia mobile mille volte inferiori a quelle utilizzate dal National Toxicology Program riscontrando però gli stessi tipi di tumore;
·       Il 1° novembre 2018 in National Toxicology Program ha diffuso il rapporto finale di uno studio su cavie animali dal quale è emersa una chiara evidenza che i ratti maschi esposti a radiofrequenze 2G e 3G sviluppano rari tumori delle cellule nervose del cuore. Il rapporto aggiunge che esistono anche “alcune evidenze di tumori al cervello e alle ghiandole surrenali”;
·       Nel 2011 la IARC (International Agency for Research on Cancer) ha classificato i campi elettromagnetici delle radiofrequenze come possibili cancerogeni; 
·       Nel 2011 la EC (European Consumers) e l’ISDE (Associazione medici per l’ambiente) hanno pubblicato un documentato “Rapporto indipendente sui campi elettromagnetici e la diffusione del 5G”, nel quale è esposto lo stato delle ricerche sulle interazioni delle radiofrequenze nei riguardi dei sistemi biologici (vedasi documento allegato).

Vi è da aggiungere che all’interno di ogni aggregazione sistemica biologica (umana, animale e vegetale) è stata ormai da tempo accertata la presenza di specifiche forme di vita associata o di singoli individui che possono presentare una “ipersensibilità elettromagnetica”. Tale condizione biologica rende questi soggetti particolarmente esposti all’azione dei campi ad alta intensità energetica, quali quelli generati dalle reti 5G. In merito l’Assemblea del Consiglio d’Europa ha invitato gli Stati membri a riconoscere l’elettrosensibilità come una disabilità, e in termini analoghi sono state emesse nell’ultimo decennio una serie di sentenze dalla magistratura internazionale e italiana che attestano il danno da elettrosmog, elettrosensibilità e il nesso causale telefonino=cancro, anche oltre ogni ragionevole dubbio. 
Giova peraltro ricordare che ai Governi compete la responsabilità della tutela della salute dei loro popoli e che è compito di ogni Stato provvedere all’eliminazione delle situazioni di non-benessere e garantire il diritto costituzionale alla salute, un caposaldo tra quelli della persona. Al contrario quella 5G è una tecnologia ubiquitaria e come tale non consente scelte, in aperta violazione del diritto individuale di poter scegliere di non avvalersi di un mezzo di qualsiasi natura qualora lo si ritenga lesivo della propria incolumità.
Non è a Lei certo, per il ruolo che ricopre all’interno dell’ANCI, che si dovrà ricordare che al Sindaco compete la responsabilità penale, civile, amministrativa, ai fini degli accertamenti nelle sedi competenti delle conseguenze di ordine sanitario che possono manifestarsi sia a breve che a medio e lungo termine nei confronti della popolazione residente nel territorio comunale.
Alla luce delle considerazioni sopra esposte e in applicazione del principio di precauzione sancito dal Trattato di Maastricht ed enunciato nell’art. 191 del Trattato sul funzionamento dell’UE, nonché in conformità al principio di trasparenza della Pubblica amministrazione, in qualità di stakeholders riconosciuti a livello nazionale ci facciamo portavoce delle istanze dei Comitati, delle varie aggregazioni sociali e di singoli cittadini, chiedendoLe di:
  • Informare tempestivamente le popolazioni nel caso di richiesta di installazione di antenne 5G;
  • Aprire e tenere aperto un tavolo di confronto a carattere regionale ed anche locale sull’argomento 5G con i Comitati e le Associazioni portatori di interessi;
  • Suggerire alle amministrazioni locali l’adozione in via precauzionale di ordinanze contingibili e urgenti a tempo indeterminato, che vietino l’installazione di antenne o l’utilizzo delle esistenti per tecnologie 5G su tutto il territorio comunale (come già fatto da molti Sindaci sul territorio nazionale e da alcuni anche in Sardegna);
  • Garantire una informazione plurale alle cittadinanze senza sottostare ad assicurazioni tranquillizzanti da parte di coloro che hanno interessi economici nella creazione delle reti o nella diffusione della tecnologia.
 In attesa di una Sua gradita risposta, La ringraziamo per l’attenzione e esprimiamo auspici che la Sardegna possa costituire nell’ambito dei processi decisionali un esempio di democrazia e di responsabilità civile a tutela del territorio e della salute di coloro che vi sono nati e di quelli che intendono sceglierla come terra di adozione. 
Si allega il Rapporto Indipendente sui campi elettromagnetici e la diffusione del 5G. a cura dell’ISDE
Li, 30 aprile 2020

                 Graziano Bullegas                                 Mauro Gargiulo
Presidente Italia Nostra Sardegna            Segretario Italia Nostra Sardegna



mercoledì 1 aprile 1998

L'insostenibile inapplicazione di un Piano

28 aprile 2020
Per una società del secondo millennio appariva impensabile che si potesse verificare una crisi sanitaria con effetti paragonabili a quelle che abbiamo appreso dai libri di scuola. Oggi ci ritroviamo confinati nelle nostre case, privi delle nostre certezze, divisi nelle scelte. Nessuno può ritenersi depositario di un futuro, che già in precedenza appariva nebuloso e incerto sotto i colpi delle crisi ricorrenti. Con questo documento, partendo dall'analisi di alcuni momenti chiave del disastro pandemico, intendiamo proporre una riflessione sugli effetti che ne sono derivati. Dal quadro che ne scaturisce risulta in tutta la sua evidenza la fragilità di un pianeta prossimo al collasso e la necessità di un cambiamento sistemico che investa tutti i campi dell'agire umano, piuttosto che la ripresa dissennata di una corsa senza meta.
di
Graziano Bullegas, Giorgio Cenetto, Mauro Gargiulo, Antonio Muscas e Gisella Trincas


Virus e Sistemi di difesa, cosa non ha funzionato
A rigor di logica un sistema di difesa dovrebbe essere costituito da un articolato insieme di elementi utili a proteggere il territorio di uno Stato ed i suoi abitanti da qualunque evenienza capace di arrecare un danno tale da minarne il funzionamento, smembrarlo o addirittura distruggerlo.
Poiché gli attacchi che uno Stato può subire non sono esclusivamente di tipo bellico (si pensi ad una guerra batteriologica, chimica o informatica), al pari dei sistemi di difesa tradizionali, di cui l'Italia è certamente ben dotata, si rendono indispensabili anche altri sistemi utili a far fronte ad altri pericoli, in questo caso specifico una pandemia di tipo virale.
L’Italia infatti possiede un Piano nazionale di preparazione e risposta ad una pandemia influenzale[1]ma è stato totalmente disatteso, nonostante contenga tutte le azioni da intraprendere prima, durante e dopo il diffondersi delle pandemie. Il Piano Pandemico è stato raccomandato dall’OMS a tutti i Paesi “seguendo linee guida concordate” ed è stato il Ministero della Salute a farsi carico della sua elaborazione e attuazione, anche per il tramite del CCM (Centro Nazionale per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie), in accordo con le Regioni, i Dicasteri coinvolti, il Ministero degli Affari Esteri e gli Organismi Internazionali.
Le Regioni/Province autonome, come si può leggere nel Piano, assumono, ciascuna per gli aspetti di competenza territoriale e di concerto con il Ministero della Salute, le responsabilità di approntamento e di mantenimento in efficienza, in armonia con la stessa pianificazione, di tutte le capacità/risorse indispensabili a porre in atto le contromisure per le fasi di prevenzione, contenimento, risposta, ripristino che siano in relazione ad eventi epidemici influenzali.

L’Italia aveva approntato il Piano, da aggiornarsi periodicamente, già dai primi anni del 2000, elaborato in conseguenza delle numerose emergenze degli ultimi anni e in ragione dell'alta probabilità che si potesse verificare una pandemia. Le misure preventive consistono in piani specifici da mettere a punto sin nei minimi dettagli, da verificare accuratamente prima del verificarsi degli eventi anche con test, simulazioni, “con esercitazioni nazionali e regionali, cui parteciperanno tutte le istituzioni coinvolte in caso di pandemia”.
Poiché “l’incertezza sulle modalità e i tempi di diffusione determina la necessità di preparare in anticipo le strategie di risposta alla eventuale pandemia...”, il Piano generale contiene le procedure da seguire, dimensiona e individua le infrastrutture e i dispositivi da impiegarestabilisce i quantitativi di apposite scorte di materiale e medicinali da avere sempre a disposizioneprevede la formazione del personale coinvolto, sanitario e non, e le modalità di informazione ed eventualmente formazione delle comunità interessate.
Nessuna delle misure previste è stata adottata!
Il problema perciò non è consistito esclusivamente nella carenza di posti letto e di terapie intensive, ma nella incapacità dell’intero sistema nazione e della strategia predisposta dal Piano nazionale di dare una risposta adeguata alla devastante aggressione del Coronavirus.


Cosa ha favorito la propagazione del virus?
È oramai accertato il nesso tra allevamenti intensivi, disboscamento, inquinamento diffuso e sviluppo del virus: la sottrazione degli habitat di specie selvatiche portatrici di malattie trasmissibili all’uomo e l’aumento vertiginoso degli allevamenti industriali di bestiame, favorisce la trasmissione e la diffusione delle malattie tra specie selvatiche e animali d’allevamento e tra questi ultimi e l’uomo. Negli allevamenti intensivi l’elevata concentrazione di animali in spazi ristretti, a cui si associa lo stress psicofisico degli stessi (a dispetto di un’estesa normativa sull’obbligo del rispetto del benessere animale), favorisce lo sviluppo e la propagazione delle malattie infettive, alla qual cosa si sopperisce con somministrazioni massicce di farmaci (in genere antibiotici) anche in forma preventiva. Conseguentemente gli agenti patogeni sviluppano sempre maggiore resistenza ai farmaci utilizzati, rendendo necessario un continuo sviluppo di nuovi e più aggressivi farmaci: un circolo vizioso che comporta inevitabili implicazioni sull’uomo nell’eventualità di un salto di specie. Degna di nota è anche l’elevata incidenza di malattie tra il personale impiegato negli allevamenti a causa dello stretto contatto con gli animali e dell’attività in presenza di numerose sostanze contaminanti[2]
Le evidenze statistiche[3] confermano che la diffusione del virus e la sua già elevata letalità si accrescono con l’esposizione alle sostanze inquinanti; tra queste in particolare le polveri sottili e la diossina, che oltre a fungere da veicolo per la trasmissione del virus, sono responsabili della compromissione della salute umana e del sistema respiratorio in particolare, proprio quello aggredito dal virus[4].
Anche l’alimentazione e la salute psicofisica giocano la loro parte in questa vicenda, poiché è evidente che un fisico sano più difficilmente viene aggredito da virus e malattie e meglio ad esse resiste.
Non a caso le Regioni più colpite corrispondono ad aree altamente contaminate per la presenza di insediamenti industriali, inceneritori, e allevamenti intensivi[5], senza voler tacere che sono le stesse in cui la sanità pubblica, nonostante la vantata eccellenza, è stata maggiormente compromessa da tagli, aziendalizzazione e privatizzazione.
A livello di comunità sono invece le condizioni di deprivazione (scarsa istruzione, promiscuità, sovraffollamento, povertà, marginalità, problemi di igiene, fragilità, difficile accesso al cibo sano, ai servizi e alle cure) a incidere maggiormente nella diffusione del virus. I dati degli Stati Uniti mostrano un incredibile rapporto di 6:1[6] nella mortalità tra afroamericani e bianchi, confermando ancora una volta che gli individui e le comunità deprivati risultano essere più esposti alle malattie e ai virus. Si intende far riferimento agli abitanti delle periferie povere delle città, (migranti, internati, carcerati, ecc.), per i quali recenti studi pubblicati in Inghilterra[7], certificano in modo inoppugnabile differenze di aspettativa di vita fino a 10 anni rispetto a individui benestanti residenti nei grandi centri forniti di servizi alla persona adeguati.

C'è poi un luogo di cui poco si parla e su cui invece sarebbe bene interrogarsi: le carceri italiane. Qual è stato e qual è l'impatto del COVID 19 sul sistema carcerario? Questa pandemia potrà essere l’occasione buona per cambiare qualcosa all’interno di esso, visto che finora nulla è stato fatto?
Degli effetti del virus sulle carceri e soprattutto sugli esseri umani che ivi sono detenuti in condizioni che poco hanno di umano, si parla molto poco perché il tacerne comporta di fatto la negazione stessa dell’esistenza ed infatti le carceri italiane sono un problema rimosso da tempo. Il virus ha solo ulteriormente esasperato una situazione già molto critica, evidenziando le storture di un sistema a causa delle quali l’Italia più volte è stata sanzionata e richiamata da organismi sovranazionali.
I contagi all’interno degli istituti di pena, pur nella difficoltà di reperire dati attendibili, sembrano siano in continua crescita. La speranza è che la crisi in atto e l’inadeguatezza delle strutture penitenziarie sensibilizzino la coscienza di una società civile, spesso ignara di tale realtà, e riescano finalmente a imporre interventi di tutela della salute e della dignità delle persone detenute al di là anche dell’emergenza.
Risulta dunque evidente come la diffusione del virus corona e delle malattie infettive di pari portata non possa essere contrastata circoscrivendo l’ambito delle misure di intervento alla semplice tutela dell’individuo o della stretta cerchia di appartenenza: il virus colpisce di più le persone vulnerabili, ma da queste si diffonde verso tutti gli altri soggetti. Difendere i più fragili significa perciò difendere le comunità nella loro interezza e integrità.


…e non dimentichiamo la scuola!
Il coronavirus ha avuto un impatto molto forte sulla quotidianità.
Molti docenti, in maniera volontaria e spontanea, hanno ritenuto indispensabile affrontare questa fase di emergenza con un’azione di compensazione e di sostegno agli alunni, in modo da adeguare la funzione pedagogica alla situazione di disagio emozionale vissuta da queste giovani generazioni, fornendo un supporto a volte didattico, spesso psicologico ad un corpo discente divenuto d’improvviso fragile, ansioso, apprensivo.
Ad un tale spontaneo contributo, che afferisce al senso di responsabilità della funzione quanto al conscio farsi parte di una collettività, si è risposto da parte dello Stato con l’esasperazione dei controlli, l’imposizione di metodologie e l’inasprirsi di un regime autoritario e verticistico, attuato mediante decreti e circolari da parte di funzionari che sono inclini a derogare alle normative esistenti.
Sull’esperienza conseguente all’epidemia in una prospettiva futura occorre riflettere sui contesti umani e strutturali in cui ci si è trovati ad operare e sulle difficoltà di effettivo recepimento e realizzazione che già la situazione attuale sta evidenziando. Se da un lato non è ipotizzabile un mero ritorno al passato, dall’altro è necessario programmare un futuro che superi le evidenti ed insostenibili contraddizioni del presente.


Commissione tecnica
Sono 950 i parlamentari in Italia, ma la Commissione nominata dal Presidente Giuseppe Conte è composta esclusivamente da tecnici, mentre sono assenti figure non solo rappresentative della società civile, ma in grado di fornire un contributo ed un approccio alla problematica che non sottenda necessariamente un confinamento dei saperi, una ulteriore conferma di una scissione sempre più profonda tra discipline umanistiche e scientifiche. È evidente dunque che continua a mancare una visione olistica delle conoscenze umane, la realizzazione di una interdisciplinarietà che non sia confinata alle teorizzazioni universitarie ma che entri una volta per tutte non solo nel fare ma nel modo di pensare della società e delle sue componenti. Una visione così settoriale conduce inevitabilmente ad una lettura dei processi storici in chiave deterministica e quasi esclusivamente si polarizza sui fattori economici[8]. Se a giustificazione della scelta può essere invocata la situazione emergenziale, occorre riflettere sul costante e sempre più ravvicinato riproporsi delle “crisi” in quest’ultimo scorcio di secolo, e cominciare a comprendere che tali “crisi”, volute o casuali, sono consustanziali al sistema capitalistico o da esso sfruttate in un vero e proprio “modus procedendi”, che induce sistematicamente a trovare esclusive soluzioni di tipo economico ed a invocare la sospensione di tutte quelle garanzie politiche, sociali, economiche, culturali, ritenute impliciti ostacoli al dilagare del liberismo.
Prendere coscienza di questo significa accettare l’idea di una perenne emergenza e di conseguenza della necessità di conservazione degli istituti di rappresentatività e democrazia anche all’interno di task force operative, anzi proprio all’interno di esse, perché sarà in quella sede che si porranno le premesse per la “normalizzazione” postpandemica. In una tale prospettiva è la Politica a dover svolgere il ruolo cui essa è eticamente chiamata ovvero ad agire quale collante fra le componenti sociali, a rendere compatibili tra loro le diverse istanze, ad adottare gli opportuni strumenti di sintesi. È sempre alla politica che deve accollarsi la piena responsabilità delle azioni, rinunciando alla formula assolutoria delle “scelte dei tecnici”, i quali a loro volta ben consci del rischio esigono, in connivente intesa, la depenalizzazione aprioristica di ogni loro proposta. Affidarsi dunque unicamente alle soluzioni prospettate da una squadra di tecnici (peraltro individuati motu proprio dall’uomo solo al comando) con l’unico obiettivo del rilancio dell’economia, significa preordinare tali soluzioni a beneficio di ben individuabili destinatari.
A sostegno di un tale tesi possono addursi i contenuti delle proposte finora emerse, all’interno delle quali non è dato di rinvenire tagli alla difesa o ai sussidi ai combustibili fossili, mentre si prevede di aumentare ancora il debito pubblico, destinando ingenti capitali, senza le adeguate garanzie di restituzione, in prevalenza ai grandi gruppi industriali.


Soluzioni di uscita
Fino ad ora il Governo ha proceduto attraverso l’emanazione di DPCM che costituiscono strumenti normativi di carattere eccezionale, previsti dalla Costituzione per situazione emergenziali. Tali istituti infatti conducono alla sospensione dei diritti individuali e ad una interruzione del confronto parlamentare. Uno strumento legislativo dagli effetti così devastanti, pur giustificato dal sorgere di un pericolo non altrimenti contrastabile per la Nazione, contiene comunque in sé i germi di un potere esondante e del cui esercizio nessuno può farsi garante, a meno che ci si intenda porre al di fuori della legge, se non al di sopra della stessa. Ancora una volta si evidenzia la falla provocata, quasi a beffa in un sistema democratico, da un nemico di dimensioni infinitesime, per contrastare il quale erano stati in precedenza predisposti strumenti rilevatisi ampiamente inadeguati. Una Maginot sanitaria si potrebbe dire! Un motivo in più perché si torni nei tempi più rapidi possibili al ripristino del normale fluire dell’ordinamento democratico, adottando quelle misure che pur garantendo la salute della popolazione, non ne soffochino le fondamentali e inalienabili istanze fisiche e spirituali.
Infatti, lo stato di sorveglianza costante a cui la popolazione appare attualmente sottoposta non fa che mortificare ulteriormente il già indebolito stato emotivo individuale e collettivo, oltre che evocare anche solo a livello psicologico esperienze traumatiche non lontane nel tempo, traumi che hanno segnato il destino di questa Nazione. Inoltre, il conferimento di strumenti di polizia a pezzi dello Stato (o addirittura a soggetti che non ne fanno parte) senza specifiche competenze o in deroga al dettato costituzionale appare di una gravità e pericolosità intuitiva. Non sono rari i gravi casi di abusi nell’esercizio di tali compiti che i cittadini hanno già denunciato. E non solo! Il dispendio economico correlato a questa massiccia opera di vigilanza potrebbe certamente essere impiegato per risollevare un Paese letteralmente in ginocchio sotto il profilo economico. Allo stesso modo si ritiene necessario, visto il momento di grave emergenza, bloccare qualsiasi spesa in armamenti e strumenti di guerra. (ogni cacciabombardiere F35 costa circa 150 milioni di euro!)
Appare dunque deviante contrapporre sbrigativamente i modelli Sudcoreano e Italiano, soprattutto se si pensa all’aperta violazione dei diritti individuali, che invece la nostra Costituzione garantisce. Nel primo caso infatti si ha un tracciamento e controllo serrato dei movimenti anche attraverso la potenziale diffusione delle informazioni ad esso sotteso, mentre nel secondo si applica una severa restrizione alla libertà di movimento. In questi giorni, tra l’altro, l’Italia con l’adozione del sistema di tracciatura dei contatti denominata “Immuni” sembra voler mettere i cittadini nella difficile condizione di dover scegliere tra i due mali.

Esiste invece una terza via, che però richiede uno capovolgimento dell’approccio al problema e implica una sostanziale modifica dei nostri modelli economici e della visione e dell’organizzazione sociale. Una risposta adeguata e duratura alla pandemia, non in contrasto col dettato costituzionale, e in grado di restituirci la libertà individuale, dovrebbe consistere in un complesso di misure, da prevedersi all’interno di un articolato Protocollo Sanitario, differenziate per emergenze e distinte per situazioni e localizzazioni, e nella immediata messa a disposizione per tutta la popolazione di dispositivi di protezione adeguati (oggi ancora introvabili a distanza di oltre due mesi).
A seguire, l’adozione di politiche che prevedano il ripristino dell’intero sistema pubblico sanitario al fine di garantire l’accesso collettivo ai servizi anche mediante la loro razionalizzazione e diffusione nelle aree più marginali ed esposte, e che promuovano la prevenzione sanitaria (a partire dal superamento di tutte le strutture segreganti e istituzionalizzanti per anziani e persone con disabilità), l’educazione alimentare, e tutti gli interventi intesi a limitare al minimo le cause dell’inquinamento ambientale: riduzione drastica dei consumi e degli sprechi; riduzione fino all’azzeramento del consumo di suolo, delle risorse naturali e dei combustibili fossili; recupero, ripristino, protezione, gestione e tutela delle foreste, degli ambienti naturali e degli habitat selvatici; rilocalizzazione delle attività produttive, in particolare delle attività agricole e dell’allevamento, favorendo l’agricoltura estensiva e biologica. Obiettivi prioritari per tali politiche sono da ritenersi la promozione di stili di vita più sani, il potenziamento pubblico del sistema di educazione (istruzione e formazione), la garanzia di assicurazione dei servizi alla persona, e di adeguate forme di sostegno al reddito per le fasce più deboli o in difficoltà per la popolazione.
Inutile ricordare che la tutela della salute pubblica dovrebbe essere assicurata attraverso la totale revisione delle produzioni industriali al fine di assicurare che le stesse oltre a non creare danni ambientali ed inquinamento, non arrechino alcun danno diretto o indiretto alla salute della popolazione. In una tale ottica appare non dilazionabile la scadenza del Governo per l’abbandono dei combustibili fossili prevista dal PNIEC (Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima) per il prossimo 2025.
Come pure indifferibile è l’intervento pubblico in attività volte al contrasto al dissesto idrogeologico, alla bonifica delle aree degradate dalle attività industriali, alla messa in sicurezza antisismica degli edifici pubblici e dei centri storici, al potenziamento della rete di trasporti pubblici e di infrastrutturazione cittadina quali acquedotti e sistema fognario, al sostegno finanziario dell’efficientamento e del risparmio energetico, alla messa in valore dello straordinario patrimonio ambientale e paesaggistico del nostro paese.
In sintesi, il sistema economico e produttivo dia luogo ad una vera riconversione ecologica di cui il pianeta ha bisogno[9] e che non può essere ulteriormente dilazionata. Esiste in questo momento il concreto pericolo che la crisi economica causata dalla criticità sanitaria possa portare all’allentamento delle regole e delle prescrizioni previste dalla normativa ambientale. Sarebbe l’errore più grave che si potrebbe commettere perché significherebbe predisporre il terreno fertile per una nuova e più grave crisi sanitaria e ambientale. Noi auspichiamo invece che questa crisi porti tutti ad una seria riflessione sulla necessità ineludibile di sostituire, a partire dalla fase di transizione verso la normalità, l’attuale sistema economico, fondato sul consumo e sullo spreco, con uno che ponga al primo punto il rispetto dell’ambiente, del territorio e della salute dei cittadini. 

E allo stesso modo della sanità e dell’ambiente anche la scuola ha bisogno di disporre di risorse e di un adeguato sostegno pubblico, ma soprattutto di una rivalutazione culturale del suo ruolo all’interno di una società che richiede in modo sempre più pressante conoscenza e formazione ma anche rispetto per l’individuo e per le sue peculiarità. Scuola, sanità, ambiente devono avere un ruolo centrale e strategico, pena il collasso dell’intero sistema sociale. Non sarà comunque sufficiente l’introduzione di nuovi strumenti ed un adeguamento del personale e delle strutture scolastiche, se non ci sarà il supporto di una visione complessiva che assuma a fondamento l’idea di una società nuova, più inclusiva, più giusta, che consideri sì le tecnologie strumento di progresso ma nello stesso tempo assuma a valore fondante le relazioni umane e con esse la valorizzazione delle diversità (degli individui, degli ecosistemi, delle realtà sociali), che non lasci spazio allo sfruttamento delle persone e dei sistemi ma sia governata dagli equilibri degli ecosistemi naturali e umani.

Graziano Bullegas, Presidente Italia Nostra Sardegna
Giorgio Canetto, Cesp Cobas - Centro Studi per la Scuola Pubblica Cagliari
Mauro Gargiulo, Segretario Italia Nostra Sardegna
Antonio Muscas, Attivista per l'ambiente e i diritti umani
Gisella Trincas, Presidente A.S.A.R.P.


martedì 14 maggio 1991

Le ragioni dell'opposizione di ITALIA NOSTRA ai Nulla-osta e alla Deroghe alla Legge n. 45

Quando nel Dicembre 1989, dopo un iter tormentato, entrò in vigore la Legge Regionale n. 45 che detta “Norme  per l’uso e la tutela del territorio regionale” tutti coloro che auspicavano una corretta programmazione delle risorse territoriali della Sardegna, ritennero che finalmente si potesse disporre di chiari strumenti legislativi per porre fine alle improvvisazioni ed alle incertezze che fino a quel momento avevano lasciato ampio margine al depauperamento dei bani ambientali della Sardegna tutta e in modo particolare della sua pregevole fascia costiera.

Nuraghe Arrubiu

Agli osservatori più attenti non era sfuggito che la formulazione delle norme di salvaguardia, apparentemente rigorosa, apriva però delle smagliature nel sistema vincolistico prevedendo in casi di pubblica utilità” la possibilità di Nulla Osta e deroghe che potevano diventare la scorciatoia per aggirare i vincoli ed eludere le finalità della legge.  

Chi, come Italia Nostra e altre associazioni ambientaliste, denunciarono tempestivamente questo pericolo, vennero tacciate di malafede ad eccessivo allarmismo.  Ma Oggi, a diciotto mesi dall'approvazione della legge, i fatti dimostrano che proprio quegli spazi di discrezionalità  previsti dalle norme di tutela sono diventati lo strumento per anteporre alle esigenze di salvaguardia e pianificazione del territorio, interessi di altra natura, e non certo quelli della collettività.

La Giunta Regionale infatti si è avvalsa ampiamente della prerogativa di scavalcare i vincoli stabiliti dall'art. 13, precedendo i Piani Paesaggistici, tanto che dal mese di Marzo 1990 ad oggi, risultano essere stati concessi ben 120 nulla osta per edificazione o ampliamento di strutture alberghiere nella compresa tra i 150 e i 500 metri dal mare, ossia quella di particolare rilevanza ambientale, di preminente interesse pubblico e di maggior pregio paesaggistico, ma anche quella sul quale si appuntano le maggiori spinte speculative.  Purtroppo molte di queste autorizzazioni (ben 94) ricadono in zone di notevole valore ambientale, talora sottoposte a vincoli paesaggistici o archeologici o addirittura anche nelle aree destinate, da altra Legge Regionale, a parchi, riserve o aree protette! 

Torre Canai

Di fatto, dare via libera a questi interventi senza attendere la pubblicazione dei piani paesistici, non solo vanifica le finalità stessa della legge sull'assetto territoriale, perché ne precede gli strumenti attuativi, ma rischia di compromettere aree che potrebbero e sono considerate dalla stessa pubblica amministrazione meritevoli di tutela o di particolare cautela negli interventi di trasformazione, provocando cosi irrimediabile danno ambientale.  

Sulla base di queste considerazioni – e non certo per fare del terrorismo ecologico - Italia Nostra esprime viva preoccupazione e la propria ferma opposizione a questo modo di governare il territorio e l'irripetibile patrimonio costiero della Sardegna e annuncia che presenterà, assieme al  Centro di Azione giuridica della Lega per l'Ambiente, un ricorso amministrativo Contro le delibere della Giunta Regionale affinché anche gli altri Enti, che hanno competenza in materia di tutela dell'ambiente e del paesaggio, esprimano le loro valutazioni in merito agli  atti emanati dalla Giunta Regionale e ai nulla osta da questa concessi.  


Portopino


lunedì 21 gennaio 1991

Proposte operative revisione disciplina rinnovabili

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A)  DEMOCRATIZZAZIONE DELLA PRODUZIONE ENERGETICA: L’ENERGIA COME BENE COMUNE.

 

CRITICITÀ

La proposta progettuale che viene presentata in sede di VIA si limita agli aspetti tecnici ed è pertinente al singolo impianto di cui si chiede la valutazione. 

Pertanto non consente al decisore politico ed amministrativo di:

a)     Cogliere la strategia di insieme: qual è il modello di produzione energetico che si sta andando a realizzare nel suo complesso.

b)    Come si coniuga la produzione diffusa e l’autoconsumo in rapporto alla produzione concentrata

 

PROPOSTE

a)     Far rientrare il sistema della produzione elettrica all’interno di forme di pianificazione e programmazione (vedasi in seguito), distinguendola per tipologia (grandi impianti, CER, A.C., autoconsumo e produzione individuale)

b)    Determinare le condizioni di produzioni di energia da FER al contrarsi progressivo delle fossili

 

  

 

B)    IMPATTO SOCIALE

 

CRITICITÀ

Ogni progetto soprattutto se di grandi dimensioni presenta inevitabilmente un forte impatto sociale. Nell’attuale procedura di VIA i progetti evidenziano gli aspetti tecnici e gli impatti ambientali (in genere sottostimati), mentre l’ambito della sostenibilità sociale viene marginalizzato e risolto con il riconoscimento di trascurabili ristori di carattere economico

  

PROPOSTE

Noi stiamo assistendo nell’ambito della produzione energetica ad una progressiva sostituzione di modi di produzione non solo limitati all’ambito energetico (si pensi al mercato del lavoro connesso alle FER). Tutto questo comporterà ad ultimazione del processo (un arco temporale di oltre mezzo secolo) di una trasformazione complessiva dell’attuale modello produttivo. Questa evoluzione deve essere governata facendo in modo che i progetti:

  

-    Apportino valore aggiunto quantificabile ai territori in termini di benefici economici e sociali attuali e futuri 

-       Contengano analisi dei bisogni del territorio in tal senso orientati

-       Prevedano obiettivi di Investimento sociale, sviluppo e crescita occupazionale.

 

 


  

C)    IMPATTO ECONOMICO

 

CRITICITÀ 

I progetti risultano finanziati da fondi di investimento in genere esteri. Ne consegue che:

-       Tutti gli utili sono canalizzati in ambito extra nazionale. 

-       Sulle Comunità locali ricade l’obbligo di far fronte al risarcimento climatico globale con le proprie risorse territoriali

 

PROPOSTE

Devono essere previste e normate forme quantificabili di partecipazione e divisione degli utili per le Comunità locali attraverso una o più delle seguenti modalità:

-       La partecipazione al finanziamento diretto del progetto con fondi raccolti localmente

-       Il ristoro mediante la corresponsione di una quota parte percentuale sugli incentivi 

-       La Partecipazione secondo il modello delle CER ad una quota di energia prodotta degli impianti, assimilando i membri delle Comunità a utenti virtuali. In pratica alla comunità viene riconosciuta un’aliquota di produzione generata dall’impianto secondo le modalità dell’autoconsumo.

-       Il finanziamento di attività sociali.

-    La raccolta di fondi nazionali creati ad hoc e finanziati dalle accise corrisposte sulle bollette per le FER.  

La scelta della modalità ed il quid non negoziabile potrebbe far parte della proposta progettuale e calibrata sulla producibilità dell’impianto

 

 

D)    LA CONCORRENZIALITÀ

 

CRITICITÀ

Il Dlgs.387/03 aveva previsto che sul lungo termine il fattore di scala, la domanda crescente e la riduzione dei costi avrebbero reso sempre più concorrenziali gli impianti da FER e sempre meno elevati gli incentivi da corrispondersi per la produzione. Tali condizioni non si sono verificate.

 

PROPOSTE

Occorre intervenire con specifiche norme per: 

-       Impedire le forme di monopolio o di spartizione delle fette di mercato con il costituirsi di posizioni dominanti

-    Garantire la concorrenza effettiva attraverso meccanismi di base d’asta che tengano conto della diminuzione nel tempo dei costi di realizzazione degli impianti e della loro maggiore produttività, soprattutto nei casi di revamping o ampliamenti.

-  Imporre una fiscalità progressiva sugli utili da incentivo in modo da scoraggiare l’incremento esponenziale degli stessi. L’utile degli investimenti nell’ambito della produzione da FER non dovrebbe eccedere il 5% considerato che si tratta di investimenti a rischio quasi zero la cui remunerazione è finanziata con capitali dei cittadini prelevati dallo Stato attraverso meccanismi parafiscali.

 

 


 

E)    LA PIANIFICAZIONE 

 

CRITICITÀ

Allo stato attuale della normativa le realizzazioni degli impianti sono a “pianificazione neutra” ovvero sfuggono sia ad ogni localizzazione, sia all’inquadramento di piano che temporale.

 

PROPOSTE

La localizzazione degli impianti non può esulare da un inquadramento all’interno di una pianificazione di livello strategico, nel cui ambito dovrebbero trovare collocazione in forma specifica le pianificazioni di settore. Un siffatto Piano strategico potrebbe essere individuato all’interno del Governo del Territorio, un piano di coordinamento inclusivo delle pianificazioni di settore, quale quella urbanistica, energetica. Dei rifiuti ecc. Nel caso specifico del piano energetico vi dovrebbero trovare posto le potenziali localizzazioni degli impianti di produzione ovvero l’individuazione di comparti al cui interno ricomprendere le Aree idonee quelle vocate e quelle non idonee (vedasi in seguito) Lo stesso Piano energetico dovrebbe individuare una scala temporale degli interventi, con scadenze dettate dalle quote energetiche da realizzare per ciascun tipo di rinnovabile, delle condizioni di compatibilità della rete e dalla disponibilità di storages. Solo in tal modo il Piano energetico avrebbe una razionalità programmatoria per gli aspetti produttivi e farebbe da guida per uno sviluppo delle rinnovabili in armonia con le caratteristiche ambientali e infrastrutturali. L’articolazione suddetta potrebbe essere prevista all’interno della revisione delle Linee Guida dettate dal DM 10/2010 con  l’introduzione all’interno della pianificazione urbanistica presente:

-       Articolazione della vocazione dei territori secondo una triplice divisione:

a) Aree non idonee: quelle tipologie fin qui individuate. All’interno di tali aree andrebbero definiti  non solo i beni individui da tutelare ma anche quelli d’insieme con particolari pregi ambientali e paesaggistici anche non vincolati o con vincoli di destinazione d’uso

b)  Aree vocate: quelle che per caratteristiche intrinseche od estrinseche appaiono vocate ad accogliere gli impianti ad es. Zone D, cave dismesse, aree da bonificare, terreni sterili o improduttivi, coperture delle aree industriali ecc. 

c)    Aree idonee: sono aree che potrebbero essere utilizzate solo in casi di comprovate esigenze o di intrinseca capacità produttiva per finalità energetiche.

-      Il PEARS dovrebbe contenere le articolazioni delle aree nelle tre divisioni, procedere alla mappatura dettagliata degli impianti realizzati, eseguire una schedatura delle caratteristiche di tali impianti in modo da poter realizzare un database degli stessi accessibile e aggiornabile in progress.

-       Gli incentivi potrebbero essere rimodulati attraverso indici progressivi maggiori o minori di uno a seconda che l’impianto vadano ad impegnare aree da riqualificare o bonificare (aliquota max>1) od aree che pur essendo idonee comporterebbero un’occupazione di suolo altrimenti fruibile (aliquota min<1)

 

 

 

  

F)     MODIFICHE DELL’ART.12 DEL DLGS.387/2003

CRITICITÀ

 Il Dlgs.387 fu varato in condizioni di emergenza (3 anni di inerzia dalla Direttiva UE sulle Rinnovabili) ed era strutturato per spianare la strada alla realizzazione di grossi impianti al capitale privato. Per tale fine l’art.12 introduceva il principio della indifferenza urbanistica nei confronti degli impianti di produzione da FER, di conseguenza la possibilità di utilizzo delle aree agricole e l’assimilazione di tali impianti ad opere pubbliche urgenti ed indifferibile con conseguente possibilità di ricorso agli espropri. Sono passati 17 anni e si è fatta strada una nuova visione delle FER, con relative problematiche che potremmo così in parte sintetizzare:

-    Alla produzione concentrata si è andata si deve affiancare la produzione diffusa e l’autoconsumo

-       Il sorgere delle Community energy con la nascita delle CER e l’AC 

-       L’obbligo di non consumare e impermeabilizzare suoli

-       Le problematiche connesse ad una RTN non adeguabile con facilità né in tempi brevi

-       Le complessità sistemiche indotte dalla variabilità e non programmabilità delle FER con la conseguente necessità di dotarsi di storages adeguati.

-    Il diffondersi senza regole degli impianti di produzione con devastanti impatti sul paesaggio e sull’ambiente

-       L’esclusione dai processi decisionali delle Comunità locali

-       L’assenza di indirizzo sulle procedure di esproprio e sulla conseguente proprietà degli impianti realizzati su aree espropriate oltre che l’intolleranza delle Comunità verso tale forma di coartazione

-      La localizzazione degli impianti in funzione dei minori costi dei suoli e l’inutilizzo delle aree industriali 

-       Il mancato inquadramento degli impianti all’interno della pianificazione del Governo del territorio e l’assenza di una adeguata mappatura e data base degli impianti realizzati.

PROPOSTE

Questi solo alcuni dei problemi sul tappeto. Necessita un adeguato riordino (riformulazione dell’art.12) ed ampliamento dell’inadeguato quadro normativo al fine di rendere compatibile la realizzazione degli impianti, (considerate anche le mutate potenze e tecnologie) con l esigenze di tutela ambientale, economica e sociale. In sintesi bisogna fare in modo che gli impianti da FER siano sostenibili concetto totalmente assente nella 387. A cascata dovrebbe essere totalmente riscritte le Linee Guida introdotte dal DM 10/2010 

  


G)    
COMUNITÀ ENERGETICHE ED AUTOCONSUMO COLLETTIVO

CRITICITÀ 

La RED II della UE è una Direttiva che introduce un alto livello di democratizzazione del sistema di produzione da FER oltre che innescare meccanismi virtuosi di conseguibili benefici sociali. La Discrasia temporale tra la Direttiva (2019) e il recepimento a livello nazionale della stessa (settembre 2021) è già di per sé un elemento di negatività in quanto consente ai grandi produttori di accaparrarsi fette rilevanti degli incentivi e di porre in essere misure atte ad impedire un mercato di fatto concorrenziale per non dire alternativo. Lo dimostrano le limitazioni imposte da ARERA alla potenza degli impianti ed all’ambito delle circoscrizioni di cabina MT/BT, nonché le difficoltà frapposte dai distributori e fornitori a rendere disponibili mappe delle reti ed elenchi dei consumatori. A ciò si aggiungano le ovvie difficoltà delle forme di aggregazione partecipativa di certo più complesse al modello verticistico aziendale. Il rischio è quello  di un fallimento della Community energy, modello che invece appare valida alternativa alla concentrazione produttiva,  nonché coerente con le FER sotto il profilo prosumers e quello sociale.

PROPOSTE

Se ne elencano solo alcune suggerite da questo iniziale approccio alla problematica:

-       Rimuovere gli ostacoli dettati dalle limitazioni di cabina e potenza 

-    Imporre ai distributori di rendere pubblici i perimetri di fornitura delle cabine con gli elenchi dei POD ad esse facenti capo. Nelle more della pubblicazione online dei dati obbligare i fornitori rendere disponibili tali dati su richiesta dei Comuni in un arco temporale ristretto (sette giorni).

-   Estendere i benefici delle CER e degli AC alle comunità socialmente disagiate prevedendo specifiche forme di finanziamento per l’anticipazione del capitale da parte di Banche o PA, con recupero del capitale attraverso parte degli incentivi o a fondo perduto. In sintesi una possibile soluzione della povertà energetica

-       Ripartire le quote destinate agli incentivi FER tra i due modelli di produzione energetica in modo che vi sia una equa ripartizione delle risorse finanziarie tra produzione concentrata e produzione diffusa o aggregata, tenendo conto delle finalità sociali di quest’ultimo modello.

 


H)    ACCUMULO IDROELETTRICO 

CRITICITÀ

Con l’elevato incremento di potenza di energia da FER prevista dal PNIEC già entro il 2030 il problema degli accumuli dovrà essere condotto a soluzione in tempi relativamente brevi. I sistemi di accumulo elettrochimico, pur essendo indispensabili, appaiono in lenta evoluzione e non sono in grado di sopperire alle necessità imposte dal ritmo di avanzamento delle FER. 

PROPOSTE

L’unica soluzione percorribile per la Sardegna appare quella di efficientare il sistema idroelettrico e ove possibile potenziarlo. Si vuole in proposito ricordare che dalla fine dell’800 agli anni 60 del 900 i sistemi di produzione elettrica idrica e termica si sono alternati al vertice della produzione e che solo con l’avvento della industrializzazione la seconda ha prevalso sulla prima poiché i consumi per abitante nello spazio di un settennio risultarono quintuplicati (da 477/kWh/ab nel 1963 a 2006 kWh/ab nel 1970). La Sardegna, che nel secolo precedente fu individuata come “Isola dei laghi”, in virtù delle sue grandi potenzialità ha già numerosi bacini artificiali che potrebbero garantire una produzione idroelettrica molto maggiore di quella finora espressa. 

Occorrerebbe dunque razionalizzare tale produzione, finalizzandola ad assicurare la stabilità della rete in modo da assicurare adeguato supporto alle FER. Gli interventi possono così essere sintetizzati: 

-       Monitoraggio degli impianti e delle potenzialità disponibile 

-       Efficientamento ed incremento delle produzioni 

-       Incremento dei pompaggi per utilizzare al meglio le fasi di overgeneration da FER 

-     Messa in funzione di una serie di impianti che risultano ancora inutilizzati (ad es. il Liscia) oppure abbandonati dopo un adeguamento degli stessi. 

-    
Realizzazione di quelle opere idrauliche che con costi limitati consentano di Incrementare la produzione elettrica. 

 

I)      IL PERMITTING

CRITICITA’

Il tempo di rilascio dell’AU è stato stimato in 1,5 anni per il FV e 5 anni per l’eolico e ritenuto elevato dagli operatori di settore.

PROPOSTE

All’’AU si perviene in sede di Conferenza di servizi quindi lo snellimento procedurale inerisce la procedura di VIA, i cui tempi sono contingentati per legge (180 giorni). Tali termini sono di solito non rispettati per i tempi istruttori presso gli uffici di VIA, gravati dall’alto numero e complessità delle richieste.

Le commissioni devono esaminare progetti con un numero elevato di elaborati e le relative osservazioni. Inoltre le società presentano progetti carenti o poco attendibili con il risultato di un supplemento istruttorio e reinizio della procedura. Si rammenta che la legge prevede una sola integrazione mentre si assiste a stravolgimenti progettuali. Il procedimento potrebbe essere semplificato e standardizzato secondo il seguente modello:

-       Progetti di impianti localizzati in Aree vocate al di sotto di una potenza da determinare: la procedura potrebbe essere semplificata e la VIA potrebbe essere rilasciata dall’ufficio preposto alla valutazione senza ulteriori passaggi.

-   Progetti localizzati in Aree idonee o di potenza superiore a quella prestabilita: presentazione degli elaborati di progetto, dotati di schede in formato standard destinate ad evidenziare gli aspetti degli impatti e la sostenibilità degli impianti. La procedura seguirebbe l’iter ordinario nel rispetto dei termini di legge con l’obbligo di integrazioni senza modifiche progettuali sostanziali.

 

L)     IMPIANTI EOLICI OFFSHORE

CRITICITÀ

Gli impianti eolici offshore sono quelli che dovrebbero presentare una elevata diffusione nell’immediato futuro. Se ubicati a sufficiente distanza dalla costa (oltre i 30 km) hanno in genere impatti paesaggistici ed ambientali contenuti. Il problema più rilevante è la elevata potenza di cui dispongono con la conseguente rilevante produzione energetiche, peraltro di estrema variabilità e non programmabilità, caratteristiche tutte che rischiano di destabilizzare in modo critico la rete oppure di richiedere il continuo supporto delle centrali a consumo fossili. 

PROPOSTE

Considerato che tali impianti conseguono rilevanti incentivi potrebbe essere chiesto ai produttori di farsi carico dei seguenti oneri attraverso il recupero di quota parte degli utili di una riduzione delle incentivazioni oggi eccessivamente remunerative: 

-       Aliquota da destinarsi all’adeguamento della RTN da realizzarsi da parte di TERNA

-       Aliquota utili da destinare agli storages da realizzarsi con sistemi di accumulo elettrico associati alle cabine di trasformazione oppure come contributo alla realizzazione o adeguamento di bacini idroelettrici di prossimità

-       Realizzazione di sistemi di stoccaggio innovativi o sperimentali.

 

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